«Sí, pero es pecado»Per Papa Francesco l’omossessualità non è un crimine, ma un peccato

In una lunga intervista all’Associated Press, Bergoglio prende posizione contro i 67 Paesi che ancora oggi puniscono per legge i rapporti consensuali tra persone dello stesso sesso. Ma i suoi predecessori consideravano un peccato i soli rapporti tra persone dello stesso sesso, non già «la condizione omosessuale»

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In tema di omosessualità Papa Francesco torna a sparigliare le carte. Secondo i critici a creare confusione. Certo è che le specifiche dichiarazioni, tratte dalla lunga intervista ad Associated Press, stanno da ieri accendendo gli animi e facendo discutere. A molti non è infatti sfuggita la contiguità temporale con le recenti anticipazioni del libro postumo di Benedetto XVI Che cos’è il cristianesimo. Quasi un testamento spirituale (in uscita il 31 gennaio per i tipi Mondadori a cura di Georg Gänswein ed Elio Guerriero) sui «club omosessuali» formatisi nei seminari dopo il Vaticano II e gli strali del cardinale Gerhard Ludwig Müller contro cardinali e vescovi eretici che, sulla scorta dello stesso Bergoglio, sono favorevoli a una legalizzazione delle unioni civili. 

Partendo dalla premessa che «l’essere omosessuali non è un reato», Papa Francesco ha definito «ingiuste» quelle leggi che criminalizzano l’omosessualità e richiamato la Chiesa cattolica a lavorare per porvi fine (Tienen que hacerlo, tienen que hacerlo). Un notevole passo di cambio, dunque, rispetto alla linea finora tenuta dalla Santa Sede, che, in qualità di Stato osservatore dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, si è sempre opposta ai vari progetti Onu di depenalizzazione universale dei rapporti consensuali tra persone dello stesso sesso, sia pur per evitare – come ebbe a dire nel 2008 l’allora direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi – «meccanismi di controllo in forza dei quali ogni norma che non ponga esattamente sullo stesso piano ogni orientamento sessuale, può venire considerata contraria al rispetto dei diritti dell’uomo» e la conseguente «messa alla gogna» degli Stati contrari.

Bisogna ricordare che in 67 Paesi i rapporti consensuali tra persone dello stesso sesso sono puniti per legge con pene carcerarie fino all’ergastolo. Numero che, in realtà, va portato a 69 considerando che in Egitto e Iraq sono criminalizzati de facto. In cinque Paesi vige inoltre la pena di morte: mentre in tre di essi (Arabia Saudita, Iran, Yemen) essa è applicata sull’intero territorio statale, negli altri due (Somalia e Nigeria) solo in alcune specifiche province. In altri sei, infine, cioè Afghanistan, Brunei, Emirati Arabi, Mauritania, Pakistan, Qatar ne è contemplata la possibilità anche se da tempo non è irrogata a chi si macchiasse di “sodomia”. 

Enormità tale da indurre nel 2018 la Casa Bianca ad accogliere la proposta di Richard Grenell, già ambasciatore in Germania e poi direttore ad interim della National Intelligence, e lanciare una campagna per la depenalizzazione mondiale, illustrata dallo stesso Donald Trump, il 24 settembre 2019, all’Assemblea generale dell’Onu. Anche se poi il tutto si sarebbe risolto con un nulla di fatto, diventando uno strumento di propaganda utilizzata per lo più dal tycoon per attaccare i governi nemici.

Non si può poi non rilevare come quasi la metà dei Paesi in cui vigono tali norme siano a maggioranza cristiana e, come nei casi più tristemente celebri di Ghana e Uganda, cattolica. Ecco perché il Papa, pur riconducendo l’appoggio dei vescovi di alcune parti del mondo a specifici contesti culturali, ha parlato di necessario cambiamento (proceso de conversión) di quei presuli, perché riconoscano la dignità di tutte le persone, comprese le omosessuali, e usino loro la stessa tenerezza «che Dio ha con ciascuno di noi». Chissà cosa ne avrebbe pensato il ghanese Richard Kuuia Baawobr, creato cardinale il 27 agosto scorso proprio da Francesco e deceduto il 27 novembre, lui paladino delle crociate anti-Lgbt+ in un Paese, in cui i rapporti tra persone dello stesso sesso sono puniti fino a tre anni di carcere e in cui è all’esame una proposta di legge ancora più draconiana di quella russa contro la cosiddetta propaganda omosessuale. 

Il defunto porporato s’era reso soprattutto celebre il 7 aprile 2020, quando aveva pubblicamente ringraziato il neoeletto presidente del Parlamento, Alban Sumana Kingsford Bagbin, per l’inflessibilità contro la promozione dei diritti Lgbt+ e l’aveva esortato a non cedere ad alcuna pressione esterna. Per non parlare poi dell’aperto sostegno alla conferenza regionale del World Congress of Families, tenutosi nella capitale ghanese dal 31 ottobre al 1° novembre 2019, e la precedente opposizione proprio alla depenalizzazione dei rapporti consensuali tra persone dello stesso in sesso Africa, come richiesto nel 2012 dall’allora segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon.

Non è mancato infine uno scivolone nell’intervista, quando Bergoglio, esplicitando un’eventuale obiezione al suo ragionamento e non rigettandola del tutto, ha parlato di omosessualità come «peccato» (Sí, pero es pecado) per poi specificare: «Bene, prima distinguiamo il peccato dal crimine. Però è anche peccato la mancanza di carità verso il prossimo» (Bueno, primero distingamos pecado por delito. Pero también es pecado la falta de caridad con el prójimo). 

Orbene, lo si potrà forse ascrivere alla mancanza di precisione in cui si può incorrere nel parlare a braccio, ma i suoi immediati predecessori hanno considerato peccato i soli rapporti tra persone dello stesso sesso, non già «la condizione omosessuale». La lettera dell’allora Congregazione per la Dottrina della Fede Homosexualitatis problema (1° ottobre 1986) e Catechismo della Chiesa cattolica docent!

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