Quei vicini di sfilata L’ambizione dei tiktoker senza qualità, e i cuoricini come valuta del nostro tempo

Quelli che per lavoro si limitano a inquadrarsi dal telefono cercano legittimazione nel mondo reale, ma non si rendono conto che il mercato è saturo, e mettono il broncio quando scoprono che nessuno se li fila

AP/Lapresse

«Lo trovo di cattivo gusto», scrive «dott. Ciccarone Giovanna». La disapprovazione di una che ha deciso di presentarsi ai social col cognome prima del nome, e il «dott.» prima del cognome, si trova sotto un video in cui due comici rifanno la più moschicida delle canzoni sanremesi, “Cuoricini”, quella che in originale parla della valuta del nostro tempo: i cuoricini, appunto.

Nella versione comica, il titolo è “Quei vicini”, e si parla di Olindo e Rosa, ovvero del più famoso crimine legato al più diffuso fastidio, quello per i vicini di casa. «Questa non è satira, è degrado sociale», commenta un altro. «Non mi sembra affatto un argomento su cui scherzare», puntesclamativa uno che, in comune con gli altri due, ha il dettaglio in bio dei suoi bravi link ai quali rivolgersi in modo che la sua presenza social divenga fatturato.

Fare la morale è ormai la via più spedita alla visibilità, e la visibilità è il punto di partenza perché qualche azienda ti contatti e ti chieda di fare pagato ciò che già fai gratis: metterti in mostra, prendere i cuoricini, evitare quell’abisso di disperazione che è il doversi trovare un lavoro vero.

Tempo fa ho visto, pubblicata da una moralizzatrice di quelle che già sono riuscite a fare dei piccoli moralismi fatturato, la lettera d’un’insegnante di matematica. La docente moraleggiava – oggigiorno gli scolari vogliono fare solo i tiktoker, dove andremo a finire – col piglio presentista che hanno gli ignoranti veri, quelli convinti che il proletariato ambizioso l’abbia creato Maria De Filippi, l’abbiano creato i social, che nel secolo scorso i giovani poveri volessero tutti condurre vite di studio e sacrificio, mica fare i centravanti, mica fare le vallette.

Ma quel che mi aveva colpito, nella letterina moralista rilanciata come sostenesse cose buone e giuste, era questo passaggio qui: «È un fenomeno sociale molto grave a mio parere […] Quando avremo bisogno di medici, veterinari, contabili, camerieri, agricoltori come faremo?». Nell’essere abbastanza lieta che il mio cardiologo non sia un tiktoker mancato, mi chiedo se esista una forma di mariantoniettismo più spiccata di quella di questa tizia pagata per insegnare ai vostri figli e preoccupata per quando in futuro nessuna le pulirà casa perché quelle che dovrebbero farlo staranno guadagnando più di lei riprendendo le vacanze col telefono.

Tuttavia, un problema che Maria Antonietta non doveva porsi era quello della legittimazione. La tiktoker, benché di successo, non si accontenta di contarsi i cuoricini; vuole ciò che vogliono le giornaliste dei quotidiani che nessuno legge: un invito alle sfilate.

Ieri ho scoperto l’esistenza d’una tiktoker che parla di moda e che non sa l’italiano – per dire che la sfilata di Fendi non è citazionista dice «citazionale» – e non sa neanche come funzioni la diffusione delle notizie in questo secolo, visto che rimprovera Diesel per aver invitato, invece di lei, dei cantanti famosi: «Non stanno neanche attenti, guardano il telefono». Amore della mamma, sono lì per mettere appunto la sfilata sul telefono. Fanno quello che fai tu, ma sono pagati per farlo.

E la domanda è: la ragazza lo sa? Perché a me viene il dubbio che il problema non sia che vogliono fare le tiktoker e non i neurochirurghi: è che vogliono fare le influencer della moda e non sanno nulla di come funzioni l’universo nel quale ambiscono a entrare.

Nella prima settimana della moda alla quale presenzia dopo lo scandalo, Chiara Ferragni è stata a vedere alcuni giovani stilisti, e poi DSquared e Cavalli, e tutti si fanno la stessa domanda: ha ricominciato ad andare gratis alle sfilate come quando era una ragazza che doveva farsi conoscere e non una multinazionale che poteva selezionare marchi e decidere cachet, o è tornata ad andarci a pagamento ma con un tariffario ben diverso da prima?

