Kyjiv non può aspettareLe nuove sanzioni alla Russia, e la lentezza cronica dell’Europa

I ministri degli Esteri dell’Ue hanno discusso del diciassettesimo pacchetto di misure economiche per indebolire il Cremlino sapendo che l’Ungheria farà il solito ostruzionismo. Invece l’ipotesi di nuove forniture di armi e l’invio di soldati sono sempre sullo sfondo

AP/Lapresse

La Russia non vuole la pace, l’Ucraina ha bisogno di più munizioni, l’Europa dovrebbe aiutare in tutti i modi chi si difende da un’aggressione criminale. Uscendo dalla riunione del Consiglio Affari esteri tenuta in Lussemburgo, Kaja Kallas ha dato indicazioni sulle condizioni della partita e i prossimi passi da fare. «L’Ucraina ha accettato un cessate il fuoco incondizionato già un mese fa, vediamo che solo la Russia vuole la guerra e quindi sta temporeggiando su ogni accordo», ha detto l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione europea. «L’unico modo per convincere la Russia a negoziare seriamente è esercitare maggiore pressione». È per questo che durante il vertice si è discusso del diciassettesimo pacchetto di sanzioni dall’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina.

Il vertice lussemburghese è iniziato presto, verso le 8 di mattina, non molte ore dopo il brutale attacco dell’esercito russo a Sumy. La domenica delle palme di sangue e rabbia ha fatto altre vittime civili, tra cui anche due bambini: sono più di seicento i bambini morti dall’inizio della guerra, e c’è ancora chi prende sul serio le parole di Vladimir Putin, Sergey Lavrov e compagnia quando dicono che i loro missili puntano solo bersagli militari.

I ministri degli Esteri dell’Unione avevano tutti ben presenti negli occhi le immagini dell’attacco mentre erano attorno al tavolo. Il polacco Radosław Sikorski ha detto prima dell’incontro che il raid «atroce» è stata «la risposta beffarda della Russia» agli sforzi di pace di Donald Trump. Dopo il vertice, invece, il lituano Kęstutis Budrys ha detto che «l’attacco barbaro» a Sumy rappresenta un «crimine di guerra per definizione» e ha chiesto un nuovo pacchetto di sanzioni mirate ai settori non puniti dalle sanzioni precedenti, come il gas naturale liquefatto e il nucleare, oltre alla flotta ombra. La finlandese Elina Valtonen ha appoggiato le richieste di ulteriori sanzioni severe e ha affermato che il crollo dei prezzi mondiali del petrolio causato dai dazi generalizzati di Trump era esattamente ciò di cui l’Occidente aveva bisogno per indebolire la macchina da guerra del Cremlino.

Il nuovo pacchetto di sanzioni è sul tavolo, ma ancora in una fase embrionale: a maggio verrà presentato con più dettagli. E in ogni caso una volta presentato incontrerà il veto dell’Ungheria: Budapest è sempre più critica nei confronti delle sanzioni alla Russia e puntualmente minaccia anche di bloccare il rinnovo di quelle già esistenti.

L’opposizione praticamente certa di Viktor Orbán riporta il dibattito europeo sulla Russia sempre ai soliti crocevia, in un interminabile giorno della marmotta. Ci sono i Paesi del blocco orientale – i baltici e i nordici, con la Polonia – a prendere l’iniziativa e l’Ungheria a mettere il bastone tra le ruote; l’Europa occidentale va a intermittenza, un po’ traccheggia, un po’ prova a metterci il carico da cento seguendo Emmanuel Macron e Keir Starmer, ma senza mai affondare davvero il colpo, almeno per ora.

Lo stesso cancelliere tedesco Friedrich Merz ha lasciato intendere che il suo governo potrebbe accontentare Kyjiv con una fornitura di missili a lungo raggio Taurus, quelli in grado di colpire la Russia nelle retrovie, nel suo territorio. «Ho sempre detto che lo avrei fatto solo in accordo con i partner europei», ha detto domenica, sottolineando che Regno Unito e Francia stanno già fornendo i loro missili all’Ucraina. «Bisogna coordinare tutto. E se si raggiunge un accordo, allora la Germania dovrebbe partecipare». È una rottura netta con il predecessore Olaf Scholz, ma è una promessa difficile da mantenere, a partire dalla necessità di convincere proprio i socialdemocratici che lo appoggiano al governo. La Russia ovviamente ha provato a spegnere sul nascere questa possibilità: dal Cremlino hanno commentato dicendo che la presenza di missili Taurus in Ucraina «porterebbe a un’escalation».

Anche il piano per fornire più aiuti militari all’Ucraina presentato da Kaja Kallas sembra già ridimensionato. Il progetto per portare a Kyjiv venti miliardi di euro di aiuti militari si è già ridotto a cinque miliardi, per un totale di due milioni di obici e missili d’artiglieria. Già così sarebbe un aiuto non da poco per l’Ucraina, ma è l’ennesima frattura tra i discorsi e le azioni dell’Europa – non intesa come Unione europea, ma come Stati europei (e occidentali), anche nel formato della coalizione dei volenterosi.

Intanto l’Ucraina è lì che combatte, cade, si rialza e riparte. È il quarto anno di guerra. E dopo la strage della domenica delle palme, la settimana ucraina è iniziata con un altro attacco notturno della Russia, condotto con sessantadue droni.

La Russia è appena di là del confine, non ha intenzione di fermarsi, e se deve fermarsi lo fa solo per ricaricare l’arsenale e rimpolpare le fila del suo esercito, o magari chiedere altri aiuti alla Corea del Nord, alla Cina, all’Iran. Non c’è molto altro.

L’Europa è lenta come spesso accade alle democrazie occidentali, quasi inadeguata anche nei formati che vorrebbero essere più agili e compatti sulle intenzioni, come le riunioni della coalizione dei volenterosi. È la critica mossa nella sua newsletter dall’ex ministro degli Esteri della Lituania, Gabrielius Landsbergis: «L’Ucraina ha resistito all’aggressione russa nonostante abbia ricevuto solo aiuti militari limitati dagli alleati occidentali. Dico “limitati” perché una frazione di punto percentuale dei nostri bilanci della difesa combinati non è né “generosa” né “ampia”, ed è molto lontana da ciò di cui saremmo capaci se non ci limitassimo)». La questione degli aiuti fa il paio con quello delle sanzioni, che procede molto lentamente rispetto a quanto sarebbe necessario.

L’Europa sa bene di cosa c’è bisogno, per aiutare l’Ucraina a difendersi e a difendere l’Europa stessa. Perché l’Ucraina ha bisogno di difendersi ora e di garanzie di sicurezza per il futuro, altrimenti la Russia continuerà ad attaccare e ogni pausa, ogni accordo, ogni negoziato sarà solo un intervallo più o meno lungo prima del prossimo attacco. L’Europa sa cosa serve, il problema, forse, è che non sa se è disposta a fare tutto ciò che è necessario per portare a termine il lavoro.

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