Immagino che presto ne sapremo di più, almeno c’è da augurarselo, sulle cause del gigantesco blackout che ha paralizzato Spagna e Portogallo per una giornata intera. Ma forse, proprio adesso, proprio perché allo stato dei fatti, come ha dichiarato il primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez, «nessuna ipotesi è esclusa», la notizia si presta a un interessante esperimento mentale. Dopo avere vissuto la pandemia del 2020, con i lockdown e gli ospedali sopraffatti, dopo avere vissuto il ritorno della guerra in Europa nel 2022, con l’invasione russa dell’Ucraina e con tutto il successivo dibattito sulla crisi della Nato e la necessità del riarmo, assistiamo ancora una volta a uno spettacolo apocalittico, che tutto a un tratto rivela l’insospettata vulnerabilità della nostra società e la fragilità del nostro modo di vivere. Proprio ora che tutte le possibili spiegazioni del gran apagón sono ugualmente legittime – attacco hacker, malfunzionamento, guasto causato dai bruschi innalzamenti della temperatura – ciascuno di noi può verificare che cosa lo spaventi di più e dunque a che cosa sia più disposto a credere: al cambiamento climatico o agli hacker russi? Alla vendetta di madre natura o a quella di Vladimir Putin?
A seconda delle ricostruzioni che emergeranno e che saranno maggiormente credute, si può prevedere sin d’ora che qualcuno ci rimprovererà di avere trascurato il cambiamento climatico per occuparci solo della guerra, o viceversa, di non avere voluto capire per tempo che la minaccia putiniana era ben più imminente e grave dello scioglimento dei ghiacciai. Ci sarà chi chiederà di distogliere risorse dai piani di riarmo per mettere in sicurezza le infrastrutture elettroniche e chi chiederà di accelerare sul piano di riarmo per lo stesso motivo. E ciascuno, naturalmente, avrà a disposizione i propri fatti, perché la tragedia della nostra epoca è proprio questa, che ogni opinione ha diritto ai propri fatti e non tarda a trovarli sul mercato.
Come si è già visto ampiamente con la pandemia e poi con la guerra in Ucraina, la permeabilità del nostro dibattito pubblico a ogni genere di inquinamento esterno è un problema al tempo stesso di sicurezza nazionale, salute pubblica e agibilità democratica. Non per niente il bersaglio numero uno degli oligarchi insediati alla Casa Bianca, che sono oggettivamente i migliori alleati di Putin e i principali promotori della sua agenda, è proprio il tentativo di regolamentazione del far west digitale da parte dell’Unione europea. Ma tutto possiamo permetterci, in questa assurda stagione delle Apocalissi, tranne lasciar proliferare indisturbati nelle nostre società simili diffusori e amplificatori di ogni possibile paranoia. La mia personale risposta all’esperimento mentale di cui sopra è dunque chiarissima: ciò che più mi spaventa, molto più del cambiamento climatico, è il cambiamento politico-antropologico cui stiamo assistendo da alcuni anni. Più ancora di Putin, i putiniani occidentali.
Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.