Io, se non fosse per riempire questa paginetta, dell’attualità non saprei niente. Rileggerei vecchi libri, rivedrei vecchi film, studierei vecchie foto col patema di Paul Giamatti in quella puntata di “Black Mirror” che è il modo in cui Charlie Brooker spiega cos’è il genio: prendere le paranoie sulle doppie spunte di WhatsApp, e trasformarle in una vecchia lettera di cui non t’eri accorto e che avrebbe cambiato un paio di vite.
Invece ogni giorno per qualche quarto d’ora faccio finta d’essere voi, e guardo i tamponamenti a catena del giorno, le polemicuzze del minuto, le vite che fingiamo siano cambiate per poi dimenticarcene entro l’ora di cena. E ormai sempre più spesso, mentre osservo due parti dibattenti dirsi reciproco disprezzo, quelle due parti mi sembrano uguali.
Chi fa l’articolo indignato perché ora settantacinque coltellate non sarebbero crudeltà, signora mia; e chi fa l’articolo indignato perché insomma, possibile che ancora non abbiate imparato le parole del codice penale e come distinguerle da quelle del vostro lessico abituale.
Chi linka Joe Rogan per dire ah!, l’ospite gliele ha cantate, guardalo com’è in imbarazzo, messo di fronte ai limiti della sua conoscenza (piangerà fino in banca); e chi linka quello stesso minuto di Joe Rogan per dire che ospite ridicolo, come non è all’altezza, per fortuna che Joe c’è e ci dice la verità, non come questi dei mainstream media, che ho pensato tutto ieri a come tradurlo e poi qualcuno m’ha detto: giornaloni.
Chi ce la mena da un mese con “Adolescence” (cioè tutti, perché a non aver scritto un articolo su “Adolescence” siamo rimaste io e una tizia in provincia di Crotone che ha finito i giga e sta scegliendo le bomboniere e insomma è un mese che è senza connessione e senza pensieri); e chi è attonito perché due conduttori della Bbc avevano ospite la capa dei conservatori inglesi e hanno passato minuti a chiederle come sia possibile che non abbia visto “Adolescence”, tutti ne parlano, forse a lei non interessa ciò di cui parla il paese reale?
Chi sostiene che tutti crediamo in una qualche teoria del complotto (me compresa, che mica ho mai firmato per la donazione di organi), e la mia amica C., che quando seppe che non avevo firmato per la donazione di organi voleva farmi rinchiudere al reparto di neuropsichiatria, e la vignetta del New Yorker in cui il padre dice al figlio che i nostri tempi sì che erano belli, niente smartphone e avevamo l’estremismo fai da te (e i vignettisti del New Yorker neanche hanno avuto gli anni di piombo).
Alcuni sono uguali ai sé stessi di allora incidentalmente contrari ai sé stessi di ora. Douglas Murray che nel 2025 chiede a Joe Rogan se non abbia una qualche responsabilità nel dar voce a proprio tutti i picchiatelli in circolazione, e a trattarli tutti come non fossero picchiatelli ma studiosi, e poi la gente ci crede, e finisce che cerca di curarsi il Covid con le medicine per cavalli che piacciono agli amici di Rogan; e Douglas Murray che nel 2022 dibatteva contro Malcolm Gladwell sostenendo che non bisognasse fidarsi dei mainstream media (che io all’epoca traducevo con “media generalisti”, ma Murray a un certo punto dice che da una parte ci sono quelli e dall’altra Fox, quindi immagino intenda “media di sinistra”), e che fosse uno scandalo che Facebook oscurasse i post che suggerivano di curarsi il Covid con le medicine per cavalli.
Non so se abbia ragione o torto il Murray di adesso o quello di allora (non m’intendo di veterinaria); di sicuro aveva ragione il moderatore che nel 2022 gli chiedeva: vabbè, ma allora di chi dobbiamo fidarci, di Substack? (Intesa come piattaforma di newsletter, e pronunciata col tono con cui qualche anno prima avremmo detto: ora stai a vedere che dobbiamo credere ai blog).
