Com’è possibile che i tre partiti di maggioranza, che al Parlamento europeo sul progetto ReArm Europe e sul sostegno europeo all’Ucraina hanno votato pochi giorni fa in tre modi diversi (Forza Italia a favore, Lega contro, Fratelli d’Itallia astenuto), sugli stessi temi nel Parlamento italiano ritrovino un’incredibile unità e votino come un sol uomo una mozione comune?
È possibile se – come è avvenuto ieri alla Camera dei deputati – la mozione comune non dice niente e non impegna nessuno – con un’ignobile eccezione, che vedremo – e quindi accordi e disaccordi sono risolti, perché ne sono dissolti i presupposti.
La maggioranza esce così da questa prova compatta e pure impettita per tanta compattezza, a fronte delle divisioni delle opposizioni, perché ha consensualmente deciso di continuare a nascondere differenze teoricamente inconciliabili sotto il tappeto di una chiacchiera vuota.
Da questo punto di vista, suona più onesta e più dignitosa la scelta delle opposizioni del Campo Largo e perfino quella del Pd, con il suo documento lacrimevolmente cerchiobottista, che hanno almeno evitato di costruire un’unità di facciata, in questo aiutati da Giuseppe Conte e dal Movimento 5 stelle, impegnatissimi nella corsa in solitaria di meglio fichi del bigoncio pacifista.
Se però si aggiunge, come hanno fatto i partiti di maggioranza, una propria mozione a un dibattito parlamentare convocato a partire da due mozioni contrapposte sul ReArm Europe – di Azione e del Movimento 5 stelle – e si riesce a non citarlo e a non riferirvisi mai, neppure indirettamente, proprio per evitare di dirne qualcosa, si passa – è il caso di dirlo – dall’ipocrisia all’ignominia.
A rendere ancora più ignominiosa l’operazione è stato il modo in cui i partiti di maggioranza hanno provato a trarsi d’impaccio sulla questione ucraina, non dicendo nulla su quel che occorre fare per sostenere finanziariamente e militarmente l’Ucraina di oggi, che l’apertura della finestra negoziale russo-americana espone solo a rischi di abbandono e spoliazione, ma tirandosi subito fuori da qualunque responsabilità e impegno per la sicurezza e libertà dell’Ucraina di domani.
Fino a questo momento, Giorgia Meloni era rimasta almeno retoricamente ancorata a una proposta tanto furba, quanto improbabile, quella dell’estensione dell’articolo 5 della Nato all’Ucraina, senza prevederne nell’ingresso tra i membri dell’alleanza. Era un modo per tenere insieme sia il no di Trump all’allargamento della Nato a Kyjiv sia l’integrazione dell’iniziativa dei paesi volenterosi (a partire da Regno Unito e Francia) nel quadro atlantico, senza moltiplicare le tensioni con Washington.
Questa proposta che aveva avuto un suggello anche istituzionale – nel senso che era stata avanzata da Giorgia Meloni in Parlamento – nella mozione di ieri non solo è scomparsa, ma è stata sostituita da una posizione esattamente opposta. Si legge infatti che l’Italia dovrebbe «favorire, successivamente alla tregua e alla firma di un accordo di pace tra la Federazione russa e l’Ucraina, la costituzione di una forza multinazionale sotto l’egida delle Nazioni Unite, subordinata a una deliberazione del Consiglio di sicurezza, al fine di garantire un processo di pace stabile, condiviso ed irreversibile».
L’effetto contagio di questa idea del centrodestra potrebbe estendersi, chissà se altrettanto rapidamente, anche al Campo Largo, che per larga parte già ne risulta affetto. L’idea è quella della subordinazione delle garanzie di sicurezza per l’Ucraina a una deliberazione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, cioè alle decisioni o ai veti del Paese aggressore. A decidere quale pace meriti l’Ucraina potrebbe essere direttamente la Russia, con procura onusiana.
Ma non facciamo l’errore di addebitare a Matteo Salvini questo pensiero stupendo, nato un poco strisciando nella malafede pacifista trumpian-putiniana. È il pensiero di Giorgia Meloni, quello di Antonio Tajani, quello di Guido Crosetto. Ma pure di Giuseppe Conte, di Nicola Fratoianni, di Angelo Bonelli, di un pezzo di Partito democratico e del girotondino pacifista collettivo, che alberga nell’animo di tutti gli ostinatamente unitari di sinistra.