Odissea psichicaLa fragilità feroce di “Queer” rivive nel film più rischioso di Guadagnino

Tra biografia, desiderio, e morte, il regista palermitano rianima l’opera sepolta di William Burroughs e la trasforma in un cinema che non cerca redenzione, ma consapevolezza

Luca Guadagnino e Drew Starkey, co-protagonista del film accanto a Daniel Craig (AP Photo/LaPresse, ph. Scott A Garfitt)

«Non è proprio il suo libro migliore», dice Barry Miles a proposito di “Queer”, il romanzo di William Burroughs da cui Luca Guadagnino ha tratto il suo ultimo film, finalmente in uscita in questi giorni. Miles, autore di “Io sono Burroughs” (Il Saggiatore), la più poderosa biografia dello scrittore americano, forse il più stimato dal punto di vista letterario del gruppo che diede vita alla beat generation negli anni Cinquanta, ricorda i giorni in cui a casa dello scrittore, a Lawrence, nel Kansas, lavorando nel suo archivio, si imbattè in un blocco di pagine numerate. 

«Era il 1972, stavo catalogando diversi materiali, e di quel blocco di pagine riuscii a ricavare un senso solo dopo diversi mesi di paziente lavoro. Alla fine ebbi il manoscritto completo in pagine originali, copie carbone, fotocopie, con solo due pagine mancanti. Burroughs mi disse che si trattava di “Queer”. Da tutto quel materiale aveva preso una quarantina di pagine per completare “Junkie” nel 1953. Si pensava che il rimanente fosse stato buttato, o perduto. E invece».

Non sarà il suo libro migliore, ma per Guadagnino “Queer” – che uscì solo nel 1985 quando lo scrittore firmò un ricco contratto con la Penguin – fu una rivelazione; per anni tenne accese quelle braci che alimentarono il fuoco della sua passione per il cinema, quello più perturbante, libero da pregiudizi di ogni sorta, come non si è stancato di ripetere nelle numerose interviste per promuovere il suo film. 

Incontrare Burroughs a sedici anni e rimanerne folgorato: forse la stessa esperienza incendiaria che condivisero gli adolescenti negli anni Sessanta quando si imbatterono in “Howl”, di Ginsberg, e “On the road”, di Kerouac. Ma qui la trasposizione cinematografica, grazie a un linguaggio visivo che si avvale di una scenografia e di una fotografia di grande intensità atmosferica, restituisce qualcosa di rara bellezza all’eredità visionaria di quella stagione. Che non fu solo letteraria, ovviamente, ma travalicò i confini della percezione, ancor prima del verbo “Turn on, tune in, drop out” con cui Timothy Leary impregnò l’attivismo fine anni Sessanta lungo le strade della California. 

Scritto nei primi anni Cinquanta da un Burroughs devastato dal senso di colpa per la sorte toccata alla moglie Joan Vollmer, uccisa accidentalmente in preda ai fumi dell’alcol durante un gioco crudele, vede il suo alter ego Lee muoversi tra i bar di Città del Messico alla conquista di un amore impossibile, che ha le sembianze di un giovane ventenne americano annoiato e privo di un qualche talento, tale Eugene Allerton. 

La storia autobiografica racconta un vero incontro dello scrittore con Lewis Adelberg Marker, ventuno anni da Jacksonville, Florida, con cui, grazie a un gruzzolo ottenuto da una vendita di un terreno in Texas, Burroughs si recherà prima a Panama e poi in Ecuador alla ricerca dello yagè, la droga allucinogena di cui aveva letto nelle piccole riviste scientifiche, che tanto lo intrigavano. In particolare, aveva letto su questi fogli marginali, fuori dal contesto scientifico mainstream, che i Sovietici sperimentavano la sostanza per indurre stati di obbedienza automatica. La sua ossessione per il controllo, dunque: il motore che sarà sempre centrale nelle sue costruzioni letterarie.

