Non ci resta che il gossipPer sapere com’è andata davvero tra la Miuccia e la Dona dobbiamo sperare in Fedez (e Corona)

Se fosse una puntata di Black Mirror, da qualche parte ci sarebbero le registrazioni che svelano i retroscena dall’acquisizione di Versace da parte di Prada. In assenza di soluzioni di questo tipo, possiamo solo aspettare i pettegolezzi

Dal profilo Instagram di Donatella Versace

«Sul mercato ci sono voci su un vostro interesse per Versace». «Sono molto prudente su questo punto, la priorità è concentrarsi sullo sviluppo dei nostri marchi. Poi se si presentano delle opportunità le guardiamo ma non abbiamo alcuna tempistica. Rilanciare un marchio è un’impresa difficile». Era poco più d’un mese fa, Repubblica aveva fatto il restyling, quello ottanio, e quindi tutti lo sfogliavamo come fosse il 1988 e i giornali fossero rilevanti. C’era un’intervista a Patrizio Bertelli.

Accadono cose che sono come domande, passa un minuto oppure un mese, e poi la vita risponde dicendoti che hai preso il buco, che tu poverino la domanda gliel’avevi pure fatta ma Bertelli non voleva dirti che Prada stava in effetti per comprarsi Versace.

La notizia è stata ufficializzata ieri, mentre io guardavo la nuova stagione di “Black Mirror”, la cui prima puntata è intitolata “Common People”, e io quando ho visto il titolo mi sono messa a canticchiare Paul Young, la cui canzone in effetti diceva di gente cui entrava la pioggia dal tetto finendo nel latte comprato coi sussidi.

(“Love of the common people” doveva essere, da sceneggiatura, la canzone che accompagnava Mark Zuckerberg che corre per il campus in “The Social Network”. Poi è arrivato David Fincher, ha chiamato Trent Reznor, ha sgrossato il didascalismo, e la sceneggiatura è diventata un film).

Nel “Common People” scritto da Charlie Brooker per “Black Mirror”, lei fa la maestra e lui l’operaio, e di certo non si possono permettere Prada o Versace, a un certo punto lei gli dice di non finire la birra perché non potranno più comprarne fino al prossimo stipendio, figuriamoci. In “Common People” lei ha un attrezzo neurologico che ha la pubblicità come il Netflix per poveri (la mia definizione di “genio” è Charlie Brooker: uno che si fa pagare da Netflix per prendere per il culo Netflix). In “Common People” non c’è niente di lusso ma ci sono gli Only Fans (che non si chiamano così, d’altra parte pure Netflix si chiama Streamberry); servono per arrotondare e sopravvivere, mica per comprarsi le cose firmate.

La prima volta che ho visto Donatella Versace non so che anno fosse, ma ero abbastanza piccola e scema da pensare che parlare perfettamente inglese fosse importantissimo: se mi avessero detto che mi si sentiva l’accento italiano l’avrei ritenuto umiliantissimo (da grande, in genere mi dicono che parlo inglese con accento polacco, e a quel punto mi metto a parlare come Tony Soprano).

Non ricordo se Gianni fosse già morto e lei fosse già la Versace famosa nonché quella che mandava avanti la baracca, ma ricordo che consegnava un qualche premio a Madonna, e parlava un inglese che neanche certi tassisti appena immigrati a New York. Capii in quell’istante che della dizione in lingue straniere importava solo alle provinciali troppo provinciali per combinare qualcosa, mentre quelle che se ne fottono della pronuncia impeccabile poi hanno il numero di telefono di Madonna. Fu una grande lezione.

L’uscita di Donatella da Versace è stata annunciata poco meno d’un mese fa, una settimana dopo l’intervista di Bertelli, ho intuito la notizia perché Federico Lucia ha postato una foto di quella che ora sembra essere la bionda più importante della sua vita con una didascalia che diceva qualcosa come «sempre con te», e la parte che mi ha sempre incuriosito nella separazione dei coniugi Ferragni è che il bene mobile che ha tenuto lui è Donatella Versace, che per dirgli che quello appeso in casa sua è un Rothko deve consultare apposita legenda compilata da chissà chi.

Ieri, quando hanno annunciato che Bertelli non aveva dato la notizia a Repubblica ma si era in effetti comprato Versace, tutti ci siamo detti che di certo Prada aveva preteso l’uscita di Donatella, come quando compri una casa semiarredata e dici bene tutto ma i pavoni impagliati me li togliete dall’ingresso. (Parecchi anni fa, Prada fece degli accessori con piume di pavone. Mandò un cappello in omaggio alla moglie d’un ricco romano, come si fa con le migliori clienti, e quella lo mandò indietro perché le piume di pavone portano male. Puoi coprire di miuccerie una cafona romana, ma quella cafona romana resta).

Poi però Donatella ha postato una foto di lei e Miuccia, a occhio non recentissima, e in cui era pure vestita di viola (chissà le cafone romane quanto ferro hanno dovuto toccare). Sotto c’era scritto: «Sono assolutamente deliziata che Versace divenga parte della famiglia Prada. Gianni e io abbiamo sempre avuto una enorme ammirazione per Miuccia, Patrizio, e la loro famiglia. Sono onorata che il marchio sia nelle mani di una così fidata famiglia italiana, e pronta a sostenere questa nuova era per il marchio in ogni modo possibile».

E io a quel punto ho capito che guardare la settima stagione di “Black Mirror” era inutile, perché quel che mi serviva per capire questa vicenda Charlie Brooker me l’aveva già fornito quattordici anni fa, alla prima stagione. Anzi, neanche Charlie Brooker, giacché – non può essere una coincidenza – quella lì, “The entire history of you”, è l’unica puntata di “Black Mirror” che abbia mai scritto Jesse Armstrong, il tizio che poi si sarebbe inventato “Succession”, il cui tema drammaturgico sappiamo tutti essere il diritto societario.

È una puntata in cui abbiamo tutti nel cervello una telecamera che registra tutto ciò che accade, non ci sono più alibi falsi, se quella sera non eravamo con l’amante ma a tagliare le gomme al capufficio ne esiste registrazione nel nostro cervello. In casi come questo, di superiore interesse pettegolo, se ci fossero telecamere del genere il pubblico dovrebbe poterci accedere e vedere la realtà dal punto di vista delle protagoniste, com’è andata davvero, se tra la Miuccia e la Dona ci sia sorellanza o guerra fredda o che altro.

In mancanza di soluzioni blackmirroriane, c’è da sperare in una trasparenza artigianale. Ovvero che Donatella abbia detto com’è andata al suo amico al quale mostra il catalogo dei quadri, Federico Lucia. E che lui abbia conservato la buona abitudine di confidarsi col discretissimo Fabrizio Corona. Il quale a quel punto, per il bene del paese, ci farebbe ascoltare tutti i vocali di chiunque. Chi ha bisogno di “Black Mirror”, tra di noi più scaramantici che discreti.

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