Anni ruggentiLeggere “Il Grande Gatsby” nell’America di Donald Trump

A cent’anni dalla sua pubblicazione, l’opera di Fitzgerald permette di capire la società americana in uno dei momenti più critici della sua storia

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Cent’anni e non sentirli. Il 10 aprile 1925 l’editore Max Perkins pubblicava il capolavoro “Il Grande Gatsby” di Francis Scott Fitzgerald, all’epoca ventottenne, ma già con due titoli alle spalle, “Di qua dal paradiso” e “Belli e dannati”. Inizialmente l’opera non ebbe il successo che ci si aspettava: a dicembre aveva venduto solo ventimila copie, quasi un quarto rispetto ai risultati dell’uscita precedente.

Negli anni successivi, complici la morte prematura dell’autore nel 1940 e la massiva diffusione tra i soldati durante la Seconda guerra mondiale (centocinquamila copie mandate al fronte), sempre più lettori ne colsero la profondità e la capacità di raccontare le molteplici contraddizioni della società americana nel suo sviluppo. E oggi, in uno dei momenti più bui della storia degli Stati Uniti, “Il Grande Gatsby” è da leggere come monito contro i rischi antidemocratici dell’amministrazione Trump.

Il romanzo è ambientato nei Roaring Twenties americani, un periodo di grande sviluppo industriale e rapido aumento della ricchezza, ed è narrato attraverso il punto di vista di Nick Carraway, un giovane laureato a Yale che lavora nel campo finanziario e si è da poco trasferito a Long Island, vicino New York. Il personaggio principale è il suo vicino di casa, Jay Gatsby, un self-made man sia in termini di fortuna che di identità, innamorato di Daisy Buchanan, cugina di Nick e moglie di Tom, il quale ha un’amante, Myrtle Wilson, sposata a sua volta con un meccanico di nome George. Convinto che l’ascesa sociale e la ricchezza permettano di riscrivere il passato, Gatsby cerca ostinatamente di strappare Daisy al marito, ma alla fine deve scontrarsi con una realtà fatta di ingiustizie e disillusioni.

Sotto la superficie della trama, il romanzo di Fitzgerald presenta una serie di questioni di grande attualità. Una di queste può essere riassunta con la parola carelessness, per approssimazione semantica “negligenza” o “noncuranza”. In un recente articolo uscito sul Financial Times, Sarah Churchwell nota che «anche se non predice la politica trumpiana del 2025 in senso letterale, “Il Grande Gatsby” rappresenta perfettamente la società che avrebbe abbracciato tale politica un secolo dopo. La preveggenza del romanzo non sta nel predire eventi specifici, ma nel diagnosticare una cultura in cui il potere gode dell’impunità e la crudeltà cancella le sue tracce: una società gestita da persone negligenti [careless people, ndr]».

Con questa espressione Churchwell fa riferimento a Daisy e Tom, coppia simbolo di un’élite aristocratica irresponsabile e cinica. Lei, alla guida della macchina di Gatsby, uccide per errore Myrtle e lascia che le conseguenze dell’incidente ricadano sull’amante; lui, aristocratico cinico e indifferente ai destini altrui, spinge George a vendicarsi nei confronti del proprietario dell’auto, abbandonando così Gatsby alla sua disfatta. Sui Buchanan e sul loro atteggiamento è lapidario il commento del narratore in chiusura di romanzo: «Erano persone negligenti [careless people, ndr], Tom e Daisy: distruggevano cose e creature e poi si rifugiavano nei loro soldi o nella loro grande disattenzione [carelessness, ndr], o in qualsiasi cosa li tenesse insieme, e lasciavano che altri ripulissero il pasticcio che avevano combinato».

Un simile ritratto ben si adatta a descrivere Trump e diversi membri della sua amministrazione. In un articolo uscito a settembre 2018 sull’Atlantic, Rosa Inocencio Smith traccia un efficace paragone tra il presidente statunitense (in quel momento nel pieno del suo primo mandato) e Tom. Entrambi incarnano l’apice dello status sociale del proprio tempo: uno, sportivo di successo e amante del lusso; l’altro, imprenditore multimiliardario e uomo più importante d’America. Sono due soggetti potenti, che sfruttano il loro privilegio – sia sociale sia economico – per piegare il mondo alle proprie convenienze. E così, spiega Smith, «il denaro diventa uno scudo tra i ricchi negligenti [careless, ndr] e le conseguenze delle loro azioni, allontanandoli dal fatto che hanno commesso e dal suo significato».

