Oltre l’acquisizionePerché l’accordo Prada-Versace parla al futuro della moda italiana

L’acquisizione da 1,25 miliardi segna la fine della parentesi americana di Versace, aprendo un nuovo capitolo del settore del lusso, una nuova fase tra eredità e visione industriale. Riflessioni, strategie e simbolismi dietro un accordo che cambierà gli equilibri del fashion system

Miuccia Prada. Credits: Brigitte Lacombe

Alea iacta est. Il dado è stato tratto, nella storia dell’acquisizione di Versace da parte di Prada, di cui si parlava già da un paio di mesi. La conferma è arrivata nel pomeriggio di ieri, con le parole di Patrizio Bertelli, che ha detto «siamo lieti di accogliere Versace nel gruppo Prada e di avviare un nuovo capitolo per un marchio con cui condividiamo un impegno costante verso la creatività, la cura del prodotto e un forte patrimonio culturale. Il nostro obiettivo è di dare continuità all’eredità di Versace e la nostra organizzazione è pronta e ben posizionata per scrivere una nuova pagina nella storia del brand». 

L’accordo è stato raggiunto per 1,25 miliardi di euro, acquisendo il brand da Capri Holdings, società statunitense che nel 2018 lo aveva a sua volta comprato dalla famiglia Versace e dal fondo Blackstone. A commentare su Instagram l’accordo raggiunto è stata anche Donatella Versace, con una foto che la ritrae insieme a Miuccia Prada. «Sono lietissima che Versace entri a far parte della famiglia di Prada. Io e Gianni abbiamo sempre avuto una grande ammirazione per Miuccia, Patrizio e la loro famiglia. Sono onorata che il brand sia nelle mani di un’azienda familiare italiana così degna di fiducia e sono pronta a sostenere il brand in questa sua nuova era in ogni modo nel quale sarà possibile».

Al di là delle dichiarazioni relative alla notizia, il mercato sembra aver preso positivamente nota dell’accordo: oggi, il gruppo Prada ha guadagnato quasi tre punti percentuali sulla borsa di Hong Kong. Un rimbalzo parzialmente dovuto anche alla decisione di Trump di sospendere per novanta giorni i dazi verso alcuni mercati, Europa compresa, ma che sicuramente ingloba anche le prospettive e le potenzialità di questa acquisizione. Versace torna così in Italia, dopo una parentesi americana all’interno di un gruppo, quello di Capri Holdings (fondato nel 1981 da Michael Kors), che non aveva mai avuto nel suo portfolio delle maison del lusso.

Oltre a Versace, il gruppo possedeva infatti il brand del fondatore e quello di calzature Jimmy Choo: l’inesperienza nella gestione di un patrimonio così complesso ha visto un’ulteriore difficoltà nel periodo storico, che, tra conflitti mondiali ed economie in recessione, non vede nell’acquisto di abbigliamento di lusso una priorità. Nel 2023 c’era stato il tentativo da parte di Capri Holdings di una fusione con Tapestry (che possiede i brand Coach, Kate Spade e Stuart Weitzman): se l’operazione fosse andata in porto si sarebbe creato un gruppo della moda americano dal valore di 8,5 miliardi di dollari. L’accordo era però stato bloccato dal tribunale federale di New York, per scongiurare il rischio di monopolio.

Prada MFW25. Courtesy of Prada

In effetti, questa soluzione, per quanto semanticamente e simbolicamente dicotomica (Donatella Versace e Miuccia Prada hanno sempre rappresentato due modi di intendere la vita, e le donne che quella vita la abitano, in maniera quasi contrapposta) sembra l’unica dotata di un senso. Nonostante il mondo immaginifico e larger-than-life di Versace abbia sempre visto negli Stati Uniti un mercato di riferimento, i riferimenti che Gianni Versace ha dissacrato hanno molto più a che fare con una cultura architettonica, letteraria e storica che mette le radici nel Mediterraneo. A questo proposito basti vedere l’ultima collezione prodotta dal creativo, presentata solo una decina di giorni prima dal suo assassinio a Miami, e ispirata all’impero bizantino e ai suoi simbolismi (qui un pezzo scritto in merito dal curatore e giornalista Alexander Fury per AnOther). 

