La questione evidentemente non può più essere derubricata a questione di una parte, tanto più minoritaria della popolazione. Abbiamo in generale un problema con la scienza che consiste essenzialmente di un metodo. Un metodo che non ci piace.
Non ci piace perché per definizione, per essere scientifico, non ammette definitività. Ogni conoscenza scientifica è approssimazione, la migliore secondo lo stato dell’arte, ma sempre approssimazione. D’altro canto, dalla fine del diciottesimo secolo non usiamo più l’espressione “leggi di natura” per individuare le nuove scoperte di fenomeni fisici e chimici: preferiamo teoria, principio, postulato. Espressioni nelle quali la fallibilità e un pizzico di umanità traspaiono sempre, mentre legge, con il suo rimando mosaico, richiama ciò che è fissato dal Creatore, immutabile per definizione.
La scienza è il metodo che consente di progredire nella conoscenza attraverso approssimazioni sempre migliori, verificate attraverso esperimenti confezionati in modo da limitare al massimo le interferenze causali estranee a ciò che si vuole studiare, ed è per ciò stesso falsificabile: da nuovi esperimenti meglio congegnati, da ulteriori osservazioni che pongano nel nulla delle spiegazioni preesistenti. Per Karl Popper, non la dimostrabilità sperimentale caratterizza la scienza, quanto la sua falsificabilità ontologica.
Ecco, tutto, questo non ci va più bene per nulla.
La complessità è il demonio, oggi
Nel tempo delle polarizzazioni, delle opinioni abbracciate per partigianeria, del «io-sono-io-e-voi…», un sapere che si fa quotidianamente e quotidianamente si disfa, secondo il semplice ma cruciale processo descritto mirabilmente da Richard Feynman durante una sua celebre lezione, è insoddisfacente. Perché comporta di dover smettere con le illusioni, le identità posticce e le comode parole d’ordine.
E quindi come si fa? Beh, direi che ci sono tre vie.
La prima è quella che a chi scrive pare ovvia, ma chi scrive è, parole di Gianfranco Marrone, un «illuminista divertito»: si abbraccia la scienza, si fa pace con la complessità del mondo, si abbandona ogni fideismo (sì, anche quelli nella scienza e nella tecnica non vanno bene per nulla: sono surrogati di altri fideismi) e si cerca di placare i nervi, che, con tutta l’incertezza che questa cosa regala, hanno il loro bel da fare.
La seconda è quella di rifiutare tout court la scienza. Ci sono un sacco di (apparenti) ragioni per farlo: abbiamo campato senza la scienza per molti secoli; la magia e la religione non hanno meno tradizione, anzi! La spiritualità sembra naturalmente contrapporsi alla materialità della vita moderna, specie nel primo mondo, e quindi via, con la natura e la naturalità, le energie, le atmosfere, le connessioni dirette tra noi e conoscenze che, invariabilmente, sono antiche, superiori e immutabili, a patto di crederci.
La terza è quella di cui vorrei parlarvi oggi, perché è una forma di inquinamento dei pozzi perniciosa, metaforicamente, per la società liberale democratica in cui una buona parte di noi ama pensare di vivere. Si tratta della fabbricazione di una apparente scienza, fatta di scienziati e non di metodo, che dimostri ciò che si vuole credere, oppure usi il principium auctoritatis invece delle prove sperimentali, per unire in un abbraccio (che personalmente considero mortale) l’apparenza della prima via con la sostanza della seconda.
Vi farò due esempi su cui potrete misurare questa mia ricostruzione: la pericolosità della carne coltivata e la salubrità del bere vino.
Dateci scienziati e tenetevi la scienza
Un paio di settimane fa, grazie a un lavoro di investigazione a cui anche chi scrive nel suo piccolo ha contribuito, ma che è stato svolto in misura massiccia da Luciano Capone, su Il Foglio, e soprattutto Beatrice Mautino, su Query, è emersa la vicenda del tavolo interministeriale nominato dai ministri Lollobrigida e Schillaci per occuparsi dei cibi prodotti a partire da agricoltura cellulare. Tutto è nato dal fatto che un documento pubblicato da quel tavolo, poi ritirato, poi pubblicato di nuovo e infine ritirato una seconda volta, sosteneva (senza firme e senza prove a supporto) la necessità di test clinici obbligatori per la carne coltivata, contro cui l’Italia ha avviato una crociata nel 2023.
Sulla base di quel documento, anonimo, sintetico e atecnico, Coldiretti aveva convocato la propria manifestazione a Parma, per sfilare sotto la sede dell’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (Efsa), evidentemente per influenzarne l’attività secondo le proprie convinzioni.
In quel contesto è emerso che la metà dei membri del tavolo interministeriale, quelli che non sono tecnici dei due ministeri, erano tutti appartenenti alla fondazione Aletheia, fondata da Coldiretti, con sede dove ha sede Coldiretti e diretta da un funzionario di Coldiretti.