Di dettagli del genere la biografia di Miles è piena. Per chi andrà a vedere il film in questi giorni, può essere interessante sapere per esempio che Lewis Adelberg Marker, lo Eugene Allerton del libro, aveva avuto una formazione militare nel controspionaggio americano. Nelle parole di Burroughs: «Aveva quell’aspetto innocente e molto americano, ma anche qualcosa di freddo e sospetto. Una persona molto fredda, il vero tipo di agente segreto. Era imperturbabile». Per conquistarlo, il trentasettenne Burroughs cercava di sedurlo «con il racconto di storie meravigliose, promesse di avventure, distrazioni e guadagni finanziari». 

Nel film, Daniel Craig realizza al meglio questi movimenti seduttivi, al limite del patetico, caldi e disperati, da uomo perdutamente innamorato. Ma niente di tutto questo, neanche l’avventurosa spedizione nella giungla che si concluse senza la tanto ricercata Ayahuasca (lo yagè), riuscì a colpire al cuore il ragazzo dagli occhi gelidi. 

Il ritorno dei due a Città del Messico, in quella comunità di expat dentro cui si nascondevano spiriti ribelli alla way of life americana, anticipa di poco la tragedia della vita, quell’omicidio che segnò per sempre Burroughs. Tanto da fargli ripetere più volte che fu quella tragedia, l’angoscia e il rimorso per la perdita di Joan, che fece di lui uno scrittore. In verità, prima dell’accaduto, aveva già scritto buona parte di “Junkie” sotto la supervisione di Allen Ginsberg, che aveva trovato per lui un editore. 

Nella sua biografia, Miles fa risalire al marzo del 1952 il momento in cui Burroughs confidò per la prima volta a Ginsberg che stava lavorando a un nuovo romanzo, un libro che poteva diventare la seconda parte di “Junkie”. La storia raccontava la sua relazione tormentata con Marker, lo Eugene Allerton della fiction, ma “Queer” non diventò mai la seconda parte di un’altra pubblicazione, a causa di infinite diatribe con il suo primo editore, rimanendo sepolto nell’archivio dello scrittore e rimosso dalla memoria per decenni. 

Miles spiega molto bene e in dettaglio, grazie a testimonianze dirette e documenti vari, come Marker rimase a fianco di Burroughs prima, durante e dopo la morte di Joan. Fu testimone non solo del delitto in quella serata maledetta, ma in sua difesa al processo, visitandolo in prigione e condividendo con lui un appartamento quando uscì dal procedimento penale, in modi mai chiariti del tutto. Finché non si dileguò per sempre, tornando nella sua Florida. 

Burroughs lasciò il Messico nel 1953 per un’altra destinazione straniera, quella Tangeri che fu scelta da Paul Bowles almeno cinque anni prima, e che altri scrittori frequentarono (Tennesse Williams e Truman Capote tra i più famosi expat). Qui Burroughs si alimentò di quel sapore da “Interzona”, tra il delirio e la fantascienza, che la città marocchina seppe ispirargli per quello che diventò il suo capolavoro, “The Naked Lunch”, scritto in camere sordide e ricostruito letteralmente, pagina dopo pagina, dai suoi amici beat, Ginsberg e Kerouac. 

Lo andarono a trovare nell’hotel El Muniria, oggi Villa Muniria, poco distante dalla medina, dove nel giardino a cui si affacciava la sua stanza scattarono una foto del loro gruppo e poi un’altra, molto famosa, sulla lunga spiaggia. C’è anche, sulle pareti della scala che porta alle stanze superiori dell’hotel, una rara immagine che lo ritrae con Paul Bowles: vestiti in modo impeccabile, ambedue hanno in mano una macchina fotografica e guardano l’obiettivo che li riprende, come due turisti americani qualsiasi, ma con l’inferno nello sguardo di Burroughs, e la distaccata espressione azzurrina di Bowles. 

Due scrittori, due mondi, due letterature da personalità diverse, ma che nell’alterità geografica e nella perdita di identità furono viaggiatori, non turisti, e non a caso intercettati da quel cinema che vuol essere tutto meno che accomodante e divertente, dal Bertolucci del “Tè nel deserto” – tratto dal libro di Bowles – al Cronenberg del “Pasto nudo”, fino al Guadagnino del perturbante “Queer”.

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