Una faccia memorabileLa grandezza di Gene Hackman, e la certezza che gli Oscar non lo omaggeranno come merita

L’attore morto ieri a novantacinque anni era così pazzesco che viene voglia di riguardarsi tutta la sua filmografia, ora e subito. E di suggerire all’Academy un cast all’altezza per onorarlo come si deve, anziché perdere tempo con Wicked

AP/Lapresse

Se avessi un po’ di fiducia nella capacità degli esseri umani di questo secolo di fare il loro lavoro, domenica guarderei gli Oscar. Perché, se gli esseri umani sapessero fare il loro lavoro, domenica a un certo punto della cerimonia degli Oscar ci sarebbe Gene Hackman che, con quella faccia che pareva una torta di nozze lasciata sotto la pioggia, dice a Rebecca Pidgeon «Nessuno vive per sempre».

E poi – non voglio arrubbare il lavoro agli autori televisivi, ma insomma è un cast abbastanza ovvio nella sua enormità – ci sarebbe Tom Cruise che parla di Gene Hackman, ci sarebbe Denzel Washington che parla di Gene Hackman, magari ci sarebbe persino Will Smith che parla di Gene Hackman. In un’ipotesi ideale, ci sarebbe Francis Ford Coppola ad ammettere che Gene Hackman era l’unica ragione per guardare il più sopravvalutato dei suoi film.

Quelli che vogliono far vedere che ne capiscono di cinema li riconosci perché fingono che il 1974 sia stato l’anno migliore di Coppola. Perché è stato l’anno di “Il padrino – Parte II”, e quelli che vogliono far vedere eccetera non temono che qualcuno chiami la Croce verde quando dicono che il secondo “Padrino” è meglio del primo. Ma, soprattutto, per “La conversazione”.

Il grande indicibile è che “La conversazione” sì è un film, scusate il fabiofazismo, importante, sì affronta un tema ancora attualissimo cinquant’anni dopo, sì la rava, sì la fava, ma è una gigantesca rottura di coglioni. Salvata solo dalla faccia di Gene Hackman, sebbene Gene Hackman nel 1974 una faccia non ce l’avesse ancora.

Gli è venuta tardi, la faccia (è la stessa cosa che è successa a Pierfrancesco Favino: chissà che vuol dire, quando quella faccia pazzesca ti viene tardi: probabilmente solo che non potrai mai fare Romeo Montecchi). Il tardo Hackman aveva una faccia così pazzesca da poter essere l’unico settantenne credibile come protagonista di film d’azione.

Sarà forse perché apparteneva all’ultima generazione che sapesse fare il proprio lavoro. Nel film con la tempistica più sfortunata di sempre – “Il colpo”, di David Mamet: passato al festival di Toronto il 10 settembre 2001: immaginate quanto se ne parlò nei giorni successivi – c’è una scena in cui il poco più che trentenne Sam Rockwell chiede a uno della banda se Hackman sia capace. Quello gli risponde che è capace da quando lui neanche era nato, e Rockwell dice una cosa tipo: è proprio quello che mi preoccupa. Oggi direbbe «boomer», giacché i trentenni d’oggi non li dialoga Mamet.

Avere una faccia è un vantaggio mica minore, per il mestiere di fare le facce, epperò è un vantaggio che non hanno in molti. C’è anche tutta una scuola di pensiero sul non dover gli attori avere una faccia, perché se non hai lineamenti la luce passa e altre amenità. Tra gli americani della mia lista «quando muore questo qui è tutto finito», Hackman stava dalle parti di Jack Nicholson, nell’avere una faccia.

Nicholson – che anche lui ha quella faccia à la Auden: una torta di nozze lasciata fuori, e poi ha piovuto – non si vede più molto in giro, dicono sia depresso, ogni tanto una delle figlie posta una foto su Instagram e io le sono gratissima. Due settimane fa è andato al cinquantennale del “Saturday Night Live” e Adam Sandler ha chiesto un applauso per Jack «che stasera è uscito».

