Arrivano i nostriPaura, delirio e dopamina nel giardino dei Finzi Giannini

Dopo un paio di articoli, i membri della chat dell’editorialista di Repubblica hanno scoperto che se scrivi a mille tizi che non conosci, e che non ti conoscono, la cosa che scrivi non è segreta come nel diario col lucchetto

Unsplash

Forse è mancanza di serotonina. Forse questo bisogno terribile di riscontri, di conferme, di fare gli spiritosi sui social e i democratici nelle chat, di prendere cuoricini, di sentirsi dire sì, bravo, no, sei più bravo tu, siamo fighissimi, viva noi, forse questo impegno continuo a procurarsi dopamina va affrontato come uno squilibrio chimico prima ancora che come un fenomeno sociale.

Sabato mattina, nel giardino dei Finzi Giannini, erano molto preoccupati. Oltre al mio marginale articolo di commento alla loro chat, ne erano usciti altri due, e ciò aveva messo molto di malumore i convenuti, che vogliono sì rifondare la democrazia ma senza che nessuno rida di loro.

In tempi meno scemi, questa convinzione che la cosa più grave che possa accaderti è che qualcuno rida di te la superavamo verso i quindici anni, quando se avevamo la fortuna di studiare francese ci facevano leggere Balzac e capivamo che il fatto che le amichette sparlassero appena uscivamo dalla stanza era un fenomeno altrimenti noto come «società», e non una tragedia che dovevamo far di tutto per impedire.

Poi sono successe due cose, e non so proprio quale delle due sia responsabile dell’altra, quindi le menziono in ordine casuale. Una è che i trenta sono diventati i nuovi dodici e i cinquanta i nuovi quindici, e insomma i problemi che una volta erano dei piccoli ora sono dei grandi (dei teoricamente grandi). L’altra è che i telefoni non si usano più per telefonare, i messaggi sono inoltrabili, le schermate fotografabili, e insomma questa cosa che stai dicendo a me ora io la sto in contemporanea ripetendo ad altre quattordici persone, spesso aggiungendo anche considerazioni su quanto tu sia scemo a dirmela.

Questo dettaglio della moltiplicazione degli interlocutori viene spesso usato da chi vuole leggi che limitino la libertà di dire puttanate: la ragazzina cui una volta davano della culona nel cortile della scuola, ci spiegano, era meno traumatizzata; ora quel «brutta culona» lo leggono in centomila e lei ne verrà devastata.

Nessuno, poiché è una verità non fatturabile, dice alla ragazzina che non c’è ragione di devastarsi, giacché questa cosa che tutti parlino di tutti, tutti leggano tutto, tutti ricevano notifiche su tutto brasa la nostra capacità di assorbire informazioni. È un concetto che non ho mica inventato io, si chiama «economia dell’attenzione»: più siamo esposti, meno siamo memorabili.

È la ragione per cui, quando cinque giorni fa (lo so, non ve ne ricordate: sembrano cinque anni) Giorgio Zanchini ha chiesto a un’ospite del suo programma se fosse ebrea, io mi sono domandata perché per il resto della giornata si stesse così nevroticamente scusando, spiegando, dando interviste in cui si giustificava in modi assurdi, e non facesse sua la lezione di Justine Sacco: non postare, non spiegare, non fare niente, sii un inerte grumo di molecole mentre il mondo attorno a te si agita. Se resisti la prima mezza giornata, poi ce ne dimentichiamo tutti. La reputazione è un cascame d’altri secoli, non esistono veri danni reputazionali nel secolo che più ciancia di danni reputazionali e in cui più gente fattura dicendoci che lei sì sa arginare i danni reputazionali.

Quindi, nel giardino dei Finzi Giannini, sono preoccupati che qualcuno rida di loro, il che attribuiscono ovviamente al fascismo, «siamo abituati al tono sprezzante che usa la destra»; Massimo Micòl Finzi Giannini no, lui somiglia alle tradite che dicono «ero troppo per lui»: dice che la reazione dimostra che «c’è anche un certo fastidio», fastidio che certifica l’importanza del giardino stesso.