Quei cinque membri del tavolo sono tutti professori ed esperti nelle loro materie, ma si può definire un caso il fatto che fossero stati nominati dai ministri dopo che già erano stati scelti dal sindacato che nel 2023 lanciò la crociata contro la carne coltivata, per entrare nella sua fondazione “think tank”? L’esposizione mediatica ben orientata di alcuni di questi esperti depone contro la casualità.
A che cosa abbiamo assistito? Molto semplicemente alla surrogazione della scienza con gli scienziati; alla conferma di una impostazione ideologica, attraverso dei curricula di accademici che possono certamente condividere le posizioni ideologiche di Coldiretti, ci mancherebbe, ma prestano i propri curricula a supportarle, mentre dovrebbero farlo attraverso pubblicazioni, prove sperimentali, revisioni critiche di letteratura scientifica.
Ma come: scienza e scienziati non sono la stessa cosa? No. Riguardate il video di Feynman: se uno scienziato immagina una spiegazione di un fenomeno o abbozza una teoria, questa vale qualcosa se è dimostrata dagli esperimenti. Non se chi espone la teoria è un pezzo grosso o perfino grossissimo.
Le sciagurate scempiaggini di Luc Montagnier sui vaccini non erano scienza per il fatto che fosse lui ad affermarlo, anche se i suoi fan hanno brandito il suo premio Nobel come una prova della sua ragione.
E così veniamo al secondo caso.
Nel 2023 un gruppo di ricercatori italiani ha pubblicato su Nutrients, una rivista dedicata alle tecnologie alimentari (non una rivista medica), una revisione narrativa degli studi che si sono occupati di vino. La sintesi che hanno fatto è, per usare un eufemismo, molto indulgente verso il consumo di vino, nonostante gli stessi autori scrivano «Wine, being a hydro-alcoholic solution, provides some alcohol to the diet, and alcohol, even at a low intake, may exert harmful effects on health. Among others, its chronic consumption is directly related to numerous non-communicable diseases, such as liver cirrhosis and cancers». (Il vino, essendo una soluzione idroalcolica, apporta un po’ di alcol alla dieta e l’alcol, anche a basse dosi, può avere effetti dannosi sulla salute. Tra gli altri, il suo consumo cronico è direttamente correlato a numerose malattie non trasmissibili, come la cirrosi epatica e i tumori, T.d.A.).
Queste cose sono arcinote alla scienza medica e sono alla base delle richieste di etichettatura degli alcolici portate avanti dall’Irlanda.
Ciononostante, l’ultima firma di quell’articolo nel frattempo è diventata presidente dell’Istituto di Ricerca Vino, Alimentazione Salute (Irvas) e ospite fisso di ogni evento in cui si promuove la “vera” scienza intorno al vino. Così, il dottore Attilio Giacosa, con una gloriosa carriera clinica, essendo classe 1948, è diventato l’ospite fisso di ogni evento che vuole “invertire” la narrazione imperante e allarmistica. Ma se si esaminano le fonti che egli cita come in grado di ribaltare le narrazioni allarmistiche, ad esempio qui, si scopre che in realtà quelle fonti non stabiliscono differenze tra diversi tipi di alcolici e supportano le attuali conoscenze circa l’aumento di rischio di cancro anche con assunzioni moderate di alcol: lo potete leggere qui, alle pagine 91 e seguenti.
In diversi contesti, il dottor Giacosa avrebbe affermato (qui e qui) che l’alcol è sì cancerogeno ma solo oltre una certa dose, e che nel vino sono presenti composti in grado di contrastare gli effetti negativi dell’alcol o che il vino sia un cardio protettivo. Tutte cose di cui non sussiste la prova scientifica: il suo è un caso di ipse dixit.
A guardare bene, poi, nello stesso studio su Nutrients è citato lo studio che ha smontato il mito del potere cardioprotettivo di un moderato consumo di alcol, eppure l’ultima firma di quello studio (il dottor Giacosa, cioè colui che si è preso cura dell’architettura complessiva dell’articolo) sostiene pubblicamente il contrario: una circostanza di cui solo chi abbia tempo, modo e strumenti di indagine può rendersi conto. Quanti, infatti, tra coloro che credono alle dichiarazioni di un autore, vanno a verificare cosa ci sia scritto nella revisione narrativa (non critica) firmata dallo stesso? Quanti si prendono la briga di andare a esaminare la sostanza delle prove portate da chi sostiene che «un nuovo report americano cambia tutto» e quanti invece si fidano automaticamente di un camice?
Chi è al sicuro?
Vale allora la pena di chiedersi: come può un dibattito pubblico svilupparsi in maniera realmente democratica? E quanto davvero siamo al riparo dalle manipolazioni di cui leggiamo talora con riferimento a sistemi politici che ci sembrano lontani anni luce, mentre magari «sono intorno a noi, in mezzo a noi, in molti casi siamo noi»? Soprattutto: se scrivere informazione gastronomica consiste troppo spesso solo in un rilancio di veline o comunicati stampa, chi può offrire ai consumatori, che non sono ancora assuefatti alla “terza via” di cui ci siamo occupati qui, una bussola, per orientarsi in questo mare molto, molto ricco di insidie? Domande a cui è sempre più impellente dare risposte.
