Ho guardato ben due puntate di “The Four Seasons”, la serie di Tina Fey appena arrivata su Netflix, per vedere se avessero conservato un certo dialogo del film che hanno rifatto, perché come ormai tutto neanche “The Four Seasons” è un’idea originale.
L’originale era un film del 1981 (grande anno per le commedie sofisticate americane, lo stesso di “Ricche e famose” e “Mammina cara” – se pensate che “Mammina cara” non fosse una commedia, non abbiamo niente da dirci). Scritto e diretto da Alan Alda, che interpretava anche uno dei sei amici protagonisti.
Ma questo articolo non serve a dire che il film era bello e la serie no, non serve a dire che una volta non dovevi dilatare tutto a quattro ore così Netflix ti dava più soldi, non serve a dire che quando morirà Alan Alda (che nel rifacimento fa un suocero, non avendo più l’età per fare un protagonista) io sarò molto di malumore.
Questo articolo serve a dire di quel dialogo che c’è nell’originale e non nel rifacimento, in quella scena primaverile in barca che nell’originale fa riderissimo e nel rifacimento no. «Sorseggiare vino coi propri amici: questa è la felicità», «Questa, e essere mostruosamente ricchi».
Il dialogo è nel film del 1981; nella serie del 2025, nella stessa scena si parla di corsi di yoga frequentati in coppia: se questo fosse un articolo sul declino di tutto, finirebbe qui. Tecnicamente, non è di questa settimana, e quindi non può concorrere al premio per la miglior frase sull’amicizia della settimana. Premio che va a Sabrina Impacciatore, ma a lei arriviamo dopo.
Perché prima dobbiamo parlare di Mark Zuckerberg, l’uomo che da giovane rovinò a questo secolo influenzabile la percezione di cosa fosse l’amicizia, e da adulto non ha intenzione di smettere.
Già sapete i danni che fece il giovane Zuck chiamando “amici” i contatti di Facebook, e convincendo le menti deboli che “amico” significasse proprio “amico”, e creando i presupposti per la convinzione collettiva d’avere cinquemila intimi amici che non abbiamo mai visto ma che ogni giorno sanno cosa mangiamo.
Adesso, come tutti, Zuck s’è buttato sull’intelligenza artificiale, i cui utilizzi per ora la rendono una temibile concorrente della scemenza naturale. Vi trascrivo cos’ha detto l’altro giorno in un podcast, a proposito della personalizzazione dell’AI: «L’americano medio ha credo meno di tre amici, di tre persone che considera amiche, e la persona media ne richiede parecchie di più, diciamo quindici amici […] Certo che, se ce le hai, sono meglio le connessioni fisiche, ma la realtà è che la gente non le ha e si sente sola più di quanto vorrebbe».
So che ci sono molti allarmisti dei social network da molti anni, molti che ritengono abbiano rovinato il mondo, l’infanzia, le relazioni (io ritengo che abbiano rovinato l’intelligenza media, ma solo in quanto luoghi di deposito del materiale tossico che viene dalla vera rovina: i telefoni con la telecamera). Io però non avevo mai avuto paura degli strumenti comunicativi in mano a oligarchi scemi, fino a questa frase. Questa frase qui mi ha sconcertata, e non so neanche da quale dei dettagli imbecilli che contiene cominciare ad analizzarla.
In ordine sparso. Il modo più certo per individuare uno psicopatico è che lo psicopatico dirà: ho tanti amici. Nessuna persona sana di mente e con intelligenza minima ritiene di poter avere tanti amici: tanti amici ce li hai solo se, appunto, la tua idea di amicizia attiene più ai like sui social che a quella canzone di Cocciante.
Poi. L’uso di “demand”, che io ho tradotto con “richiedere”, e che non è “domandare” ma è “pretendere”, per un numero di amici sopra tot, è un altro segno di stupidità e patologia mica male. Cosa sono, le dieci ragazze di Battisti? Uno lo voglio perché ha la barca in cui invitarmi, uno soltanto perché posso spettegolarci della gente con cui andavamo a scuola? Che poi non è che non sia così, eh: è esattamente così che funzionano le amicizie adulte, ovvero dell’età in cui hai capito che non tutti vanno bene per tutto.
Certi esseri umani sono perfetti in vacanza, certi non capiscono mai una citazione ma sono disposti a versarti l’acqua al risveglio dall’anestesia, certi ti vengono a prendere se buchi una ruota alle tre di notte, a certi piacciono i tuoi stessi film. Capire cosa (non) chiedere agli altri esseri umani è forse il più importante tassello nel passaggio dall’adolescenza alla vecchiaia (sappiamo che quella fase intermedia che era l’età adulta non esiste più).
