House of BibiLa solitudine di Netanyahu, e la crisi dello Stato israeliano

Il silenzio sulla morte di Papa Francesco, i conflitti con la Corte Suprema e lo Shin Bet, rivelano un premier in rotta con gli alleati storici e pronto a forzare i limiti democratici per difendersi da accuse sempre più gravi

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Giorni difficili, molto difficili per un Benjamin Netanyahu che sempre più spesso dimostra di aver perso lucidità. È stato l’unico premier al mondo a tacere di fronte alla morte di Papa Francesco, in un’evidente attestazione di arroganza, ormai sua chiave di azione su tutti i fronti. Questo mentre il suo ministro degli Esteri ha cancellato il post ufficiale di condoglianze per la morte del Pontefice. Il secondo atto di arroganza, in linea con lo stile del peggior esecutivo che Israele abbia mai avuto. Solo il presidente della Repubblica Isaac Herzog ha salvato il lignaggio internazionale di Israele e un livello condiviso di decenza: subito dopo la notizia del decesso del Papa ha emesso un comunicato di sentite condoglianze.

Sul fronte delle relazioni israelo-americane si rivela ogni giorno di più infondata la scommessa che Bibi Netanyahu ha fatto su un Donald Trump complice della sua strategia. Infatti il presidente americano invece di sostenerlo lo ha sconfessato, impedendogli l’attacco ai siti nucleari iraniani, mentre con l’Iran sta lavorando a un accordo sul nucleare contrario agli interessi di Israele e che, per di più, preme ogni giorno perché cessi subito la guerra a Gaza. Guerra che il governo israeliano continua, senza peraltro riuscire a «eliminare Hamas», obiettivo strategico di Netanyahu, con eccessi di crudeltà e nel disinteresse per la sorte degli ostaggi, come peraltro proclama e rivendica il suo ministro delle Finanze, il para-fascista Bezalel Smotrich.

Ancora peggiore è il bilancio di Netanyahu sul piano interno, nel quale si è mosso nelle ultime settimane con fare da apprendista stregone, con effetti che sfiorano l’autolesionismo. Tutto ruota attorno a uno scontro istituzionale da lui innescato a freddo, nella convinzione che il Deep State complotti contro la sua persona, e nel tentativo di evitare che una commissione d’inchiesta indipendente evidenzi le sue palesi responsabilità politiche e materiali nel non aver saputo prevenire il disastro del 7 ottobre 2023.

In questa logica di contrasto con i fantasmi del Deep State, dopo essere riuscito a far dimettere il suo ministro della Difesa Yoav Gallant e il capo di Stato maggiore Herzi Halevi, contrari alla sua strategia di guerra a oltranza a Gaza, Netanyahu ha deciso di aprire un braccio di ferro con lo Shin Bet, il Servizio segreto interno, imponendo le dimissioni al suo direttore Ronan Bar con un voto del governo. Ha aperto cioè una crisi istituzionale nel cuore dei servizi che garantiscono e proteggono la sicurezza dello Stato di Israele, superando il limite dell’eversione istituzionale, con conseguenze gravi.

Immediata la reazione della Corte Suprema, che ha congelato le dimissioni e ha imposto al governo stesso e a Ronan Bar di presentare due memorie giurate col valore legale di una testimonianza in aula di fronte alla Corte stessa. Altrettanto immediata la decisione di Netanyahu di aggravare ulteriormente la crisi istituzionale, negando alla Corte Suprema il diritto di intervenire e di avere voce in capitolo sulla richiesta di dimissioni.

Il clima si è così arroventato che Yair Lapid ha avvisato che queste decisioni del governo hanno innescato una campagna d’odio nel Paese, non solo sui social, da parte dei seguaci di Netanyahu, mirata contro Ronan Bar, tale da far temere «che vi possa essere un omicidio politico, forse più omicidi. Dopo ventisette anni dall’assassinio di Itzhak Rabin sembra che non sia cambiato molto, non abbastanza se nella società israeliana si manifestano sempre più allarmanti segni di incitamento e di escalation, di violenza che erode le fondamenta della democrazia».

Pesanti, peraltro, le denunce a carico di Bibi Netanyahu contenute nella memoria giurata presentata da Ronan Bar alla Corte Suprema:
– ha sostenuto che Netanyahu ha preteso, in colloqui personali, volutamente non verbalizzati, che in caso di crisi istituzionale il direttore dello Shin Bet obbedisca a lui stesso e non alla Corte Suprema, fatto che a suo modo di vedere costituisce un reato;
– ha ricordato i due alert rivolti al governo nei primi mesi del 2023, sui pericoli provenienti da Hamas a Gaza, con richiesta di interventi militari. Alert completamente ignorati;
– ha affermato che lo Shin Bet ha inviato al premier e a tutti gli organi governativi e di sicurezza un avvertimento eccezionale sui piani di attacco di Hamas alle 3.03 del mattino del 7 ottobre 2023. Avvertimento ignorato;
– ha accusato Netanyahu di avergli chiesto di impiegare lo Shin Bet contro i leader delle proteste contro le leggi sulla giustizia nei mesi precedenti il 7 ottobre, in violazione del ruolo istituzionale del Servizio e delle libertà democratiche;
– ha affermato di essersi rifiutato di fornire a Netanyahu un parere legale vincolante dello Shin Bet che avrebbe impedito, in nome del segreto di Stato, di testimoniare nei processi per corruzione intentati contro di lui, di fatto annullando così questi processi;
– ha allegato una mole di documenti secretati, non conoscibili, a supporto e a prova tangibile delle sue accuse al premier.

Dunque, una memoria che si inserisce in un clima già teso e che contribuisce a degradare il confronto politico, in un contesto nel quale ovviamente lo Shin Bet tende a fare corpo contro Netanyahu. Infatti, i due predecessori di Ronan Bar, entrambi nominati da Netanyahu, hanno denunciato le responsabilità del premier per il disastro del 7 ottobre, chiedendo un cambio alla guida del governo.

Così ha fatto Nadal Argaman, capo dello Shin Bet dal 2016 al 2021, e altrettanto ha fatto il suo predecessore, Yoram Cohen (a capo del Servizio segreto interno dal 2011 al 2016), che ha accusato pubblicamente Netanyahu di avergli ordinato di spiare gli altri capi della difesa e dell’intelligence israeliani, cosa che si è rifiutato di fare, e ha anche accusato Netanyahu di cercare di usare i poteri dello Shin Bet contro il rivale politico Naftali Bennett. Naturalmente, il governo ha risposto a queste accuse con una contrapposta dichiarazione giurata che rigetta tutte le affermazioni di Ronan Bar.

Il risultato è che lo scontro politico ed etico sulle responsabilità del 7 ottobre, per decisione di Netanyahu, si sta consumando in termini processuali davanti alla Corte Suprema, con riflesso sui media, invece che in un ampio dibattito pubblico gestito da una commissione d’inchiesta indipendente. L’ennesimo effetto della cultura di governo di Netanyahu, sempre più centrata sulla persona e influenzata dalla visione degli indispensabili alleati di governo. Un quadro che mette a dura prova, per iniziativa del vertice governativo, la stessa democrazia israeliana.

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