Nel 2022 Murray diceva che la gente una volta ascoltava Walter Cronkite (l’Enzo Biagi d’America) perché una volta il giornalismo esponeva i fatti (the story) e adesso vuole costruire il racconto (the narrative). Ma la risposta, amico, te la dà il te stesso del 2025 costretto a constatare che la gente ascolta i picchiatelli da Rogan e non gli inviati seri che fanno inchieste di cento cartelle: la gente ascoltava le persone serie solo quando non aveva alternative. Se le dai un’alternativa tra la fatica d’informarsi, di leggere, di pensare, tra la fatica e le cazzate, la gente sceglie sicuro le cazzate: ma tu lo sai a che ora si sono svegliati stamattina?
L’altro giorno un amico abbonato alla testata preferita dal ceto medio complessato m’ha raccontato che, nella rassegna stampa che paga per ascoltare, parlavano di non so che sportiva che s’era rotta quell’osso di fianco alla tibia, e il tizio che fa la rassegna stampa per la testata che si rivolge a chi si percepisce istruito e informato, quel tizio pronuncia quell’osso «peròne», e insomma ditemi ancora che il pubblico si disinforma e s’analfabetizza ascoltando Cruciani, dai.
A un certo punto di quel dibattito di tre anni fa – di quel dibattito che non vi linko perché siamo onesti: siete il pubblico di questo secolo, due ore di gente che parla non avete la concentrazione per seguirle, già arrivare in fondo a quest’articolo v’affatica – Douglas Murray faceva quel che a Bologna si chiama un liscio e busso a Malcolm Gladwell. Gli diceva: io il tuo libro sull’Irlanda del Nord l’ho letto, era così pieno di castronerie che trasecolo che il tuo editore non l’abbia fatto correggere. Poi però arrivava al vero punto, che più o meno faceva così: ho scritto anch’io un libro sull’Irlanda del Nord, ha venduto assai meno, però era molto più preciso.
Insomma, aveva già abbastanza informazioni per sapere che, potendo scegliere, il pubblico sceglie il peggio (come peraltro praticamente ogni elezione in ogni luogo del mondo ha dimostrato da che esiste la democrazia, democrazia che è già un bell’ingombro in politica e non si capisce perché abbiamo deciso debba valere anche nella cultura, essendo il pubblico e l’elettorato lo stesso scemissimo insieme che meno sceglie e meglio è).
E sì, lo so che quando dico che il tizio della testata del ceto medio complessato non sa che “perone” è una parola sdrucciola sembro Murray invidioso delle vendite di Gladwell, ma d’altra parte tutto è uguale a tutto, ve l’ho detto, e in particolare i bluff che attecchiscono sul ceto medio complessato somigliano tutti a Gladwell, e noialtri di minor successo somigliamo quasi tutti a Murray che neanche s’accorge del mondo in cui sta vivendo, e trasecola della cialtroneria di Rogan come se la cialtroneria non fosse la parte più importante del suo successo, quella in cui più si specchia il pubblico, quella che gli fa dire: altro che giornaloni, questo culturista miliardario sì che mi somiglia.
In questo tempo in cui i podcaster postmoderni si differenziano dalle maciare del dopoguerra, quelle che Ernesto De Martino raccontava in “Sud e magia”, solo per l’innesto di ipermodernità sull’arcaismo, ci siamo dunque dati il limite d’una sola teoria del complotto.
E allora io rinuncio a quella secondo cui mi levano gli organi invece di rianimarmi, per aderire a quella con cui si sono giustificati tutti coloro che sono morti poveri dopo Van Gogh. Non sono io che sono più scarsa di Rogan o di Gladwell: è scarso il pubblico che, tra il mio capolavoro e la cialtronaggine di chi ha maggior successo, non sceglie me.
Rokko Smitherson, che ora vado a rivedere avendo esaurito il quarto d’ora in cui mi occupo di cose di questo secolo, avrebbe detto: e cambiamoli, questi elettori.