A qualcuno piaceLa mostra su Marilyn, e l’ipocrisia delle strafighe con il complesso del brutto anatroccolo

Ho pagato ventotto sterline e novanta per un allestimento che prometteva inediti sulla Monroe, ma mi hanno fatto vedere una gruccia, due calze, una forchetta e una ricevuta del Dom Perignon

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I bagni dell’Arches London Bridge sono molto puliti, quindi se vi scappa la pipì e siete in giro per Londra, se vi scappa la pipì e un bagno pulito è per voi una priorità quanto lo è per me, allora può valere la pena dare ventotto sterline e novanta, che sulla vostra carta di credito italiana verranno addebitate come trentatré euro e novanta, alla mostra su Marilyn Monroe.

Vi consiglio di fare la pipì subito, perché almeno per tutta la visita, per tutto il tempo che, se siete come me, passerete a dire che io lo sapevo che era una truffa, io lo sapevo che di Marilyn non c’è niente di nuovo da vedere, niente di nuovo da sapere, per tutta la visita penserete che in fondo quelle ventinove sterline che fanno finta d’essere ventotto sono state ben spese: almeno avete fatto la pipì in un posto non lercio.

Certo, poi c’è il problema che, se siete come me, tutto il tempo che passerete a dire ma sono proprio scema, ma quali dettagli inediti pensavo di trovare della vita di una della cui vita si sa tutto, di una che è stata famosa per dodici anni in anni senza telecamere nei telefoni, era ovvio che tutte le foto fossero già viste, tutti gli aneddoti già noti, se siete come me quel tempo lo passerete a rimuginare che ventinove sterline son settantamila lire.

Alcune cose esposte nella mostra sulla donna più nota degli ultimi cent’anni. L’abito di Jean Harlow in “Pranzo alle otto”, perché la futura Marilyn da piccina amava molto quel film. L’allestimento reca come didascalia del vestito il nome sbagliato: c’è scritto “Jeane”. Non mi lamenterò mai più degli allestimenti bolognesi.

Una ricevuta di Abercrombie & Fitch, dove Marilyn aveva comprato per trenta dollari e cinquantotto due pesi con cui allenare le braccia, che è una cosa che sapete già perché la fotografarono mentre sollevava i pesi, e come tutte le foto di Marilyn anche quella è famosissima, come tutte le foto della vita brevissima della donna più famosa e più fotogenica della storia, che però non abitava un’epoca che producesse mille foto al minuto persino delle sconosciute e quindi è riprodotta in un numero finito di immagini, e quelle immagini le abbiamo viste tutti mille volte.

Un titolo di giornale del 1952, “Marilyn Monroe – Last of the real glamor girls”. No, non abbiamo iniziato da poco a parlare di ultima diva, ultima star, ultima a saper fare il suo mestiere: persino “ultimo intellettuale” sospetto che fosse stato usato prima di Zerocalcare, anche se non so per chi altro (forse per Arthur Miller).

Una ricevuta d’una bottiglia di Dom Perignon comprata a giugno del 1962 (sarebbe morta ad agosto) per quattordici dollari e quarantatré centesimi. Delle forchette che potrebbero venire da ovunque ma noi vogliamo crederci, vogliamo credere che Marilyn avesse in casa delle forchette, perché questa informazione cambierà un po’ tutto ciò che credevamo di sapere di lei.

Il cappello da pescatore che indossava Frank Sinatra in un giorno del 1961 in cui li fotografarono assieme in barca. Il rasoio elettrico che avrebbe usato Joe DiMaggio tra il 1954 e il 1962 (DiMaggio e la Monroe furono sposati per meno d’un anno, tra il gennaio e l’ottobre del ’54).

Una gruccia, giuro che è esposta una gruccia. Di quelle che ti danno nei negozi, ha il marchio dei Meshekow Bros, un negozio di pellicce di Los Angeles, e la didascalia della vetrinetta si affretta a dirci che è proprio su quella gruccia che Marilyn appendeva la sua pelliccia (se diventate famosi, cercate di lasciare dei reperti decenti, altrimenti tra settant’anni quelli che vogliono monetizzare sulla vostra fama saranno costretti a esporre i biscotti senza zucchero trovati nella vostra dispensa).

Ci sono anche due paia di calze, che se siete donne vi faranno particolarmente ridere. Sono calze sottilissime, color carne, di Dior, di quelle che usavamo quando ci vestivamo da adulte, di quelle che si smagliavano dopo sette minuti che le indossavi. Sono intonse, eppure la mostra ci giura che un paio le indossasse Marilyn tra il 1955 e il 1962 (le famose calze di filanca che durano sette anni), e l’altro paio le avesse regalate, nel 1956, alla cuoca che cucinava per lei a Londra mentre era lì a girare “Il principe e la ballerina” (se siete famosi e regalate roba alla servitù, scegliete roba di cui poi non vergognarvi quando la servitù la rivende a collezionisti e organizzatori di mostre e feticisti assortiti).

