Sono sei settimane che, ogni mercoledì, Apple fa uscire la sua brava puntata di “The Studio” (la prima settimana erano due, quindi siamo arrivati alla settima su dieci), e sono sei settimane che io ogni mercoledì passo il pranzo a guardare “The Studio” borbottando.
Formate due file ben ordinate: da una parte quelli che hanno visto “I protagonisti”, dall’altra quelli che chiedono cosa diamine sia “I protagonisti”. Quando ero meno pessimista di ora riguardo all’umanità, avrei detto «dall’altra i trentenni», ma poi è avvenuto ciò che sappiamo: i trenta sono i nuovi dodici, i quaranta sono i nuovi quindici.
Ieri Mattia Carzaniga ha scritto su Rolling Stone un articolo su quanto siano pessimi i quarantenni, e a me già dal titolo è venuta in mente quella mia conoscente quarantaequalcosenne che ogni tanto mi rimprovera perché quando ci siamo conosciute le dicevo che gli esseri umani erano stupidi fino ai trentacinque anni d’età, e adesso metto la soglia a quarantacinque.
Lei pensa ce l’abbia con lei proprio con lei, e non è che lei non mi faccia ricordare della stupidità umana ogni volta che le parlo, ma il problema è più ampio: l’umanità è cretina in modi sempre più imbarazzanti, e infantile fino all’età alla quale mia nonna metteva la dentiera nel bicchiere.
Leggendo Mattia m’è tornato in mente un sessantenne che conosco. Mattia dice che i quarantenni non vanno al cinema perché hanno i figli piccoli, e una volta non sarebbe stata la norma – non sarebbe stata la norma non andare al cinema, ma neanche fare i figli a quarant’anni: una volta a quarant’anni eri in menopausa o quasi (può la sociologia influenzare la biologia? Si direbbe di sì).
Il sessantenne che m’è tornato in mente aveva i figli piccoli una ventina d’anni fa, quando non eravamo ancora scemi come ci avrebbero resi i telefoni con la telecamera e i social, ma eravamo già abbastanza scemi da pensare fosse una buona idea figliare all’età alla quale nei secoli precedenti si diventava nonni. Andò alla proiezione per la stampa d’un qualche film, e a quelle proiezioni ti chiedono di spegnere il telefono.
Il giorno dopo, poiché non esistevano i social ma avevamo già capito che la nostra scemenza necessitava d’una cassetta della frutta da trasformare nell’angolo dei picchiatelli di Hyde Park, l’allora quarantenne e oggi sessantenne scrisse sul suo blog un’invettiva riassumibile in: come vi permettete di farmi spegnere il telefono, e se la babysitter ha bisogno di chiamarmi? Era nata una nuova generazione, quella di adulti così scemi da pensare che se la babysitter non sapeva in che mobile fossero i Kinder Sorpresa ciò costituisse emergenza.
Subito dopo l’articolo di Mattia ho letto, su Instagram, un post di Francesca Archibugi, che di anni ne sta per compiere sessantacinque, e ipotizzava che la ragione per cui gli adolescenti sono violenti, le adolescenti sono anoressiche, il mondo va a puttane, che la ragione sia che non si va più al cinema il pomeriggio. Leggevo e pensavo: ma il mondo è esistito per migliaia di anni prima che esistesse il cinema, perché tendiamo a pensare che quei pochissimi anni in cui il mondo è andato come l’abbiamo visto noialtre da giovani costituisca la norma, il naturale cui tendere, la certezza cui tornare?
È, questo inscenato da Archibugi, uno dei massimi fattori d’infelicità del presente. Chiunque si lamenta sui social – chiunque si lamenta della sanità delle pensioni dell’università dei prezzi – lo fa pensando che lo standard sia quell’età dell’oro tra gli anni Sessanta e gli anni Novanta, quando i diritti erano più o meno gli stessi di adesso, l’intrattenimento era più o meno lo stesso di adesso (certo: non c’erano i meme, e se leggevi i fumetti eri o un bambino o lo scemo di casa), epperò c’erano moltissimi più soldi da scialare.
Prima di allora, non c’era il servizio sanitario nazionale, non c’erano i film che uscivano in contemporanea in tutto il mondo, non c’era il PhD di cittadinanza: non c’era niente. Nove decimi di coloro che oggi studiano all’università avrebbero zappato la terra, e probabilmente sarebbero morti di qualche infezione. Se oggi chiedessimo agli italiani di aspettare per vedere un film i dieci anni che il pubblico aspettò dopo l’uscita statunitense per la distribuzione di “Via col vento”, passeremo dieci anni ad ascoltare le cronache del trauma dei men che quarantenni abituati alla soddisfazione istantanea del desiderio.