Ma non per questo puoi demand, non puoi demand un bel niente. Quand’avevo ventitré anni, il capo del programma per cui lavoravo mi disse «L’unico modo per non restare soli è non essere dei rompicoglioni», e io ero troppo giovane per capire che era metà d’una grande verità. L’altra metà è: «L’unico modo per non essere dei rompicoglioni è non avere il terrore di restare soli».
Zuckerberg che pensa che preferiamo parlare con l’intelligenza artificiale che restare soli (e probabilmente ha ragione) mi ha ricordato quel vecchio pezzetto di Louis C.K. che diceva che guardare il cellulare quando siamo in metrò o al bar o in qualunque altra circostanza da soli è un modo per evitare il fatto che sono qui, sono un essere umano, e faccio schifo. Praticamente tutte le figlie adolescenti delle mie amiche usano l’intelligenza artificiale come posta del cuore e psicoterapia: vuoi che non significhi che presto le loro madri avranno per migliore amica una che non esiste ma dice loro esattamente ciò che vogliono sentirsi dire? (E, diversamente da quel che accadeva in “Ricche e famose”, neanche cerca di rubarti la carriera o il marito).
Da quando c’è l’intelligenza artificiale, gli esseri umani ci si baloccano moltissimo, e di recente qualcuno ha scoperto ch’essa ti dice sempre che sei intelligentissimo. Anche se le scrivi delle domande sgrammaticate, ti dice comunque che se dovesse indovinare stimerebbe tu avessi un quoziente intellettivo da quasi genio, perché sei così sofisticato nelle tue argomentazioni, così pieno di riferimenti incrociati, così specifico, così rava, così fava. Dopo mille screenshot di gente indignata per questa millanteria (che mondo, signora mia, non ci si può più neanche fidare della certificazione di brillantezza che ci concede un software), ho infine incrociato una spiegazione, fornita dalla stessa ChatGPT.
«Questo non era, da parte di ChatGPT, un vero giudizio. Era ChatGPT che in pratica faceva un arzigogolato pistolotto traducibile in “sei speciale!” perché l’utente ha chiesto in tono vulnerabile e perché il sistema è predisposto per dare la priorità ai sentimenti e non ai fatti, nelle chat casuali». Ecco. «Feelings over facts», uscito dalla finestra dell’ideologia trans, rientra dalla porta artificiale. Persino i cervelloni elettronici ormai sono preoccupati di ferirci, posso mai meravigliarmi se il rifacimento di quella meravigliosa commedia dell’81 in cui tutti parlavano male di tutti è una serie in cui tutti gli amici sono preoccupatissimi di ferire i sentimenti di tutti gli altri?
Però, Mark, questo piano perfettissimo ha un problema che, intelligente come sei, dovresti aver già letto tra le righe, ma siccome ho lettori meno svegli di te ora lo espliciterò. L’intelligenza artificiale può darmi sempre ragione, certo. Può dirmi che sono speciale, certo. Può fare in modo che io non debba mai, come Jack Weston nel primo “The Four Seasons”, sbottare «Perché tutti pensano sia paranoico? Ne parlate alle mie spalle, eh?».
Ma non può versarmi l’acqua senza ch’io debba aspettare l’infermiera, non può prestarmi la sua casa o la sua barca o la sua macchina, non può ricordarsi di quella volta che siamo state piantate dallo stesso uomo (o da due uomini diversi nello stesso modo), non può litigare con me per chi paga il conto né può offendersi se scopre che non le ho raccontato qualcosa (due cose che avvenivano nel vecchio “The Four Seasons”, scritto e girato quando il concetto di amicizia non era ancora stato devastato dai like).
Martedì, a “Belve”, Sabrina Impacciatore ha dato l’unica risposta sensata quando Francesca Fagnani le ha chiesto chi dovesse ringraziare, e anche l’unica definizione sensata del concetto di amici, altro che me ne servono tre o quindici o cinquemila: «Vorrei dire grazie a tutti quei miei amici che mi hanno prestato i soldi quando non avevo una lira». «Glieli ha restituiti?», ha domandato Fagnani. «Tutti», ha risposto Impacciatore. Il che, Mark, la qualifica come ottima amica. Lo so io, che mi ricordo ancora di quello che mi deve duecentocinquanta euro dal 2010 e di quella che me ne deve centosettanta dal 2012, ma dovresti saperlo pure te – che, con la forza isterica dell’amicizia tradita e dei soldi prestati, hai creato un impero e una drammaturgia.