Dalla fine del mondoCosì Papa Francesco ha cambiato la Chiesa cattolica

Primo gesuita e sudamericano a essere elevato al soglio di Pietro, Jorge Mario Bergoglio ha suscitato sin da subito sentimenti contrapposti: in questi anni il suo tratto di Pontefice eccezionale, evangelico, riformista non è mai stato disgiunto dalla demonizzazione di quanti l’hanno indicato come eretico, miscredente, sovvertitore dell’ordine morale

AP/Lapresse

Alla fine, dopo che già a metà febbraio se ne era temuto il decesso per polmonite bilaterale sopraggiunta su un’infezione polimicrobica delle vie respiratorie, Papa Francesco non ce l’ha fatta. È infatti spirato oggi 21 aprile, alle 07:35, circondato dai suoi fedeli collaboratori. E, mentre già pervengono da ogni latitudine i consueti messaggi di cordoglio, al di là del Tevere si attende la Congregazione generale dei cardinali che dovrà predisporre il trasferimento della salma del pontefice nella Basilica petriana, l’inizio dei novendiali, la celebrazione della messa funebre in piazza San Pietro. Il tutto secondo il nuovo Ordo exsequiarum Romani Pontificis, rinnovato per mandato dello stesso Papa argentino e da questi approvato il 24 aprile dello scorso anno.

La notizia del decesso ha nel frattempo riacceso i riflettori sulla figura di Jorge Mario Bergoglio che, da sacerdote professo della Compagnia di Gesù e provinciale dell’Argentina (1973-1979), sarebbe successivamente diventato vescovo titolare di Auca e ausiliare di Buenos Aires (1992-1997), coadiutore (3 giugno 1997) e quindi arcivescovo (28 febbraio 1998) della medesima sede, cardinale del titolo di San Roberto Bellarmino (21 febbraio 2001), 266° Papa della Chiesa cattolica (13 marzo 2013).

Primo gesuita e sudamericano a essere elevato al soglio di Pietro, Francesco è stato più di ogni altro suo immediato predecessore il pontefice che ha suscitato sin da subito sentimenti contrapposti nell’uditorio. All’entusiasmo degli uni per discorsi e gesti, considerati rivoluzionari nella loro semplicità, ha fatto sempre da controcanto la perplessità degli altri sull’effettiva sincerità a quelli sottesa, tanto da ravvisare nel vescovo di Roma, preso «quasi alla fine del mondo», un peronista in tonaca e un populista alla ricerca di consensi. In questi anni, infatti, il rosario di lodi e osanna al Francesco eccezionale, evangelico, riformista, profetico non è andato mai disgiunto dalla demonizzazione di quanti l’hanno esecrato quale eretico, miscredente, sovvertitore dell’ordine morale. Ma una tale dicotomia valutativa è del tutto fallace, incapace com’è di cogliere la complessità della figura del papa argentino.

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Basti pensare, ad esempio, ai ripetuti pronunciamenti in materia di aborto ed eutanasia, pienamente in linea con l’insegnamento tradizionale della Chiesa, per capire come Bergoglio fosse tutt’altro che interessato al benestare della pubblica opinione. Gli stessi martellanti richiami al Catechismo ne sono ulteriore riprova. Francesco era piuttosto punto dal continuo assillo di avvicinare le masse a Cristo e disvelare loro la bellezza del messaggio evangelico nell’ottica dell’accoglienza, del dialogo, della fratellanza. Fedeltà dunque piena al deposito della fede ricevuto, ma modalità e toni nuovi nel trasmetterlo.

Esemplificativa al riguardo la questione Lgbt+, che Bergoglio ha affrontato in prospettiva antropologica ed ecclesiale: consapevole d’avere di fronte non entità astratte ma persone con un determinato orientamento sessuale o identità di genere, ha sempre considerato le stesse come amate da Dio, loro creatore, per quello che sono. Celebri le parole dette nel 2018 all’omosessuale cileno Juan Carlos Cruz: «Che tu sia gay non importa. Dio ti ha fatto così e ti ama così e non mi interessa. Il papa ti ama così. Devi essere felice di ciò che sei».

Anche verso le persone Lgbt+ Bergoglio ha dunque modificato lo stile dell’approccio della Chiesa, che, come «ospedale da campo», deve accogliere tutti e non lasciare fuori nessuno. È d’altra parte incontrovertibile come le parole e i gesti, che Francesco in dodici anni e trentanove giorni di pontificato ha riservato loro e alle istanze venienti dai movimenti, appaiano contrassegnati da ambiguità, prudenze, contraddizioni. Quest’ultime, in ogni caso, non di rado originate dal vezzo papale di parlare a braccio e colloquialmente: l’aveva dovuto riconoscere lo stesso Bergoglio a fine gennaio 2023 in una lettera al confratello gesuita James Martin, rettificando quanto detto ad AP sull’omosessualità quale peccato. Contraddizioni che sono da riportare probabilmente anche al grado di cultura e preparazione teologica del papa argentino.

A tali lacune, nonché a un qual certo autoritarismo, concretatosi in decisioni spesso verticistiche e di pancia – il drastico ridimensionamento dell’uso del Rito romano antico, che Benedetto XVI aveva liberalizzato nel 2007 col motu proprio Summorum Pontificum, ne è eloquente comprova –, sarebbero da ricondurre le criticità di un pontificato dalle molteplici riforme ecclesiali, ma più annunciate che realizzate. Di Francesco non si potrà invece non ricordare con apprezzamento il granitico magistero dell’accoglienza e di riprovazione di ogni politica dei porti chiusi, dei sovranismi populisti, dei nazionalismi imperialisti. Resteranno monito ineludibile per la Chiesa e l’umanità le parole che quell’insegnamento sintetizzano ed esprimono: «Nessuno si salva da solo, perché siamo tutti nella stessa barca tra le tempeste della storia».

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