Ebraicità e religioneL’antisionismo è il lasciapassare dell’antisemitismo

Il discorso pubblico antisemita oggi deriva dal falso postulato secondo cui l’ebraismo non ha nulla a che fare con il popolo che lo incarna e lo esprime. Oltre che sulla presunta protervia di sentirsi “eletto” perché scelto da Dio, quando invece è stato prescelto perché si assoggettò alla Torah

(AP Photo/Ariel Schalit)

Con finalità assolutoria del pregiudizio che la orienta, una linea inflessibile del discorso pubblico antisemita si sviluppa nella blaterazione secondo cui l’ebraismo sarebbe una religione, senza addentellati di provenienza etnica. Di modo (questa la traiettoria auto-scriminante di quel luogo comune, questo il succo finalistico di quella inossidabile sciocchezza), di modo, dicevo, che la violenza antiebraica sfogata non già sul religioso in quanto religioso, ma sull’individuo cui capita di essere ebreo o israeliano, non è dopotutto violenza antisemita perché l’ebraicità non ha nulla a che fare con un popolo che la incarna e la esprime. Di modo, ancora, che gli appartenenti al popolo ebraico avrebbero un diritto dimidiato di invocare protezione, un diritto che con Israele non c’entra e che si risolve e si conchiude in un fungibile titolo individuale a non subire violenza per motivi religiosi.

Il fatto che a determinarla sia una profonda ignoranza («anche i palestinesi sono semiti!») non basta a escludere né ad attenuare la pericolosità di questa teoretica da fogna social. Certo, chi avesse anche una sola volta e anche distrattamente letto la Torah saprebbe che il popolo di Israele è il fondamento dell’ebraismo, e che non c’è ebraismo senza riferimento al popolo di Israele («se darete ascolto alla mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me una proprietà particolare tra tutti i popoli»; «Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa»: Es. 19, 5-6). Ma, appunto, questa ignoranza – cioè l’ignoranza del fatto che il “popolo” di Israele è il centro di imputazione della Rivelazione – se basta a spiegare la pretesa di dissociare l’ebraismo dal proprio popolo non basta a giustificarla.

Dopo duemila anni, è ancora nella requisitoria impegnata o nel dileggio della barzelletta l’accusa agli ebrei di essere “eletti”. E puntualmente il gesto antisemita si fonda sulla presunta protervia che quell’elezione ostenterebbe e rivendicherebbe su base etnico-razzista. Ma gli ebrei non furono prescelti perché ebrei, bensì perché – diversamente da altri popoli, che si rifiutarono di farlo – scelsero di assoggettarsi ai precetti della Torah.

Il razzismo antisemita, in quota non irrilevante, deriva esattamente dal doppio postulato, doppiamente falso, secondo cui l’ebraismo dovrebbe essere distinto dal popolo in cui esso risiede e che esso esprime, e secondo cui l’ebreo vanterebbe un titolo elettivo inesistente coltivando una religiosità perversa, giacché coltivata anche tramite il proprio senso di appartenenza al popolo di Israele.

Serve altro per capire quanto sia fuorviante, e fonte di persistente sopruso negazionista, dire che l’ebraismo è una religione senza addentellato identitario con Israele e con il suo popolo? Serve altro per capire come questa questione plurimillenaria sia attuale quando si discute dell’antisemitismo che pretende di assolversi perché non riguarderebbe l’ebraicità ammissibile (che è quella della liturgia da ghetto, pressappoco), bensì le ambizioni usurpatrici del popolo di Israele? Serve altro per capire (scaraventiamo in terra il discorso) che il nuovo lasciapassare dell’antisemitismo, cioè l’antisionismo, facendo le viste di non riguardare l’identità ebraica, in realtà, la contesta e vi attenta irrimediabilmente?

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