I dazi sulle importazioni negli Stati Uniti imposti da Donald Trump sono in vigore da mezzanotte. Il presidente americano ha dato il via alla guerra commerciale spostando l’attenzione globale sulla Cina, colpita da dazi del centoquattro per cento. Una cifra fuori scala rispetto a quella destinata ad altri Paesi nel mondo, conseguenza della spirale di ritorsioni tra le due potenze: inizialmente Pechino era stata colpita con tariffe del cinquantaquattro per cento – venti già in vigore, e un aggiuntivo trentaquattro per cento annunciato al Giardino delle rose della Casa Bianca – poi le contro-tariffe annunciate da Pechino la settimana scorsa devono aver convinto Trump a giocare al rialzo.
In questo mare di reazioni e controreazioni, Trump è convinto di poter navigare senza problemi. «Abbiamo molti Paesi che vogliono raggiungere un accordo sui dazi», ha detto martedì pomeriggio dalla Casa Bianca. Poco dopo ha detto anche di aspettarsi che proprio la Cina torni in cerca di un accordo a causa dei dazi insostenibili.
Il presidente degli Stati Uniti alterna momenti in cui loda il leader cinese Xi Jinping, definendolo «brillante», ad altri in cui la attacca. Come in un gioco di bastone e carota. Ma la Cina non avrebbe molto da guadagnare, se dovesse cedere ai ricatti del camorrista della Casa Bianca.
Il segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha definito un «grosso errore» la riposta di Pechino sui dazi, mentre il vicepresidente J. D. Vance ha commentato: «Prendiamo in prestito soldi dai contadini cinesi per comprare le cose che producono». Riferimento al fatto che Pechino detiene una grande quantità di titoli del Tesoro americano. Di fronte a queste dichiarazioni, l’amministrazione americana fa sembrare quella cinese un’amministrazione illuminata. «È sorprendente e triste sentire parole così ignoranti e maleducate da questo vicepresidente», ha detto il portavoce del ministero degli Esteri cinese.
La prima reazione del mercato azionario è arrivata poche ore dopo l’entrata in vigore dei nuovi dazi. L’indice S&P 500 ha chiuso sotto quota cinquemila per la prima volta in quasi un anno. Si profila un mercato al ribasso, cioè si prevede un calo del venti per cento rispetto al massimo più recente, e le società dell’indice S&P 500 hanno perso 5,8 trilioni di dollari di valore azionario da quando Trump ha annunciato i dazi, ormai una settimana fa.
Mercoledì mattina è ricominciata la discesa dei mercati asiatici, con il Nikkei giapponese in calo di oltre il tre per cento e il won sudcoreano ai minimi degli ultimi sedici anni. Anche i future sulle azioni statunitensi indicavano un quinto giorno consecutivo di perdite a Wall Street.
Trump ha offerto agli investitori segnali contrastanti sul fatto che i dazi rimarranno in vigore a lungo termine, descrivendoli come «permanenti», ma vantandosi anche del fatto che stanno facendo pressione sugli altri leader affinché chiedano l’avvio di negoziati. Un clima di incertezza che, a quanto pare, non aiuta nessuno.