Ovviamente quel che intende Archibugi è: si facevano le cose insieme, si era meno alienati di ora. Ma quello è un portato irreversibile del progresso. Se mi dai un telefono in cui posso guardare tutto, e la comodità di farlo dal divano, non ha senso pensare che mi sacrificherò alla versione più scomoda di quel consumo, quella nelle sale cinematografiche. Il problema semmai è che sul telefono guardo puttanate invece che roba bella, e qui torniamo – non ve ne sarete già dimenticati – a “The Studio”.
Questi mesi a predicare che “The Studio” può piacere solo a chi non abbia visto “I protagonisti” e quindi non sa come sia fatto un capolavoro ambientato dietro le quinte di Hollywood, questi mesi mi hanno fatto capire una cosa drammatica. Il problema non sono i trentenni, e non sono neppure i quarantenni. Il problema è che l’umanità è sempre più ignorante, e avere tutto nei telefoni è la realizzazione di quell’incubo immaginato da Borges. “I protagonisti” non è su nessuna piattaforma, e quindi i trentenni non sanno cosa sia. Ma che scusa hanno i miei coetanei, quelli che come me avevano vent’anni quando il film di Altman uscì al cinema, e allora c’erano solo i cinema e quindi ci si andava non per atteggiarsi a ceto medio riflessivo ma per divertimento, che scusa hanno quelli che non videro il miglior film di quell’anno? (Accetto uno spareggio con “Parenti serpenti”, ma se volete dirmi che il miglior film del ’92 fu “Le iene” andate a raccogliere la cicoria).
Però, nonostante “The Studio” fosse una continua delusione, tutto gente che inciampava e si rovesciava cose addosso e tutti gli stilemi della comicità per imbecilli, ho continuato a dedicargli mezz’ora ogni mercoledì. E ieri sono stata ripagata dal fatto che hanno accroccato una puntata che non diceva granché di Hollywood ma diceva qualcosina del presente.
Era una puntata sull’avere paura della propria ombra che caratterizza quasi tutti quelli che hanno mestieri pubblici oggidì, in un secolo che ha abolito la reputazione ma nel quale tutti sono preoccupatissimi della propria. I produttori che sono protagonisti della serie devono annunciare il cast del loro nuovo film, e nel cast c’è un attore nero, ma non sarà razzista che lui sia nero e gli altri no? E comunque non puoi avere una coreana che fa la moglie del nero: stai dicendo che le donne nere non sono all’altezza d’essere la moglie del nero. E se quelli dell’altra metà di cast sono tutti bianchi, no, peggio, aspetta, allora facciamoli tutti neri.
Solo che, se li fai tutti neri, poi gli sceneggiatori bianchi ti dicono eh ma noi questo film non possiamo più scriverlo, mica possiamo passare per quelli che rubano il lavoro agli sceneggiatori neri, che scrivono vite che non hanno vissuto, che fanno appropriazione culturale.
E allora devi riscrivere tutto, rifare tutto, sballare tutto, e a quel punto il regista ti dice sono costi in più, quel che possiamo tagliare è che le parti di animazione risparmiamo facendole fare all’intelligenza artificiale.
E il risultato è che, quando presenti il tuo bravo cast nero al Comic-Con, che è una fiera di fumetti e roba di supereroi alla quale una volta i genitori avrebbero riluttantemente accompagnato i figli smaniosi, e ora invece a essere smaniosi sono i presunti adulti, quando sei in quel posto che dovrebbe essere considerato un covo di ritardati e invece è il palcoscenico più importante per lanciare prodotti che incassano fantastiliardi, perché quel che una volta era ritardo mentale ora è normalità, quando sei lì a dire quanto non sei razzista, allora ti linciano comunque, perché hai privato della loro sussistenza i lavoratori affidando le loro mansioni all’intelligenza artificiale, schifoso capitalista, sfruttatore, schiavista, e pure patriarca.
Ti linciano sui social, facendoti la morale, costringendoti a tamponare il disastro reputazionale (di cui comunque tutti si dimenticherebbero tra tre quarti d’ora, ma tu non ci credi e panichi e investi nelle riparazioni), e poi – Carzaniga e Archibugi non hanno tuttissimi i torti – quando il film uscirà lo pirateranno e lo guarderanno dal divano, e tu non rientrerai del budget riparatorio ma neanche di quello iniziale, e dovrai produrre roba sempre più stupida per un pubblico sempre più stupido, che poi qualche articolista ti accuserà di rimbecillire coi tuoi prodotti imbecilli, e ti voglio proprio vedere a dimostrare che erano (eravamo) già scemi da prima.