Universo estraneoTeresa Ciabatti è tornata con la stessa voce di sempre, ma in un viaggio diverso

In ”Donnaregina”, la scrittrice compie un processo di maturazione rispetto ai suoi romanzi precedenti. Ora i suoi personaggi devono confrontarsi con ciò che non conoscono, con l’ignoto e l’oscuro, sempre con il ritmo martellante

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Teresa Ciabatti torna in libreria con “Donnaregina” (Mondadori). Teresa Ciabatti riconquista la scena letteraria con la stessa voce di sempre, una voce inconfondibile, esplosa ne “La più amata” e affinata poi nel successivo “Sembrava bellezza” (Mondadori). Romanzi che formano, da diversi punti di vista, un trittico del tutto coerente. Non c’entra lo stile, o almeno non solo, ma l’Io narrante attraverso cui si ha accesso alla storia. Anche in “Donnaregina” il racconto viene guidato dall’alter ego di Teresa Ciabatti, una scrittrice, una madre, una moglie, una donna che a tratti sembra aver perso quell’irrequietudine o la sfrontatezza della sé stessa bambina. Ne “La più amata”, il fuoco era posto sull’infanzia – come sono diventata così, cosa deve aver generato questa donna incompiuta? In “Sembrava bellezza”, la scrittrice era giunta finalmente al successo e poteva permettersi, ora, di aprirsi al mondo, allontanandosi dalle pose ombelicali che tanto avevano affascinato (o irritato) i lettori di “La più amata”, e carezzando un passato non più remoto, ma recente, popolato da un microcosmo di personaggi e di storie e da ritorni che davano conto dell’incedere a volte drammatico del tempo.

Il movimento che Teresa Ciabatti compie con “Donnaregina” è di nuovo un salto, ma un salto più in là: dall’infanzia e la famiglia, passando per il liceo e la giovinezza, ecco adesso il confronto con un universo non solo all’apparenza estraneo, ma estraneo in tutto e per tutto. Chi è davvero Giuseppe Misso detto ‘o Nasone, accusato di rapina a mano armata, associazione a delinquere, associazione mafiosa, 182 omicidi commessi e commissionati? Se lo chiede la voce narrante, instillando in noi la stessa urgenza di conoscere quest’uomo di cui si conoscono soltanto le colpe e niente più. Colpe irrimediabili, è chiaro, come è chiaro che a Teresa Ciabatti non importi nulla del passato criminale di Misso e che venga accesa da ben altro: il senso di estraneità che porta con sé un personaggio simile, tutta l’alterità. Lo stesso sentimento che la protagonista di “La più amata” riversava nei confronti di sé stessa è ora al centro di uno slittamento: l’estraneo è Misso, e il viaggio che si sviluppa a partire da questi poli irriducibili, lei e lui, una scrittrice e un criminale, sarà volto a setacciare ciò che rende possibile un dialogo, delle assonanze.

L’umanità, dunque, anche in chi si è reso disumano. Operazione spericolata che in più punti sembra caracollare dietro il rischio di assolvere, nella comprensione emotiva di Misso, quello che in realtà è un assassino, ma che invece non tracima mai, grazie all’equilibrio con cui una Ciabatti funambola costruisce ogni apertura, facendo emergere la delicatezza in mezzo alle ombre, ma stando attenta a non cadere giù dalla corda. Non è il ritratto edulcorato di un boss. Ma il suo ritratto umano che, in mezzo alla cronaca dei furti, delle sparatorie e delle vendette, erompe grazie al contrasto con la voce che ne ricostruisce la storia – senza l’ambizione di essere esaustiva, lasciando la smania del biografo a chi ama rifugiarsi nella meticolosità dei fatti e forzando la mano, al contrario, sulle coincidenze, azzardando sincronismi e concordanze.

La scrittrice affronta l’alterità di sua figlia, il boss ha affrontato quella del suo. È qui che il cerchio si stringe attorno al nodo tematico del romanzo: non la camorra, non gli omicidi, neppure il lato romantico di un uomo efferato come Misso – il suo amore per le colombe, quello per la moglie Antonietta –, ma ancora una volta: l’estraneità. L’estraneità di chi è generato da noi, i figli, ma è pronto a incenerire ogni nostra idea di possesso. Per sempre stranieri, i figli. Per sempre diversi da ciò che avevamo pensato, sperato, proiettato, preteso. Il luogo a prima vista remoto verso cui Ciabatti spinge la sua protagonista brucia le distanze e cambia rotta: da viaggio orizzontale a verticale, dentro gli abissi che accomunano. Questa l’arena emotiva di una storia che cambia spesso verso e che, con gli stessi stilemi di un giallo, dopo le false piste ci presenta un colpevole: noi che abbiamo la presunzione di credere che esista il giorno e la notte, noi che siamo destinati a resistere in una zona grigia, invece, con tutte le ambiguità, e i rovesciamenti.

Poi c’è lo stile. Teresa Ciabatti vanta una cifra stilistica tutta sua. Un profluvio di ellissi e di iperboli e anafore e anacoluti, che compongono un ritmo martellante, il becco di un picchio, e un fraseggio così scrosciante da riuscire a ipnotizzare. Uno stile che tuttavia, in questo romanzo, rispetto ai due precedenti – escludiamo, per mancanza di affinità in tal senso, “Matrigna” (Solferino, 2018) –, trova la sua misura in una sonorità a tratti più quieta. La scrittrice è cresciuta e assume una nota espressiva quasi dolente, meno nevrotica, seppure immischiata nello stesso sentimento di estraneità verso sé stessa e il mondo, vicino o lontano che sia.

Dentro al caos che Teresa Ciabatti costruisce in questo magma di fatti e pensieri fulminanti, c’è l’oscurità e dentro l’oscurità c’è la miseria dell’animo umano e in fondo alla miseria dell’animo umano c’è il desiderio ardente che batte contro tutti, spesso contro i dati di realtà, e dietro al desiderio c’è la disattesa, e al cuore del disinganno che ne consegue: noi. Noi inadeguati, noi sognatori, che ci specchiamo nella voce di Teresa Ciabatti e nei personaggi che vibrano sulla scena, uscendone pieni di meraviglia ma anche sfiniti da questa tendenza a riconoscere un indizio di umanità nei personaggi più neri e a stanare ogni piccola ombra nei bianchi. Non c’è salvezza, dove ha luogo la letteratura. Poche, le consolazioni. Al loro posto, per fortuna, la magia di tracciare una linea di congiunzione anche fra due rette parallele. La scrittrice e il boss ci consegnano, nel loro confronto, una nuova geometria, oltre la realtà abusata delle cose.

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