Meme o non memeLa foto di Trump e Zelensky è solamente una bella foto

Nella società dell’immagine, l’immagine è un obiettivo in sé, come sa chiunque possieda un telefonino, scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette

Ukrainian Presidential Press Office via AP/LaPresse

Ora che ne hanno parlato proprio tutti, per un intero fine settimana, posso aggiungere anche il mio parere al dibattito più noioso del secolo, quello intorno al reale significato della foto di Donald Trump e Volodymyr Zelensky seduti uno di fronte all’altro nella basilica di San Pietro. E il mio parere è che non ne ha nessuno. Zero. Anche meno. Fine del dibattito. E il fatto che Trump abbia postato ben due foto di quel colloquio sul suo social network personale (Truth) è più che una conferma della tesi. 

Nel caso non lo aveste ancora capito: è il reale motivo per cui ha accettato il colloquio. Per poterne postare le foto. Perché, nella società dell’immagine, l’immagine è un obiettivo in sé, come ormai dovrebbe sapere chiunque possieda un telefonino. Perché, al tempo della politica-spettacolo, l’unica cosa che conta è la qualità dello spettacolo. Il significato è morto, e chissene frega: tutto il potere al significante. 

Poi è ovvio che Zelensky, per non restare con il cerino in mano, dica che è stato un incontro storico (o meglio: potenzialmente storico). Ma ho l’impressione che questa sovrapproduzione di filologia trumpiana sui mezzi di informazione sia funzionale solo a perpetuare una pericolosissima illusione europea circa le reali possibilità di riportare sulla retta via il figliuol prodigo della Casa Bianca, sull’Ucraina, sulla Nato, sui dazi e su tutto il resto. 

Non succederà. O perlomeno, se succederà, certo non in questo modo, non con le buone, non grazie al dialogo e agli sforzi di reciproca comprensione tra alleati. Cos’altro deve dire l’intero vertice dell’amministrazione americana, dallo stesso Trump a J.D. Vance a tutto il resto della combriccola, in pubblico e in privato, in conferenza stampa e nelle chat riservate (o che tali avrebbero dovuto restare) per farci capire che considera l’Unione europea come un nemico, molto più della Russia di Vladimir Putin (verso la quale peraltro nessuno di loro si è mai fatto sfuggire una parola fuori posto?). 

L’assenza di Giorgia Meloni dalla foto che ritrae anche Emmanuel Macron e Keir Starmer assieme a Trump e Zelensky potrà essere il segno della sua irrilevanza, nonostante tutta la propaganda sul suo fondamentale ruolo di «ponte» tra Stati Uniti e Unione europea, come sostiene su Linkiesta Mario Lavia, o semplicemente una sfortunata coincidenza (certo il tweet di Fratelli d’Italia in cui si scandisce che «nel giorno dell’addio a Papa Francesco, Giorgia Meloni ha proseguito nella sua azione volta a favorire la soluzione delle questioni più spinose che agitano le relazioni internazionali» con «una tela tessuta sapientemente e con discrezione, senza cercare per sé alcuna ribalta», anche al netto della sua evidente autocontraddittorietà, depone un poco a favore della tesi di Lavia). 

Ma si tratta comunque di questioni marginali. A me preoccupa di più il fatto che in Europa non tutti colgano la differenza tra un ponte e un cavallo di Troia. 

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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