La tragica verità, che abbiamo rimosso da centoventicinque anni, da quando un austriaco annoiato s’inventò la psicanalisi che mise d’accordo tutti, i belli coi brutti, è che della maggior parte delle cose di cui ridiamo non ridiamo per negarne l’importanza, o perché ci spaventano, o perché ci toccano, non ne ridiamo perché ci fanno da specchio: ne ridiamo perché fanno proprio ridere.

Fanno ridere quelli che quattro anni dopo ancora hanno il trauma montecristico del greenpass. Fanno ridere quelli che si percepiscono in trincea contro il fascismo. Fanno ridere quelli che scrivono «assegnato alla nascita» (ieri, in un editoriale, il sesso assegnato alla nascita, che già fa piuttosto ridere, era diventato «genitali assegnati alla nascita», e io rido da ventiquattr’ore pensando alla cesta da cui l’ostetrica ha estratto la mia patonza e me l’ha data in custodia). Fanno ridere quelli che dicono la loro in una chat con mille persone e poi temono le spie.

«Leggendo Facci, si capisce che qualcuno ha fatto migrare la chat da qualche parte, ha messo nel suo articolo frasi copiate dal nostro confronto». È mezzogiorno e un quarto d’un sabato d’aprile che sembra novembre, nel giardino dei Finzi Giannini hanno letto l’articolo di Filippo Facci sul Giornale e hanno scoperto che, se scrivi una cosa a mille tizi che non conosci e non ti conoscono, quella cosa non è al sicuro come nel diario col lucchetto. Chissà cosa accadrà quando la classe dirigente scoprirà che spesso neppure le cose che dici a cena a quattro vecchi amici restano segrete, e che in generale se una cosa vuoi tenerla segreta non devi proprio dirla. Insomma: quando i quindicenni diverranno adulti.

Abbiamo anche lezioni di giornalismo – potevano mai mancare – che stigmatizzano l’aver pubblicato i messaggi senza essere andati nella chat ad avvisare preventivamente (la balia di mia madre diceva «noi non ci volevamo maritare che non ci volevamo maritare, ma manco nessuno ce l’ha domandato»: non vi avrei avvisati comunque, ma voi mica mi avete aggiunto al vostro prezioso giardino).

«Il giornalismo anglosassone ci ha insegnato (spesso inutilmente) che un giornalista si dichiara sempre nel momento in cui si appresta ad esercitare il suo ruolo. Non si nasconde dietro la tenda in casa del suo ospite per raccontare quello che ascolta in incognito. Quello non è giornalismo». Ora, l’obiezione non mi compete, non avendo io praticato il giornalismo mai nella vita, ma vorrei comunque offrire una consultazione della mia biblioteca all’autore del messaggio, Gianni Giovannetti, che evidentemente non sa nulla di intervistatori travestiti da sceicchi per farsi raccontare i cazzi della casa reale e altre tipicità del giornalismo anglosassone, quel settore di cui è pratico quanto io d’astrofisica: venga, Giovannetti, le impresto dei testi, può studiare la materia, è interessante; venga, Giovannetti, le spiego che l’anomalia è che in quella chat ci sia dall’inizio Roberto-nonguardainfacciaanessuno-D’Agostino e nessuna delle cronache l’abbia scritta lui, così preoccupato dei propri rapporti con l’establishment che gli anglosassoni lo impiegherebbero al massimo nell’ufficio delle p.r.

D’altra parte nel giardino dei Finzi Giannini c’è anche chi giura di fottersene delle «sedicenti opinioni» di noialtri che osiamo ridere, e insomma gli intellettuali di questo paese né sanno ridere né sanno cosa significhi «sedicente», cosa potrà mai andar storto. (C’è uno che dice che vuole uscire perché «non credo ai gruppi di sedicenti intellettuali»: metto tutto da parte per il trattato “La maledizione del sedicente”).