D’altra parte, per il gruppo Prada (che possiede nel ramo abbigliamento e accessori, oltre al brand eponimo, anche Miu Miu, Church’s, e Car Shoe) questa acquisizione è un nuovo e fondamentale passo verso la creazione di un reale polo del lusso italiano, alternativo al monopolio francese di Kering e Lvmh. Un’ambizione sempre sottaciuta, nello stile discreto di Prada, che oggi diventa però non solo ammissibile, ma anche ragionevole. Negli ultimi anni Prada e soprattutto Miu Miu hanno registrato utili e risultati che pochi altri riescono ad eguagliare, soprattutto considerata la difficile congiuntura economica, e l’azienda si è strutturata negli anni proprio per arrivare a questo risultato.

Patrizio Bertelli. Credits: Alessia Pierdomenico

In effetti, parlando dell’acquisizione, l’amministratore delegato del gruppo Andrea Guerra ha commentato «l’acquisizione di Versace rappresenta un passo ulteriore nel percorso evolutivo del nostro gruppo e aggiunge una nuova dimensione, diversa e complementare. L’infrastruttura del gruppo è forte, abbiamo verticalizzato le organizzazioni dei nostri brand, e abbiamo rafforzato le nostre routine ed i nostri processi. Ci sentiamo pronti ad aprire questo nuovo capitolo. Versace ha un potenziale enorme. Il cammino sarà molto lungo e richiederà pazienza e disciplina nell’esecuzione. L’evoluzione di un marchio necessita di tempo e di cura continua. Voglio ringraziare Capri Holdings per aver preservato ed ulteriormente arricchito l’heritage di questo magnifico brand. Nonostante il periodo di grande incertezza, guardiamo al futuro con fiducia, proiettati su una visione strategica di lungo termine».

In effetti, andando a guardare nel passato del gruppo, c’era già stato un tentativo in questo senso: nel 1999, infatti, Prada acquisì Jil Sander e Helmut Lang, ceduti poi tra il 2004 e il 2005. Ancora prima, Bertelli aveva comprato delle azioni di Gucci nell’era d’oro di Domenico De Sole e Tom Ford: quelle quote furono però rivendute a Lvmh, in quella che nel 2016 Repubblica definì una “contesa a colpi di OPA” per il controllo del brand infine acquistato dalla Ppr di François Pinault (che oggi è la Kering del figlio François-Henri Pinault). Riflettendo in seguito sulle sue esperienze con Jil Sander e Helmut Lang, fu lo stesso Bertelli ad ammettere alcuni errori: nella cornice del Milano Fashion Global Summit del 2021, dichiarò «L’errore fondamentale penso sia stato quello di aver lasciato la gestione a loro mentre invece avremmo dovuto gestirli noi. Questa è una cosa che nelle acquisizioni non va fatta soprattutto per aspetti finanziari e di distribuzione. Invece, ritengo che i gruppi italiani non si siano formati in tempo per l’atteggiamento individualista di ognuno. Il problema di fondo è che chi vuole fare un gruppo italiano lo dovrebbe fare in forma di aggregazione e non di predominio. Bisogna uscire dal canone della proprietà come valore assoluto».

Sfilata Versace. Courtesy: Lapresse

E dagli errori si è probabilmente imparato, se si legge tra le righe nell’avvicendamento alla direzione creativa di Versace: il nuovo stilista a capo del brand è Dario Vitale, ex design director di Miu Miu. Nonostante non ci sia nessuna conferma ufficiale che la scelta di Vitale sia stata favorita da Prada, il suo nome rappresenta per la maison milanese una persona di fiducia, con la quale si è già lavorato in maniera efficace, e che si ritiene all’altezza di un compito così complesso. Inoltre, mantenere la presenza di Donatella Versace – che rimarrà all’interno del brand fondato da Santo e Gianni in qualità di Chief brand ambassador, e quindi madrina di tutte le iniziative filantropiche del brand, storicamente vicino alla comunità LGBTQIA+ – è da intendersi non solo come una “gentile concessione”, una sorta di onore delle armi reso dalla nuova proprietà, quanto una mossa intelligente a livello di immagine. Pensare a un nuovo corso di Versace senza la benedizione e la presenza di Donatella, sarebbe stato avventato e poco rispettoso del lavoro che la creatrice ha portato avanti negli anni drammatici che sono venuti dopo la morte inaspettata di Gianni.  

Il futuro, per il resto, è ancora tutto da scrivere. Ma le basi messe da Patrizio Bertelli e Miuccia Prada, sembrano molto più solide di quanto non fossero vent’anni fa. E forse, finalmente, è possibile sognare un polo del lusso che torni a parlare la sua lingua madre, quella italiana, seguendo le direttive che Bertelli aveva indicato già cinque anni fa: aggregazione, non predominio.

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