Ci sono due momenti in cui il mio interesse si risolleva, ma viene immediatamente frustrato. Uno è quello in cui vedo esposto un biglietto scrittole da Miller (con cui fu sposata per quattr’anni e mezzo: a matrimonio finito venne chiusa in un ospedale psichiatrico, da cui la fece rilasciare DiMaggio). Solo che Miller scrive peggio d’un medico, e il biglietto è pure pieno di macchie di caffè: sembrano appunti miei.

La mostra non ha fatto l’unica cosa utile, trascrivere il testo, e quindi resto lì a strizzare i miei poveri miopi occhi invano: forse all’inizio c’è scritto «Sono seduto qui, tesoro», ma poi? Non lo saprò mai. (Le lettere di Miller alla Monroe sono andate all’asta una decina d’anni fa, il rigo più memorabile diceva «Tornerò a essere uno scrittore, credi in me»: se dovete scommettere su quale dei due componenti d’una coppia avrà vita più lunga, puntate su quello che le insicurezze le ostenta e il talento lo dissimula).

L’altro momento in cui spero d’aver scoperto una meraviglia è l’ingannevole vetrinetta che riguarda “Quando la moglie è in vacanza”: c’è un piccolo ventilatore, e il fotogramma più famoso della storia del cinema, Marilyn con la gonna alzata, e io sono lì che penso la magia dei film, un ventilatore così piccolo è bastato a far l’effetto treno del metrò che le solleva il vestito, e invece no, quello esposto è il ventilatore che lei si porta in camera nella prima scena, uffa.

Sarebbero state settantamila lire ben spese se si fosse potuto sfogliare quel copione o quello di “Gli uomini preferiscono le bionde” o quello di “Il principe e la ballerina”: sono tutti lì esposti, ma sotto vetro, più frustrante di quando qualche compagna di scuola ti faceva vedere qualche preziosità «in mano mia».

La cosa cui credo meno, anche meno delle calze, è una che mi ricorda un pezzettino della mostra su The Face. Lì c’era una frase di Glen Luchford, che fotografò Kate Moss per quella copertina del marzo 1993 in cui aveva il basco alla parigina. La frase di Luchford faceva così: «L’industria non ci capiva. Mi ricordo che facevo foto a Kate per farla vedere agli stilisti inglesi e loro non coglievano. Poi esplose e furono costretti a prenderne atto, ma era una sottocultura che mica gli arrivava davvero».

Ora, Kate Moss non è Stella Tennant, non è Linda Evangelista: non è una con la faccia strana che l’industria della moda (prescrittiva quanto quella dell’arte) s’è messa d’accordo di considerare bella, e noi pubblico abbiamo ubbidito e ce la siamo fatta piacere. Kate Moss ha i lineamenti regolari, magari non è altissima (ma per le foto non conta granché) ma insomma chi ci crede che era l’amica cozza che nessuno voleva, su. Da una parte ci sono le belle assolute, le Kate e le Marilyn, e dall’altra le «un tipo», che iniziano ad avere successo da grandi quando imparano a conciarsi. Le prime non possiamo far finta che siano le seconde solo per raccogliere punti simpatia.

Su una parete dell’Arches London Bridge c’è questa frase di Marilyn, che già conoscete così come già conoscete tutte le sue foto: «Quand’ero bambina, nessuno mi ha mai detto che ero carina. Tutte le bambine dovrebbero avere qualcuno che dica loro che sono carine, anche se non è vero». Ora, di gente della quale non esiste una brutta foto non ce n’è moltissima. Marilyn, Afef, Obama. Potrebbero questi campioni mondiali di fotogenia almeno risparmiarci gli «ero un brutto anatroccolo» che capisco siano necessari per l’immedesimabilità presso il pubblico medio, ma – e lo dico da pubblico medio – poi finisce che ci sentiamo prese per il culo?

All’uscita, uno dei ragazzi della galleria mi dice che la mostra è aperta «fino al suo compleanno» – con «suo» intende: di Marilyn. Il primo giugno. È solo in quel momento che mi rendo conto che l’anno prossimo, il primo giugno 2026, saranno cent’anni dalla nascita di Norma Jeane Mortenson (che diversamente dalla Harlow si scriveva Jeane, con la e finale).

Pensa quanto abuseranno della nostra pazienza con le celebrazioni: i cent’anni di Marilyn saranno, nel mondo, peggio dei cent’anni di Pasolini a Bologna. Se per favore, nelle mille mostre che allestirete nel prossimo anno, mi risparmiate le lagne su quanto fosse un brutto anatroccolo che aveva dovuto lavorare sull’autostima, tale e quale a voi quando mettete i filtri su Instagram. Grazie.

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