Per uno che come luiDario Brunori, e l’obbligo di essere amabile con i fan che vogliono essere amici

La canzone per la figlia, la coppia che si scambia l’anello di fidanzamento tra una canzone e l’altra, e altre paraculate del cantautore che, un po’ Baglioni e un po’ Guccini, è riuscito a farsi notare nel sovraffollamento della musica tiktokabile

Luca Marenda

Questo è un articolo su quell’ingombro che è la memoria. Questo è un articolo su chi saranno gli A-Ha per chi ha dodici anni oggi. Questo è un articolo sui carboidrati e le canzonette, entrambe – temo – categorie ormai superate nella costruzione dei ricordi. Ma, soprattutto, questo è un articolo sul trono mai vacante del regno della paraculaggine.

L’unica eccezione al mio non aver mai sentito Brunori, prima di Sanremo, era una canzone che Spotify mi proponeva ostinatamente. Si chiama “Per due che come noi”, contiene la paraculissima frase «ma poi chi l’ha detto che è peggio un culo di un cuore», ma soprattutto contiene «vuoi fare un bambino o lo faccio io?», che credo sia la ragione della proposta algoritmica: io su Spotify ascolto sempre e solo “Don Raffae’”, e quel verso lì è chiaramente il «vi faccio la barba o la fate da sé» di Brunori.

E sì, lo so che ho scritto un milione di volte che quelli che dicono che Tizio è il nuovo Caio sono il grado zero della critica culturale, però c’è questo problema dell’età del pop. Quando avevamo dodici anni noialtri – io, ma pure Brunori che è un po’ più giovane di me ma non abbastanza – il pop praticamente non aveva passato: i nostri genitori avevano avuto i Beatles e i Rolling Stones, Battisti e Gino Paoli. Noi qualcosa in più, e questo ci porta alla mia colazione di ieri mattina.

Ci porta al bar che ha in diffusione “Take on me”, e io ho avuto dodici anni negli anni giusti per saperlo, e vi garantisco che degli A-Ha non importava niente a nessuno. Sì, il video coi disegni, bello, bravi, Morten Harket figo, ma nessuna (tranne la Manu, che guardavamo tutte come una disadattata), tra i Duran e gli Spandau e gli Wham, nessuna sceglieva gli A-Ha. Eppure, quarant’anni dopo, tutto il bar canta.

Facevano molto ridere, durante e dopo questo Sanremo, i dibattiti sul Sanremo dei cantautori. Intanto perché, dal ceto medio complessato, «cantautore» viene sempre trattato come un titolo onorifico e non come una mansione. Jovanotti si scrive le canzoni che canta. I Righeira si scrivevano le canzoni che cantavano. Mi state dicendo che “Vamos a la playa” era più d’autore di “La bambola” o di “Ma che freddo fa”? (Le ha scritte Migliacci, lo so che avete Google rotto).

Certo che c’è un problema, in una generazione di così incapaci che ogni canzone ha sei autori, ma da lì a dire che scriverti le canzoni da solo faccia di te un essere superiore: anche meno. Semmai, che a Sanremo abbia vinto Olly (che passa per cantautore nonostante quella canzone l’abbiano scritta in tre), e nei primi cinque posti ci fossero Lucio Corsi e Brunori e Cristicchi, dice un’altra cosa: esce troppa roba.

D’altra parte è tutto così: siamo troppi sul pianeta, escono troppe canzoni, troppi film, alla tele ci sono troppe partite, e le ragazze comprano troppe magliette da otto euro perché si sentono meno povere con dieci magliette diverse di cotone orrendo che con una sola ma bella.

Esce troppa roba e nessun dodicenne di oggi tra quarant’anni si troverà in un bar a squarciagolare Tony Effe o chi diavolo ascoltano i dodicenni di oggi. Il pop non è più la brillante promessa che era all’altezza dei dodici anni nostri: è un venerato stronzo, e in Italia l’unico modo che hai di non far sparire la tua canzone mangiata dalle mille uscite di ogni venerdì è andare a Sanremo. Non è Sanremo che è diventato più cantautorale: è che De Gregori quarant’anni fa non aveva bisogno di andarci per trovare un pubblico.