Un giallista sempre in cima alle classifiche, nel commentare questa disdicevole fuga di notizie, chiama Filippo Facci «Fecci», precisando «errore voluto», e io capisco che la scuola Fede/Travaglio dei giochi di parole imbarazzanti per chi li concepisce e per chi li ascolta è egemone in un secolo che si nutre di spirito di patate, ma vorrei mettere a verbale che con questi bestselleristi non vinceremo mai.

Ma, mentre nel giardino dei Finzi Giannini si baloccano così, lo spirito di patate di tutti quelli che stanno sui social invece che in giardino viene solleticato da un porocristo del Pd che pensa bene di fare una card con la faccia censurata di Vannacci – censurata dalla perentoria scritta «ignoralo» – e le alate parole «Non faremo il suo nome» eccetera.

Ora, conosciamo tutti il meccanismo. Non pensare all’elefante, il principale esponente dello schieramento a noi avverso, non ti penso proprio ed è per questo che ti tiro le trecce. Nel maggio del 2009, tra poco sono quindici anni, fondai il gruppo Facebook «Quelli che vengono a casa a dirti che non ti scopano»: i social erano all’inizio ma era già evidentissimo il meccanismo di quelli cui urge notificarti che non ti pensano proprio. Per anni ho risposto a tutti quelli che mi chiocciolavano il loro disprezzo «ti ho citofonato per dirti che non m’interessi» (ora è diventato noiosissimo continuare a ripetere a ogni scemo che è scemo).

Solo che secondo me quella card del Pd non serviva a dirci che il Pd crede davvero di poter uccidere con l’indifferenza the very model of a modern major general (sì, lo so che non conoscete Gilbert e Sullivan: consolatevi, non li conoscono neanche nel giardino dei Finzi Giannini).

Serviva, come dicono i politici, «a compattare i nostri». Serviva per tutti quelli che ogni volta che qualcuno intervista Vannacci corrono sui social a dire che basta, non bisogna dargli spazio. Serviva per le libraie medie riflessive che si vantano di non tenerne il tomo in negozio e di rifiutarsi d’ordinarlo (me ne passa davanti su Instagram almeno una al giorno, una volta si vantavano di non vendere Fabio Volo e “50 sfumature”, ora possono percepirsi non solo semicolte ma pure antifasciste).

Serviva a dire all’elettorato: ma certo, non siete scemi. D’altra parte non è che a un elettorato evidentemente scemo puoi dire che lo consideri scemo, già ti vota poco così. Non si può pretendere dal Pd che prenda l’elettorato, lo tratti male, lasci che lo aspetti per ore: deve assecondarlo e dirgli che sì, Vannacci va ignorato.

(E poi serviva anche a far sentire intelligenti e ficcanti quelli che hanno potuto passare il ponte a prendere per il culo il Pd, un modo per prendere dosi e dosi di dopamina in forma di cuoricini persino più semplice che dirsi antifascisti o dichiarare di non tenere in negozio il libro di Vannacci).

Qualcuno nella chat dei Finzi Giannini ha proposto una via alternativa all’indifferenza verso Vannacci, scrivendo «uccidiamolo»; era evidentemente una battuta, ma si è preso il predicozzo di Micòl: «Cerchiamo di mantenere sempre i giusti toni: “Uccidiamolo” non si può proprio sentire, neanche per scherzo». Dice, Micòl Finzi Giannini, che il gruppo «non è, non può e non deve diventare un social qualsiasi». C’è una certa qual selezione all’ingresso, diamine. Apri una chat di mille persone, tiri fuori il servizio buono, servi i canapé, e come finisce? Come quando Richard Burton vomitava sul tappeto a Manuel Fantoni: certa gente non si può più invitare.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

X

Linkiesta senza pubblicità, per gli iscritti a Linkiesta Club

Iscriviti a Linkiesta Club