Da qualche tempo si parla con insistenza di un accordo di Mar-a-Lago, il piano con cui Donald Trump vorrebbe risolvere il problema del doppio deficit americano, quello commerciale e quello della spesa pubblica. Mar-a-Lago è la residenza privata in cui Trump e la sua amministrazione prendono le decisioni strategiche più importanti. Il piano segue le istruzioni contenute nel rapporto intitolato “A User’s Guide to Restructuring the Global Trading System”, preparato dall’economista Stephen Miran lo scorso novembre per il nuovo presidente. Adesso Miran guida il Council of Economic Advisers della Casa Bianca.
Nel testo si afferma che il dollaro è costantemente sopravvalutato, soprattutto perché gli asset in dollari funzionano come valuta di riserva mondiale. Questa sopravvalutazione pesa molto sul settore manifatturiero americano, mentre i settori finanziarizzati dell’economia ne beneficiano. La vera causa del crollo industriale, l’outsourcing, cioè il trasferimento delle produzioni da parte delle imprese americane verso altri Stati con basso costo della manodopera e privi di ogni controllo, è del tutto ignorato.
Il debito pubblico americano ha raggiunto trentaseimila miliardi di dollari; per l’anno fiscale 2025 il Congressional Budget Office prevede un disavanzo di bilancio di millenovecento miliardi; il deficit commerciale nel solo settore dei beni è di oltre milleduecento miliardi, mentre i servizi vantano un surplus di quasi trecento miliardi. Sono tutti andamenti in crescita.
Per risanare i problemi citati, il dollaro dovrebbe essere svalutato, in quanto la moneta forte sarebbe responsabile del gigantesco deficit commerciale, e si dovrebbero cambiare anche le attuali condizioni per gli investimenti esteri negli Stati Uniti. Ciò, continua la narrazione, dovrebbe rendere il debito più sostenibile, le esportazioni più competitive e le importazioni meno convenienti.
L’accordo si ispira a quello del Plaza del settembre 1985, in base al quale gli Stati Uniti negoziarono un deprezzamento del dollaro con i loro principali partner commerciali. Il dollaro era sopravvalutato a causa dei massicci aumenti dei tassi d’interesse avviati dall’allora presidente della Federal Reserve, Paul Volcker, nell’ottobre 1979. Nel 1981 l’interesse arrivò al picco di oltre il venti per cento. Tale operazione, tutta americana, fatta per contenere l’inflazione, mandò in tilt anche l’intero sistema del debito internazionale, penalizzando in particolare i Paesi in via di sviluppo.
Il Plaza Accord, dal nome dell’hotel di New York dove si tenne l’incontro, è considerato l’ultimo esempio di politica monetaria esplicitamente coordinata a livello mondiale. Ci sono molte differenze tra l’economia odierna e quella degli anni Ottanta. In primo luogo, il rapporto debito/Pil è ora superiore al centoventi per cento, rispetto a circa il quaranta per cento di allora.
L’Accordo di Mar-a-Lago prevede una possibile rivalutazione delle riserve auree per dare la possibilità al Tesoro di emettere nuove obbligazioni con cui comprare altre monete internazionali, aumentandone il valore e facendo, di conseguenza, deprezzare il dollaro.
Il ragionamento alla base del nuovo accordo riteniamo sia fin troppo semplicistico. Si afferma che poiché gli Stati Uniti forniscono al resto del mondo la sicurezza e l’accesso ai mercati e ai consumatori americani, Washington, in cambio, vuole tre cose: una svalutazione del dollaro rispetto alle altre monete importanti, per rendere il suo export più competitivo; il rilancio e l’ampliamento del suo settore manifatturiero; e la trasformazione dell’attuale debito del Tesoro, detenuto da Paesi e gruppi stranieri, in nuove obbligazioni con scadenza a cento anni. Sembrano davvero richieste fantasiose, tipiche di un impero in decadenza, nella sua fase terminale. Trump ci aggiunge il suo carico personale, esigendo le terre rare dell’Ucraina, la Groenlandia, il Canada e altri asset strategici.
Per raggiungere tali risultati, l’amministrazione Trump intende usare l’arma dei dazi per mettere gli altri Paesi sotto pressione e costringerli a sottoscrivere l’accordo. Afferma che i dazi farebbero anche crescere le manifatture americane. Un wishful thinking, un pio desiderio di chi ha perso la bussola e ogni cognizione delle regole fondanti dello sviluppo e della modernizzazione economica e tecnologica.
La seconda mossa consisterebbe nella creazione di un fondo sovrano americano attraverso il quale comprare monete straniere per deprezzare il dollaro. Si prevede anche l’utilizzo dell’Exchange Stabilization Fund, un fondo di riserva di emergenza creato nel 1934 dalla legge Gold Reserve Act.
Chi conosce un po’ la storia americana vi intravede una rivisitazione fuori contesto di alcune idee dei padri fondatori degli Stati Uniti, come il libro sulle manifatture e quello sulla banca nazionale di Alexander Hamilton. Non si vuole capire, però, che i dazi possono servire come strumento di difesa da parte di un’economia emergente per fronteggiare le costrizioni al sottosviluppo imposte da uno strapotere coloniale. Era la situazione della giovane repubblica americana nei confronti dell’impero britannico. Ciò non vale per gli Stati Uniti di oggi, la nazione dominante che si ritiene la più tecnologicamente avanzata del mondo.
Lo shock per gli investitori provocato dalla valanga di ordini esecutivi e dalle minacce di nuovi dazi è deliberato. Sono annunciate azioni punitive per chi non accetta la nuova politica. Di fatto, sotto la guida di Trump, l’accordo di Mar-a-Lago sostituisce anche la Federal Reserve come istituzione principale del potere monetario e finanziario.
Il punto centrale della visione del cosiddetto accordo è quello di creare un grande palcoscenico su cui l’America di Trump dimostrerà il suo potere coercitivo per cambiare unilateralmente tutti i parametri basilari dell’economia mondiale. Una coercizione palese, mascherata da presunti consensi.
A novembre, Stephen Miran aveva già previsto che la prima mossa di Trump sarebbe stata quella sui dazi, per sconquassare il sistema ed esercitare pressioni e minacce in particolare nei confronti degli alleati. Il 2 aprile si avvicina con le sue dirompenti prospettive.