Forti di questo «scudo», Trump e Tom si sentono legittimati alla disonestà e all’incoerenza. Il personaggio del romanzo, ad esempio, tradisce Daisy e al contempo deplora la perdita dei valori familiari di una volta; dice «ho letto, da qualche parte, che il sole si sta facendo ogni anno più caldo» per poi affermare subito dopo «oh, aspettate un attimo…è esattamente il contrario…il sole diventa ogni anno più freddo». E il suo alter ego reale del ventunesimo secolo non è da meno, come abbiamo potuto notare in questi anni. un’evidente alterazione della realtà dalle parti della Casa Bianca ha riguardato il consigliere economico Peter Navarro, il quale ha inventato un finto esperto chiamato Ron Vara (anagramma del suo cognome) per sostenere i dazi contro la Cina.

Tra le disparate assurdità pronunciate da Trump e Tom, ce n’è una su cui sono concordi: è quella che riguarda la teoria della Grande Sostituzione, che agli inizi del Novecento prendeva il nome di Nordicismo. Nelle prime battute del romanzo, Tom dice di aver letto “L’ascesa degli imperi di colore” di Goddard, un’opera fittizia in cui si sostiene che «la civiltà sta cadendo a pezzi» e che «la razza bianca verrà totalmente annientata».

Un secolo dopo nulla sembra essere cambiato. Negli ultimi anni, Trump ha più volte evocato lo spettro della sostituzione etnica, indicando la crescita delle minoranze etniche e dei fenomeni migratori negli Stati Uniti come esito di una congiura finalizzata a eliminare il dominio politico e culturale della comunità bianca. In entrambi i casi, la paranoia razzista viene sfruttata dai due potenti per creare un capro espiatorio e garantirsi l’immunità. Per Tom, in particolare, il bersaglio è proprio Gatsby, nouveau riche con la «pelle abbronzata», visto come minaccia al suo ruolo sociale.

Ma Trump non è solo Tom, è anche un po’ Gatsby. Come notato dalla rivista America, infatti, il presidente degli Stati Uniti e il protagonista di Fitzgerald condividono l’ambizione alla scalata sociale, tipica del sogno americano, entrambi facendo leva su una ricchezza conseguita in maniera non proprio pulita: il primo dal Queens a Manhattan fino alla Casa Bianca, il secondo dal Nord Dakota a Long Island. Un’aspirazione redentrice che, però, condannerà Gatsby a una triste fine nel romanzo. La sua vicenda, spiega il Financial Times, è la tragedia del fallimento della democrazia americana. In un paese in cui la ricchezza (raggiunta in maniera criminale) viene interpretata come la misura del successo del singolo, il sogno dell’ascesa sociale si rivela un grande inganno collettivo.

E Fitzgerald, quasi presago, lo aveva intuito: non distante dalla sfarzosa villa di Gatsby si estende la Valle delle Ceneri, «una landa irreale nella quale le ceneri crescono come il grano sulle colline, sui crinali e nei giardini grotteschi, dove prende la forma di case, comignoli e volute di fumo e, infine, con uno sforzo trascendentale, di uomini che si muovono nella luce fioca e già si sbriciolano nell’aria polverosa».

Di fatto, il mondo di Gatsby finisce per rovesciarsi in una waste land eliotiana, simbolo del decadimento morale e sociale dell’umanità, dove non c’è posto per la speranza di un cambiamento. E oggi è lì che rischia di scivolare inesorabilmente l’America, trascinata dagli slanci antidemocratici di Trump. Non un progresso in avanti, dunque, ma un eterno ritorno all’indietro, come sentenziano le ultime righe del romanzo: «Così andiamo avanti, barche contro corrente, riportati incessantemente nel passato».

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