«Penso di avere fatto questo salto nella legittimazione popolare con una delle canzoni più mosce che abbia mai scritto. Viva la mosceria!» dice Brunori annunciando la canzone di Sanremo che, reuccio dei paraculi, esegue per ultimo bis. E che, se non siete appena tornati da Marte lo sapete, è una canzone sulla figlia, un modulo di paraculaggine che ha illustrissimi precedenti.

Ha fatto una canzone sui figli De Gregori (“Raggio di sole”, dalla quale imparai cosa fosse il bicchiere per bere forte e per bere piano molto prima che le mie amiche iniziassero a figliare), quel De Gregori che tutti dicono essere il modello di Brunori non avendo evidentemente mai visto sul palco De Gregori: uno che ai tempi miei non faceva una battuta neanche sotto minaccia armata (non so come sia oggi, ma avrò visto cento concerti di De Gregori tra i quindici e i trent’anni, e a ognuno mi era chiaro il concetto di «i simpatici mi stanno antipatici, i comici mi rendono triste»).

Ha fatto una canzone sulla figlia Guccini, che è l’evidente modello di Brunori, uno che chiaramente vuole che il pubblico vada a casa dicendo «ma quant’è spiritoso». Divagazione breve: ci si potrebbe chiedere quanto ormai sia un obbligo essere amabili con un pubblico che vuole essere tuo amico e per cui le relazioni parasociali contano più delle canzoni.

Nella puntata con Martin Short del podcast di Amy Poehler, i due dicono quant’è importante a ogni replica teatrale dare tutto, perché chi ti è venuto a vedere ha pagato i biglietti, una babysitter, se viene da fuori anche un albergo, è il suo investimento mensile e tu gli devi una seratona. Lorenzo Jovanotti, che più di altri è il media di sé stesso, dopo ogni concerto della tournée in corso fa un video su Instagram, e dopo ogni concerto dice che ogni concerto è unico e importantissimo. Al pubblico di oggi non gli devi dare solo le canzoni per cui ha pagato e la simpatia che è convinto di meritare, ma pure le rassicurazioni su quanto ci tieni a lui. Che brutta fatica.

La canzone sulla figlia l’ha fatta ovviamente anche Jovanotti, ma forse la canzone primaria di ego paterno, quella che prima di tutti ha detto al pubblico «ho fatto un figlio e non era mai successo a nessuno prima», l’ha fatta Claudio Baglioni: “Avrai” arrivò cinque anni prima della “Culodritto” di Guccini, ma mi sa che c’era già quel problema che alcuni erano più cantautori di altri. Baglioni che è citato da Brunori in “Guardia ’82” («la paura e la voglia di fare l’amore» viene da “Questo piccolo grande amore”, no?), sempre per quel problema che sì, dire che Tizio è il nuovo Caio è pigrizia analitica, ma è pure impossibile per un autore non avere riferimenti e derivazioni quando il pop ha ormai settant’anni.

Quando sono arrivata nel camerino di Dario Brunori, la prima cosa che gli ho detto è stata che l’autista che mi aveva accompagnata aveva molte opinioni perentorie sull’autotune, e perché diavolo vogliono tutti parlare dei temi più noiosi del mondo, cioè l’intelligenza artificiale e l’autotune? Lui – che ha quella nevrosi che conosco bene, diffusa tra noialtri che vogliamo farvi ridere, di dover dire qualcosa di sorprendente altrimenti ci annoiamo e se ci annoiamo noi pensa il pubblico – mi ha risposto che l’autotune è di sinistra, consente a tutti di cantare, è un mezzo democratico: gaberianamente, l’autotune è di sinistra e il bel canto è di destra.