Il giorno dopo c’era un filmato di lui che usciva da un albergo, camminava col bastone ma lo poggiava quando gli chiedevano un autografo, i commenti sotto dicevano oddio, ma ha il bastone: non so, vedete voi, i prossimi che compie sono ottantotto, pensate d’arrivarci atletici?

Hackman ne aveva compiuti da poco novantacinque, e l’altro giorno un’amica m’ha detto che non sa come farà, se dura questa mitomania di portare al capezzale del moribondo il famoso che gli piaceva, perché a me piacciono tutti quelli che hanno centocinquant’anni già ora, e mica saranno vivi quando starò morendo io. Mi toccherà farmi piacere Timothée Chalacoso o un altro di questi con le faccine ben ordinate.

Quando ho letto che Gene Hackman era morto, mi aspettavo di trovare i social pieni di “I Tenenbaum”, perché il presente è talmente stupido che non poteva che ricordare la faccia pazzesca di Hackman in un film che ha come tratto più memorabile i costumi. Avevo sottovalutato la capacità di Hackman di stare nel presente come gif – che cos’è lui che saluta nel “Braccio violento della legge” se non una gif di prima che esistessero le gif? – o come meme: macerie, e sulle macerie lui che suona il sassofono – non c’è bisogno d’essersi annoiati per due ore, “La conversazione” puoi fruirlo nelle forme del presente, farne allegoria social, chi è il sassofonista sulle macerie? Elon? Giorgia? Coraggio, spezzetta l’opera e digeriscila come sai. Lo so, lo so: sembro Norma Desmond che rimpiange il muto.

La citazione più giusta l’ha fatta ieri Fabio Vassallo, e viene da un film di quando Hackman aveva vent’anni e ancora non faceva il cinema. È quella scena di “Viale del tramonto” in cui la diva che non riesce a rassegnarsi all’avvento del cinema parlato dice che loro non hanno mai avuto bisogno di parole: avevamo delle facce, noi.

Aveva una faccia, quel tizio morto ieri ormai novantacinquenne. Avrei rivisto tutte le volte che l’ho visto “Il socio”, se il cattivo non fosse stato Gene Hackman? No, anche se qui sto ponendo le basi per poi dovermi scusare quando, tra centocinquant’anni, morirà Tom Cruise, forse l’uomo più sottovalutato della storia di Hollywood.

Avrei guardato così tante volte “Nemico pubblico” – versione anabolizzata di “La conversazione”: di nuovo il tema importante, ma fatto a forma di menarsi e d’inseguirsi e di spararsi – se il paranoico in chief non fosse stato Gene Hackman? Certo che no: di Will Smith non me n’è mai fregato niente, e della privacy neanche.

La ragione per cui vorrei che gli Oscar dessero a Hackman lo spazio che merita non è che così m’illuderei di vivere in un secolo meno scemo, ma è che gli strumenti del presente l’unico vantaggio che hanno è questo: che quando muore qualcuno puoi rivedere tutto, rileggere tutto, riascoltare tutto. O meglio, potresti, se qualcuno sapesse fare il suo lavoro.

E invece ieri qualche illuso è andato su RaiPlay, che a dicembre aveva caricato – addirittura col doppio audio – i film di Woody Allen degli anni d’oro. Qualche illuso sperava di poter vedere Gene Hackman in “Un’altra donna”, ma evidentemente la Rai aveva pagato i diritti per tre quarti d’ora o giù di lì, e non ci sono già più. Rai, sei fortunata che io “Un’altra donna” ce l’ho sempre a portata di visione in casa, altrimenti sarei venuta a riprendermi il canone facendo una piazzata da pazza furiosa.

In quella scena di “Il colpo” in cui Gene Hackman la guarda, lei è preoccupata perché lui sta andando a fare il criminale, e lui le dice che nessuno vive per sempre, in quel modo che era nella stessa sillaba cinico e tenero, quel modo che aveva solo lui con quella faccia lì, Rebecca Pidgeon gli risponde: «Frank Sinatra ci è andato vicino». Anche Gene Hackman, ma non abbastanza, e noialtri siamo rimasti senza: siamo rimasti coi trentenni non dialogati da Mamet che domenica penseranno che la cosa importante sia omaggiare “Wicked”.

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