
Sfida: non credo esista parola più appropriata per descrivere la situazione in cui ci ha condotto il recente cambiamento climatico. La crisi sempre più evidente del clima, infatti, si palesa come un problema complesso, globale, dotato di inerzia. Ciò significa che non possiamo più limitarci a pensare alla soluzione di emergenze contingenti come quelle su cui, nel corso dell’evoluzione, si è plasmato il nostro cervello.
Oggi non si tratta di sfuggire al leone che nell’immediato ci vuole mangiare, ma di evitare conseguenze sempre più pesanti a lungo termine, che possono essere ulteriormente aggravate da soluzioni di emergenze attuali messe in atto senza pensare alla crisi di lungo periodo.
Superare i comportamenti radicati nella struttura base del nostro cervello rappresenta una sfida essenzialmente culturale, perché è solo la cultura che ci dà la possibilità di evolvere dagli istinti e dalla nostra parte rettile e predatoria.
Si tratta prima di tutto di una sfida conoscitiva: è fondamentale comprendere nel dettaglio cosa stia accadendo, analizzarne le cause e adottare azioni adatte ed efficaci per affrontare i problemi che ci attendono. In questo, ovviamente, ci vengono in aiuto la cultura scientifica e la scienza come mezzi concreti per indagare il reale in maniera qualitativa e quantitativa, nonché tutte le novità, metodologiche e di risultati, che queste ricerche portano con sé.
Ma ciò non basta. Nell’analisi scientifica del clima come sistema complesso emergono chiaramente i multiformi legami dell’essere umano con la natura, in una rete di relazioni inevitabili il cui disvelamento non può non avere conseguenze sulla nostra visione del mondo. Solo riconsiderando il nostro ruolo sul pianeta come “nodo della rete” saremo in grado di interagire con la natura in maniera corretta e per noi non dannosa.
So bene che in Italia, da Croce e Gentile in poi, la cultura scientifica è sempre stata vista come una cultura di serie B, puramente tecnica e non in grado di disquisire di massimi sistemi, ma ora la situazione deve cambiare. L’unico modo per costruire una visione del mondo realistica è quello di porre la scienza e i suoi risultati alla base del nostro pensare. E non è solo un assunto “filosofico” astratto: c’è anche un aspetto pragmatico, perché agire diversamente ci porterebbe al disastro.
Ma nei fatti riusciamo a impadronirci abbastanza dei metodi e dei risultati della scienza del clima da riconsiderare, a livello culturale e pratico, il nostro rapporto con la natura? Dopo la sfida scientifica e quella “filosofica”, qui nasce una terza sfida: quella comunicativa. Come viene letto il dato scientifico sui media? Come passa la conoscenza scientifica tra polarizzazioni, camere dell’eco, informazione “mordi e fuggi”?
Risolvere le tante criticità nella comunicazione e divulgazione della scienza del clima significa riuscire a costruire una base di conoscenze condivise per affrontare efficacemente la crisi climatica. In ultimo, ma non per importanza, la sfida politica. In questo campo, che è basilare dal momento in cui è proprio la politica a dover gestire la conversione ecologica ed energetica, un po’ tutti i nodi vengono al pettine.
Come può la scienza parlare efficacemente alla politica? È possibile passare da una comunicazione “a una via”, con gli scienziati che parlano e i politici che ascoltano (oppure no), a un rapporto più strutturato ed efficace? Come si possono “costringere” i politici a non guardare solo al breve orizzonte delle prossime elezioni, ma anche a quello del futuro nostro e delle nuove generazioni? Qui occorre forse abbassare le pretese e accontentarsi di soluzioni su alcuni punti base, che siano però trasversali ai vari schieramenti. Infine, sia che le precedenti sfide siano vinte oppure no, si deve delineare con efficacia il “che fare”.
E qui torna con prepotenza la considerazione delle caratteristiche del sistema clima, che ci mostrano chiaramente come si debba agire per evitare i guai peggiori del riscaldamento globale e dei cambiamenti climatici a esso associati. Mitigazione e adattamento sono i due cardini su cui lavorare, siano essi acquisiti all’interno della nostra nuova visione del mondo o solo adottati in un’ottica puramente pragmatica.
