
Questa notte, a Lima, Mario Vargas Llosa si è spento, circondato dalla sua famiglia. Aveva ottantanove anni. La sua morte è stata annunciata dai suoi figli, Álvaro, Gonzalo e Morgana. Se ne va così un intellettuale totale, uno scrittore che dei suoi libri ha cercato più spesso la verità che l’evasione. La letteratura di Vargas Llosa ha sempre interrogato il rapporto tra l’individuo e il potere, tra la coscienza e l’ideologia. Nella sua lunga carriera ha vinto tutti i premi più prestigiosi della letteratura in lingua spagnola, e non solo: Cervantes, Rómulo Gallegos, Planeta, Princesa de Asturias. E soprattutto il Nobel nel 2010.
Autore di romanzi divenuti classici come “La città e i cani” e “Conversazione nella Cattedrale”, è stato molto più di un romanziere: è stato un pensatore, un polemista, un protagonista del dibattito pubblico, un difensore ostinato della libertà individuale. Per oltre sessant’anni, ha costruito una delle opere più estese, coerenti e complesse della narrativa contemporanea.
Nato ad Arequipa nel 1936, Vargas Llosa ha vissuto un’infanzia segnata dalla rottura della famiglia. Il ritorno improvviso del padre — che credeva morto — fu un trauma che ricorse spesso nella sua narrativa. Da quell’esperienza nacque “La città e i cani” (1963), il primo romanzo, ispirato alla violenza vissuta al Collegio Militare Leoncio Prado. Il libro fu un caso letterario e lo rese uno degli esponenti di spicco del boom letterario latinoamericano, assieme al colombiano Gabriel García Márquez e all’argentino Julio Cortázar.
Nel 1969, pubblicò “Conversazione nella Cattedrale”, un’opera che ancora oggi è considerata il suo apice narrativo. Ambientata durante la dittatura peruviana di Manuel Odría, la storia ruota attorno alla celebre domanda: «In quale momento si è rovinato il Perù, Zavalita?». Non era solo una domanda esistenziale: era anche politica, morale, storica. La Cattedrale, in quel caso, era un bar, ma anche un rifugio per chi aveva perso ogni fede — politica o personale che fosse.
Nel 1990, Vargas Llosa si candidò alla presidenza del Perù. Venne sconfitto da Alberto Fujimori, outsider populista con un programma vago e accattivante. Quella sconfitta politica, che raccontò nel memoir “Il pesce nell’acqua”.
“La festa del Caprone” (2000), romanzo ambientato nella Repubblica Dominicana della dittatura di Trujillo, fu la sua risposta al trauma politico: un’analisi potente della tirannia, e al tempo stesso un’autopsia morale del potere. La sua vita privata, a tratti romanzesca, fu segnata da passioni non convenzionali. Si sposò con la zia Julia, poi con la cugina Patricia, da cui ebbe i figli Álvaro, Gonzalo e Morgana.