Il clamoroso rovesciamento dei sondaggi in Canada, dove i conservatori partivano avanti di 25 punti sui liberali, prima che Donald Trump dichiarasse una guerra commerciale contro il mondo intero, ma particolarmente violenta proprio contro il Canada, arrivando persino a straparlare di annessione del paese agli Stati Uniti, è la prima verifica empirica di un fenomeno emerso da tempo: il clamoroso testacoda delle destre nazionaliste schierate con Trump. Cioè con quello che è apparso subito all’opinione pubblica di tutti i paesi occidentali, giustamente, come il principale nemico dell’interesse nazionale.
Due immagini valgono più di mille analisi, per dare la misura del terremoto: i conservatori che nelle ultime settimane di campagna elettorale si affrettano a sostituire i manifesti con scritto «Canada first», chiaramente ispirati all’America first trumpiano, con più anodini cartelli a favore di un generico «Change», e il fatto che il loro leader, Pierre Poilievre, fino a pochi mesi fa considerato da tutti il capo del governo in pectore, non sia nemmeno riuscito a salvare il suo seggio in parlamento.
Dopo il fiasco clamoroso della mobilitazione contro i giudici e a sostegno di Marine Le Pen in Francia e l’evidente imbarazzo del governo Meloni (e di tutti gli altri governi sovranisti) alle prese coi dazi di Trump, la vittoria di Carney e soprattutto l’improvvisa resurrezione del suo partito sembrano delineare una tendenza piuttosto netta, che peraltro potrebbe trovare un’ulteriore conferma già questo fine settimana dalle elezioni in Australia (anche qui c’è un governo di sinistra uscente dato da tempo molto indietro nei sondaggi, che Trump potrebbe rivitalizzare).
Alla regressione verso un autoritarismo anni Trenta da parte degli Stati Uniti, la risposta naturale sta dunque in un grande fronte popolare anti-trumpiano, cioè anti-populista, capace di ricongiungere valori democratici e difesa dell’identità e dell’interesse nazionale, ben rappresentato dal competente, compassato, elegante ex banchiere centrale Mark Carney, che si è ben guardato dal correre a Mar-a-Lago per pietire la benevolenza di Trump ed è fermamente schierato con l’Europa dei volenterosi a sostegno dell’Ucraina.
Inutile aggiungere quanto, in questa nuova divisione del mondo e del campo politico, la sinistra italiana appaia spiazzata e disorientata, per non dire di peggio. Naturalmente può darsi che io mi faccia prendere da entusiasmi prematuri e tenda a sopravvalutare e generalizzare fenomeni di portata assai più limitata.
Ma se le cose dovessero invece andare proprio così, se Carney dovesse rivelarsi l’apripista di un fronte internazionale capace di affrontare con la giusta fermezza l’aspirante tiranno della Casa Bianca, penso che il prossimo 25 aprile, oltre alla bandiera ucraina, faremmo bene a portare in piazza anche quella canadese.
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