Poi, come prima cosa, mi ha detto che lui ogni mattina apre Linkiesta e legge L’avvelenata. E io ho pensato che sono ventott’anni che vedo Lorenzo Jovanotti compiacere ogni smanioso Carneade (me compresa, me per prima) dicendogli che è proprio il più bravo, che lo legge sempre, che pezzo pazzesco hai scritto oggi, come te nessuno mai; consapevole – da molto prima che le relazioni parasociali divenissero valuta corrente – che noi Carneadi vogliamo la lusinga di dire ai cognati: Tizio Famoso sa che esisto.

Ci sono voluti ventott’anni, ma finalmente Lorenzo, la regina Elisabetta del trono della paraculaggine, può riposarsi: ha un erede. Ne avrò conferma di lì a poco, quando Brunori salirà sul palco e doserà il sarcasmo da secondo livello di lettura e gli slogan da Instagram. Dirà «mio padre è di queste parti, e questo è marketing emozionale», e quelli che ci erano cascati alla prima metà di frase si sentiranno intelligentissimi a non offendersi alla seconda. Dirà «non applaudite quando non volete applaudire, ai concerti e nella vita», che se ne facesse una maglietta sarebbe persino più venduta di quella col verso «Ti vedo un po’ stanco, maschio etero bianco».

Ricordo, una ventina d’anni fa, un qualche programma di quelli che fanno sentire istruito il pubblico facendo fare la parte degli ignoranti agli intervistati mandare in onda una signora che, alla domanda «e se suo figlio fosse etero?», rispondeva: non si permetta, mio figlio non è quelle cose lì. E non lo diceva perché era molto ironica, ma perché «etero» non era un lemma corrente. Poi abbiamo iniziato a parlare come le influencer americane, ed eccoci qui, a cantare «maschio etero bianco» senza avere ben chiaro se sia primo o secondo livello d’ironia.

È lo stesso pubblico che se deve fare una proposta di matrimonio la fa ai concerti, e a quel punto Brunori dice «chiedo al maestro, come sempre», e fa partire la marcia nuziale: non gli devi solo le canzoni e la simpatia, al pubblico, ma pure lo sfondo giusto per mettere il video su Instagram e fare invidia alle amiche, io non solo ho il brillocco al dito ma mentre me lo metteva ci guardava un cantante famoso.

Domenica, mentre al bar vanno gli A-Ha, io leggo la recensione di Michele Serra al primo romanzo di Antonio Albanese, libro che ancora non ho letto perché sta in una delle pile di libri da smaltire che sono a centinaia in ogni stanza di casa perché mica son solo le canzoni: anche di libri ne escono troppi, c’è troppo rumore di fondo, e l’ora legale un po’ allunga le giornate ma non abbastanza.

Dice Serra che per il Nino di Albanese, che cerca di tornare dalla guerra e viene da una famiglia di panettieri, «il profumo del pane è la bussola che la memoria mette a disposizione», e io ho una vita così poco irta di problemi veri che ogni tanto litigo su Proust, perché dico che poverino s’è dovuto accontentare delle madeleine perché le canzonette non le avevano ancora, e quelle funzionano assai meglio del cibo per rigettarti nel passato, specie ora che non esistono più cose che mangi solo in un luogo, in una stagione, in un’età.

A quel punto c’è sempre qualcuno che mi dice che non mi devo permettere, tu Proust non me lo tocchiiii, e temo che tra quarant’anni sarò morta, quindi non potrò fornire la controprova. Se fossi viva, tra quarant’anni del concerto di Brunori di venerdì sera ricorderei «Te ne sei accorto, sì?, che parti per scalare le montagne e poi ti fermi al primo ristorante», o quel salame calabrese che c’era nei camerini?

Forse è per quello che il titolare del trono si nutre di semi e bacche: dai camerini di Lorenzo nessuno esce con memorie gastronomiche, e quindi lo spazio neuronale resta sgombro per ricordarsi di quando si squarciagolava «il mio posto sei te». Insomma, tocca sacrificare l’enogastronomia calabrese, se si vuol essere non dico Jovanotti, non dico Guccini, ma almeno Morten Harket.

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