Pochi giorni fa, seduta al ristorante, ho vissuto un’esperienza che (per fortuna) non mi era mai capitata. E non perché il menu fosse impegnativo, non si trattava di cucina talmente creativa da lasciarmi senza armi per comprendere.
Il problema è stato molto più pratico, e tragico. Ma come me, nessun’altra persona presente sapeva come affrontare la situazione, e questo – sì – mi è sembrato assurdo e pericoloso.
Milano, interno giorno. Un ristorante affollato, giustamente celebre per la sua cucina da trattoria, molti stranieri – segno di una buona copertura mediatica nelle guide estere. Una bella situazione vivace, molto vecchia Milano, con le tovaglie a quadretti ma il coprimacchia bianco, con tanti quadri e fotografie d’antan alle pareti: quel giusto mix che riporta immediatamente ai locali da famiglia borghese.
Nel tavolo dietro al mio, quattro ragazzi non italiani chiacchierano, ordinano, bevono vino, si divertono. Intorno a loro, a noi, varie nazionalità si intersecano, i tavoli si scambiano consigli sui piatti imperdibili, le cameriere viaggiano veloci con gli auricolari in contatto con la cucina. Al bancone c’è un movimento cadenzato per preparare acqua, vino e caffè.
Non è un posto improvvisato gestito da ragazzi inesperti, non sono persone al primo impiego, non è un locale appena nato: è quel classico posto che citerei come esempio in una lezione su come si gestisce una sala di un ristorante. È un luogo in cui sono certa che il pane e i menu arriveranno senza chiederli, che insieme ai primi porteranno il parmigiano, che l’acqua sarà a tavola due minuti dopo esserci seduti. Dove non dovrò aspettare e richiamare i camerieri, perché ognuno ha il suo rango (i tavoli assegnati a ciascun cameriere e di sua competenza per il servizio, ndr) e ognuno sa guardare i suoi ospiti e leggere le loro necessità.
Se tutto va come deve andare, o se non ci sono grandi incidenti in cucina o in sala, è il posto perfetto dove stare comodi, appagati, felici.
Ma quel giorno il destino ha incastrato uno spaghetto nella gola del giovane inglese dietro di me, e le cose hanno preso una piega davvero diversa.
Non ce ne siamo accorti subito, il volume delle chiacchiere era alto, il locale era pienissimo. Ma al decimo colpo di tosse ripetuto, la sedia del malcapitato ospite che cade e i suoi amici che iniziano ad alzare il tono della voce hanno richiamato la nostra attenzione. Il ragazzo era in piedi, con gli occhi umidi e la mano sul petto: si stava strozzando e nessuno sapeva cosa fare per aiutarlo.
La sua amica grande la metà di lui provava a fare la manovra di Heimlich, ma con gli occhi guardava supplicante intorno a sé, terrorizzata, chiedendo se qualcuno sapesse farla.
Intorno, il nulla. Solo i due tavoli subito a fianco erano scomposti, i commensali in piedi, inermi, a guardare quello che stava succedendo. Le cameriere assistevano alla scena senza sapere cosa fare. Sono stati pochi minuti, eterni, in cui l’unico istinto per me è stato afferrare il cellulare per chiamare il 118, pur sapendo che non sarebbe servito a nulla. Nessun altro in sala aveva una soluzione. Alla fine il ragazzo è riuscito da solo a salvarsi, il mio cellulare è tornato sul tavolo, e dopo pochi minuti il giovane è uscito dal locale, accompagnato dagli amici.
Dentro, la vita è ripresa come se nulla fosse successo. Anzi, in molti tavoli le persone hanno continuato il loro pranzo anche durante l’evento.
C’è un protocollo da seguire in casi come questi? Il ristorante deve avere gli strumenti per poter soccorrere un cliente che non si sente bene nel locale?
Mi ha risposto Fipe, la Federazione Italiana Pubblici Esercizi: il decreto legislativo n. 81/2008, ovvero il Testo unico sulla sicurezza, prevede l’obbligo formativo al primo soccorso per gli addetti e il datore di lavoro deve garantire la presenza sul posto di lavoro di almeno un addetto al primo soccorso per ogni turno.
Ergo, non esistono scorciatoie. Confcommercio, tramite società di servizi, fornisce rigorosa e puntuale formazione sul tema.
Questi temi sono molto delicati e vengono troppo spesso sottovalutati, pensando che nulla di così tragico possa davvero succedere.
Ma quando succede, meglio farsi trovare pronti, e meglio sapere cosa fare per far fronte a un’emergenza che si può trasformare in tragedia.
È un’altra delle incombenze che una persona che si siede a tavola non percepisce, ma che un ristoratore non può sottovalutare. Un altro tassello che rende meno poetico questo lavoro, e dimostra una volta di più quanto sia complesso e sfaccettato il settore della ristorazione.
