Architetture per la paceLa Cité Internationale Universitarie di Parigi è un “mini-mondo” per giovani senza confini

Più di una città residenziale che ospita dodicimila studenti e ricercatori da tutto il mondo, è un luogo dove ci si incontra e ci si confronta. La fotografa Sared Ramírez Reynoso ha raccontato attraverso questi scatti in bianco e nero una realtà dove si pratica la pace, la solidarietà e l’uguaglianza tra i popoli

Foto di Sared Ramírez Reynoso

Questo è un articolo del nuovo numero di Linkiesta Etc dedicato al tema della Fede. Disponibile nelle edicole di Milano e Roma, negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia, e ordinabile qui (senza spese di spedizione)

Quando si entra al 17 di boulevard Jourdan a Parigi, si entra nel mondo del possibile. Una struttura in stile inglese accoglie i visitatori, che in un momento si dimenticano di essere in Francia, per poi proseguire in un parco enorme, il secondo per dimensioni nella città francese, con una biodiversità altrettanto gigantesca per varietà di specie. Quell’area, racchiusa tra il Boulevard Periferique e il Jourdan da cui si entra, è un compendio del nostro pianeta: si contano quarantatrè case, molte delle quali in rappresentanza di un Paese, che ha voluto essere presente in questo “mini-mondo” scegliendo l’architettura che meglio lo avrebbe disegnato.

Ci sono le case progettate da Le Corbusier, che firma la Fondation Suisse come fosse il modello in scala reale dei suoi cinque principi di una nuova architettura e anche la Maison du Brésil, decisamente brutalista; quelle dell’olandese Willem Marinus Dudok, che realizza il Collège néerlandais, il suo unico edificio a Parigi, sull’influenza del movimento De Stijl, e di Claude Parent che crea – tra i pochissimi esperimenti di questo tipo in Francia – un edificio sospeso a una macro struttura composta da tre archi, per l’avveniristica Fondation Avicenne.

Foto di Sared Ramírez Reynoso. Parco della Cité.

Si incontrano le case del Giappone, che vanta una facciata di foggia tradizionale, quella del Marocco, dell’Argentina, che richiama le antiche estancias della pampa, di Cuba (Fondation Abreu de Grancher), ispirata allo stile coloniale spagnolo, e quella del Messico, in una versione minimal e ultra moderna che porta la firma di Charlotte Perriand. E ancora, l’Iran, la Corea, l’India… Benvenuti alla Cité Internationale universitarie di Parigi. Benvenuti nel mondo reale dell’utopia o, se preferite, nel mondo dell’utopia reale. Perché qui, in questi trentaquattro ettari di terra parigina si praticano la pace, la solidarietà, l’uguaglianza, il rispetto e la vicinanza tra i popoli, da cento anni. A volere un luogo dove studenti di tutto il mondo potessero farsi promotori della pace fu André Honnorat che nel 1919 espresse il desiderio di creare “un luogo in cui i giovani di tutti i Paesi potessero, in un’età in cui si stringono amicizie durature, avere contatti che permettessero loro di conoscersi e apprezzarsi reciprocamente”. 

Foto di Sared Ramírez Reynoso

La Prima Guerra Mondiale si era appena conclusa e il dibattito dei movimenti pacifisti verteva proprio intorno alla possibilità di portare avanti questa istanza in maniera efficace. Un anno dopo, in qualità di Ministro dell’Istruzione Pubblica e delle Belle Arti, Honnorat insieme a Paul Appell, matematico e rettore dell’Università di Parigi, concepì l’idea di una città residenziale destinata ad accogliere gli studenti delle università parigine. Per i due uomini, sostenitori del pacifismo internazionalista e membri influenti dei circoli che lavoravano per la Società delle Nazioni, l’educazione e gli scambi culturali tra i Paesi potevano costituire una base per la pace e prevenire il ritorno del conflitto mondiale. Così trovarono in Émile Deutsch de la Meurthe, prospero industriale a capo della Pétroles Jupiter, la futura Shell France, il primo grande mecenate che, nel 1925, finanziò interamente la prima residenza, la “Fondation Emile” et Louise Deutsch de le Meurthe. La storia inizia così. Nel giro di breve, grazie alla partecipazione di Jean Branet, consigliere di Stato che divenne presidente e amministratore delegato di Pétroles Jupiter nel 1924, e alla generosità e all’impegno del banchiere David David-Weill, fu creata una “Fondation nationale”. 

Suisse House. Foto di Sared Ramírez Reynoso

L’associazione senza scopo di lucro, poi riconosciuta come ente di pubblica utilità, sarà la base per lo sviluppo futuro di questo progetto visionario. Che prende forma fantasticamente: alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, i residenti erano duemilaquattrocento, in rappresentanza di cinquatadue nazionalità, ospitati nelle diciannove case realizzate entro il 1938. La guerra naturalmente gettò la città ideale in uno stato di profondo degrado da cui però riuscì a risorgere in tempi piuttosto rapidi, dando vita a una seconda ondata di lavori di costruzione fino al 1969. Altre case verranno edificate poi nel 2013 e ora, in occasione del centesimo compleanno della Cité, ne sono in arrivo altre dieci. Tutte a rappresentare uno Stato. Tutte abitate da una mescolanza di studenti, preferibilmente impegnati in un dottorato, un post dottorato o un master in qualunque disciplina, arti incluse. 