Chi si accaparra la Ferragni adesso, senza lasciarsi spaventare dal piccolo ma vociante numero di ossessionati che ovunque appaia moraleggiano «i bambini oncologiciiiii» (slogan pubblicitario del decennio, spero che qualcuno lo stia studiando), chi se la piglia mentre comincia la risalita lo fa a cifre sicuramente più basse di quando andava da Prada o da Dior o da Versace (era un anno e mezzo fa: sembrano sette secoli), ma piazza comunque le immagini della propria sfilata su un account da quasi ventinove milioni di follower.

Tranne che per quei quattro ossessionati, non valgono le fedine morali, ma la certezza che non esiste la cattiva pubblicità: mi sarei mai accorta che alla settimana della moda di New York ha sfilato Zoe Gustavia Anna Whalen, se alla sua sfilata non avesse invitato Anna Delvey, che da quando è uscita dal carcere ha fatto tutta la trafila della star, da “Dancing with the stars” in su, col braccialetto elettronico? Tutti studiano la parabola economica di Chiara Ferragni, ma da studiare sono le aziende che hanno disinvestito nell’ultimo anno e mezzo, e quelle che un anno e mezzo fa non si sarebbero invece potute permettere un investimento che ora è alla loro portata. 

Il dirigente Rai che manda in onda una serie vista da quattro milioni di spettatori invidia le recensioni della serie Netflix che non sappiamo se abbia un qualche riscontro di pubblico; la tiktoker che dice a Diesel «ma invita noi, ma invita qualcuno che ha qualcosa da dire di intelligente, in Italia siamo letteralmente in cinque a fare questa cosa eppure evidentemente tutti i brand hanno paura di noi» non si può accontentare dei suoi sessantamila follower, vuole dire alla mamma che è stata seduta nello stesso spazio chiuso in cui c’era Anna Wintour, neanche pretende la prima fila, neanche oserebbe chiedere un cachet, possibile che nessuno la inviti?

Il dirigente e la tiktoker mancano d’una strategia a medio termine. Quand’anche qualche critico televisivo recensisse la tua serie, cosa cambierebbe, in un mondo in cui nessuno legge i giornali? Quand’anche la sfilata la vedessi non comodamente in streaming ma dal vivo, cosa cambierebbe, se presenzi gratis? O sei Chiara Ferragni, e andarci guadagnandoci meno di prima è un investimento per tornare a essere quella d’un tempo, o chi te lo fa fare di sbatterti nella settimana milanese dei taxi introvabili ad andare a una sfilata alla quale, non essendo tu Chiara Ferragni, nessuno ti acclamerà? Non si sta meglio nel proprio tinello, a illudersi che gli stilisti (in analfabetese: i brand) abbiano paura di te?

«Se mi trascuri, impazzisco come maionese», cantano quelli di “Cuoricini”, manifesto delle priorità di questo secolo. «Per l’autostima cuoricini, cuoricini, che medicina cuoricini, cuoricini» è chiaramente il pensiero della tiktoker che s’illude che, se accedesse a uno straccio di sfilata, sarebbe Bryanboy, sarebbe The Sartorialist, sarebbe uno di quelli che fanno abbastanza la differenza da avere un invito per la prima fila. Perché nessuno pensa mai che, se mettesse un piede dentro la porta, sarebbe uno dei carneadi con invito, invece che uno dei carneadi senza invito. Tutti pensano d’essere l’uno su mille che ce la fa, mica uno dei novecentonovantanove su cui nessuno scriverà una canzone.

Il fatto è che la tiktoker che rimprovera Diesel sperando così di attirare attenzione e un invito, e «filosofasempre», che sotto al video di “Quei vicini” commenta severamente gabibba «Ho tolto il segui. Vergogna», condividono una fondamentale incomprensione di come funzioni la valuta cuoricina. Non ci puoi fare la spesa. Al massimo puoi cavarne della dopamina, soddisfazione momentanea, consolazione per redditi bassi. Ma o hai un piano a medio termine, e quei cuoricini li converti in qualcos’altro, oppure non c’è boutique del lusso o ipermercato che te li accetti alla cassa.

E quindi la grande domanda non è chi ci farà da cameriera quando tutte le ragazze con la telecamera nel telefono saranno divenute influencer, ma: se il mercato di quelle con la telecamera nel telefono disposte ad andare a una sfilata anche gratis è ormai saturo, se si è arrivate tardi rispetto a quando una quindicina di anni fa si mettevano sul mercato i Sartorialist che ce l’hanno fatta, se si parte da una base non di ventinove milioni di follower in un mercato in cui c’è più offerta di esibizioniste che domanda per le stesse, ora che tutto è cuoricino e nei bar i cuoricini non li accettano neanche per il barattolo delle mance, non sarà il momento di trovarsi un lavoro vero?

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