E qui c’è la prima regola inalienabile di questa città-mondo: le case dei singoli stati devono avere come minimo il trenta percento degli occupanti di diverse nazionalità. Come da statuto infatti si vuole favorire la diversità mettendo in pratica la convivenza e il dialogo culturale tra quei dodicimila studenti e ricercatori di centocinquanta nazionalità che ogni anno sono ospitati nel campus. E in ogni casa gli studenti possono trascorrere un tempo determinato e inferiore a quello della loro permanenza alla Cité, proprio per stimolare la conoscenza degli altri, in altri contesti abitativi. 

Il contrario del nazionalismo e della nostalgia delle tradizioni di casa, magari da condividere con qualche connazionale temporaneamente in trasferta. Qui si pratica il cosmopolitismo pacifista e tollerante. Per chi crede in questi valori, la Cité è un piccolo paradiso in terra.

Oppure, un fantastico laboratorio della relatività. «Abbiamo molto bisogno di luoghi come questo», spiega Sared Ramirez, ospite alla Cité dal Messico per un master in cinema alla Sorbonne, «dove possiamo incontrarci, discutere, confrontarci e rispettarci. Non solo: questa è un’utopia realizzata nella quale si può vivere. Quando è iniziata la guerra in Ucraina ero già qui alla Cité. Due tra i miei più cari amici sono uno russo e uno ucraino e ho partecipato a molte discussioni sulla guerra. Ne è emersa subito la complessità, ma soprattutto la stupidità di mettersi gli uni contro gli altri fino ad uccidersi. Ecco, qui facciamo esperimenti di pace. Per questo il progetto Cité è importante, e noi, che siamo la nuova generazione di ospiti, abbiamo il compito di portarne avanti gli ideali». 

Lei, Sared, lo ha fatto con un progetto fotografico molto intimo. Ha scattato foto alla Cité, dentro le stanze degli studenti, li ha ritratti e ne ha raccolto le testimonianze. «Il progetto è iniziato quando ero ospite nella Casa Svizzera, la mia seconda residenza dopo quella del Messico, in occasione del suo novantesimo anniversario. 

Belgium House. Foto di Sared Ramírez Reynoso

Il direttore voleva un progetto fotografico e io ero un po’ frustrata perché il mio master era principalmente teorico: avevo bisogno di fare. Sono arrivata qui tardi, molto dopo gli studi, stavo già lavorando e mi mancava molto il cinema. Così ho raccolto la proposta del direttore. Questa scelta ha coinciso anche con una scoperta: nella casa del Belgio un amico aveva trovato un laboratorio fotografico dismesso. Lo abbiamo rimesso in funzione e abbiamo coinvolto un insegnante per imparare a sviluppare e stampare i rullini. Ero così entusiasta che ho scelto di realizzare le foto del mio progetto in pellicola. Prima di scattare, chiedevo ai singoli abitanti delle camere cosa facessero, perché avevano scelto la Cité, come si trovavano e quanto la loro stanza li rappresentasse». Un successo: a questo lavoro per la casa della Svizzera ne sono seguiti altri due. Perché è un racconto per immagini dell’unicità di ognuno, a sua volta però connesso a tutti gli altri da un’idea: contribuire al sogno della Cité. 

«Ci sono persone che passano molto tempo nella propria stanza, altri che ci vanno solo a dormire, molti che alternano il tempo in biblioteca a quello in casa. Qualcuno vive in coppia, la maggior parte da soli. In passato vivevano qui addirittura intere famiglie, ho conosciuto un ragazzo a Tangeri, per esempio, che mi ha raccontato di essere nato alla Cité. Nessuno però si sente solo. Anche nelle discussioni. Una volta mi è successo di conoscere un ragazzo mentre ero insieme al mio amico greco. Era di Cipro, “vengo dalla parte turca”, ha detto al greco, che subito ha controbattuto: “Non c’è nessuna parte turca!” È stato un momento molto drammatico ma poi, hanno scoperto di avere molto in comune, studiavano entrambi legge. E la discussione si è trasformata in un confronto sempre più pacifico». Il tempo alla Cité è quello presente, con tutte le contraddizioni, le tensioni internazionali, le guerre, le differenze tra i popoli. Ma è anche un tempo sospeso, di grande concentrazione individuale e di altrettanto grande condivisione collettiva, tra edifici storici e un parco spettacolare, a poche fermate di metropolitana dal cuore della città. 

Dunque, Sared, come si vive nell’utopia? «Onestamente, è come vivere a Disneyland: un sogno». Che lei racconta in bianco e nero, in versione analogica. Perché un linguaggio rétro non può che narrare le origini di quel luogo, anzi di quel sogno centenario, tanto reale quanto i volti e le parole dei ragazzi che lo abitano oggi.

X