L’Imminente vertice tra Stati Uniti e monarchie del Golfo, ospitato dall’Arabia Saudita a Riyad, sta generando un hype formidabile per l’ennesimo importante annuncio da parte di Donald Trump.
La speculazione più ghiotta, alimentata da analisti indipendenti ma ripresa anche, tra altri, dal “Jerusalem Post”, è quella per cui Donald Trump possa dare il via a un processo di riconoscimento ufficiale dello Stato di Palestina.
Il nuovo (e primo non ebreo) ambasciatore statunitense in Israele, Mike Huckabee, ci ha messo ben quindici ore prima di sconfessare lo scenario (iniziando un post sui social scrivendo l’onomatopea «Hmm„, una pacchia per gli amanti dei fumetti e della semiotica). Altre parole contro l’illazione stanno venendo fuori molto timidamente (e anche indirettamente) dall’amministrazione Trump. Sufficienti però a permettere a Israele la propria solenne e derisoria smentita.
Una smentita, diceva Giulio Andreotti, però è una notizia data due volte. La tensione tra Trump e Benjamin Netanyhahu è del resto evidente ed effettiva almeno dal licenziamento del Consigliere per la Sicurezza Michael Waltz, allineato con Netanyahu e non col suo Presidente sull’Iran.
Sulla vicenda, l’unica uscita di Trump è stata una critica alla nuova operazione di terra Israeliana. Una pretestuosa e indiretta lagna di un ego ferito.
Probabilmente un fondo di verità c’era; del resto la Germania, tramite il ministro degli esteri Johann Wadephul, ha dovuto ribadire l’opposizione a riconoscimenti unilaterali.
Anche dall’altra parte, Abu Mazen ha finalmente tuonato contro la proposta trumpiana di una amministrazione statunitense della striscia di Gaza, indicando la rottura di un dialogo.
Secondo le ultime intese tra Trump e Netanyahu, la Striscia di Gaza potrebbe avviarsi a diventare un protettorato americano. Un graduale passaggio dall’esercito israeliano (che ha appena iniziato le manovre di occupazione vera e propria) a un management statunitense (con relativi militari e contractor) non rende però felice il governo Netanyahu.
Al di là delle narrazioni più piatte e superficiali infatti, gli Stati Uniti, per quanto solidi garanti di Israele, non sono mai stati propensi a far stravincere lo Stato ebraico. La logica è quella banale del divide et impera, che permette agli States di mantenere l’egemonia sulla regione e sulla penisola arabica. Tra gli analisti americani è addirittura forte una lettura geopolitica (a partire dalla dottrina Kissinger) assai pessimistica sulla sopravvivenza di Israele a lungo termine.
In questo momento, gli Stati Uniti spingono dunque per normalizzare i rapporti di Israele col mondo sunnita (espandendo il processo iniziato nel 1978 con l’Egitto) in funzione anti iraniana, ma non sembrano neanche intenzionati a far fuori completamente il regime iraniano degli ayatollah. I sauditi non a caso tengono comunque aperti i canali di dialogo e distensione con la Repubblica Islamica (anche in queste ore c’è una intensissima triangolazione diplomatica Stati Uniti-Iran-Arabia Saudita), mentre Israele soffre questi rapporti sui diversi fronti.
L’Arabia Saudita, pur avendo di recente segnalato ai palestinesi che il mondo arabo non potrà rimandare per sempre la normalizzazione con Israele, ha sempre indicato la questione palestinese come pre-condizione necessaria per gli accordi di Abramo.
Al gioco si è aggiunto l’ambizioso imperialismo turco, rapido ad approfittare della crisi di Iran e Russia per prendere il controllo della Siria. Il presidente turco Erdogan è passato da essere un grande partner commerciale di Israele al principale candidato per un futuro conflitto. La Turchia però sta nella Nato, è centrale nella strategia di difesa europea contro la Russia e ha ottimi rapporti con Trump.
La stima di Trump è incomprensibilmente grande anche per il gerontocratico e assai poco autorevole Abu Mazen. Il leader palestinese, che da poco ha finalmente nominato un vice (Hussein al-Sheikh) e quindi prima o poi successore, sa approfittare dell’effetto “vecchio-saggio-esotico” che riesce ad avere su Donald. Anche le sue recenti esternazioni, molto violente, contro Hamas e per la liberazione degli ostaggi israeliani fanno pensare a un percorso di riaccreditamento con la diplomazia americana.
In questo quadro, e per quanto dunque ci si possa aspettare di tutto da Trump (c’è chi dice che in una ennesimo delirio egolatrica abbia deciso di ambire al Premio Nobel), è comunque improbabile che il presidente statunitense giunga a un riconoscimento unilaterale (cioè senza Israele) della Palestina.
È altrettanto improbabile che l’Autorità nazionale palestinese stessa possa accettare un riconoscimento, come da speculazioni, della sola Cisgiordania. I palestinesi, tra le decine di piani di pace rifiutati, rifiutarono anche quello della precedente amministrazione Trump (che sarebbe stato più vantaggioso delle possibilità attuali), che prevedeva diverse “isole” palestinesi collegate tra loro in un “mare” israeliano. Quella versione della proposta trumpiana, per altro, prevedeva una Gaza allargata e in mani palestinesi, in totale contraddizione rispetto alle stravaganti proposte avanzate dal presidente americano negli ultimi mesi. Ancora più assurdo pensare che si possa arrivare a un riconoscimento della Palestina senza la presenza di Egitto e Giordania.
La smentita dell’ambasciatore Huckabee (che comunque aveva appreso dalla stampa che, a sorpresa, Trump non avrebbe incluso Israele tra le tappe del viaggio in Medio Oriente), arrivata con grande ritardo, ha calmato un po’ gli animi ma fatto sta che queste ricostruzioni mostrano sempre più il nervosismo dentro Israele (ed è forse il dato più importante), sfibratissima e sfiduciata dietro un primo ministro che troppo ha personalizzato il destino della propria nazione.
Finora Netanyahu ha vinto praticamente tutte le scommesse che ha fatto: cristiani e sunniti libanesi, liberati da Hezbollah, hanno un’occasione per rimettere in piedi il loro stato; il lawfare internazionale non riesce ancora (nonostante un grandissimo e fazioso impegno) a formalizzare la pretestuosa accusa di genocidio né a rendere davvero limitanti i mandati di arresto; l’Iran appare sempre più inerme.
Quelle vittorie rischiano però di diventare come quella, proverbiale, di Pirro. Gli Stati Uniti stanno iniziando ad allontanare i bombardieri dall’Iran, hanno chiuso un cessate il fuoco con gli Houthi che non comprende Israele, gli ex-Isis a capo della Siria vengono ricevuti persino a Parigi, il disarmo di Hezbollah procede a rilento, le burocrazie Onu e tante nazioni europee a clientela musulmana continuano indefesse il loro studio su come squalificare Israele.
Anche il licenziamento di Michael Waltz, allineato con Netanyahu sull’Iran, da Consigliere per la Sicurezza ha rappresentato un duro colpo per il primo ministro Israeliano.
Ma soprattutto la questione degli ostaggi resta tragicamente aperta ed è sempre più incompatibile con la sconfitta di Hamas. La nuova operazione di terra, Carri di Gedeone, è stata vissuta in Israele proprio come l’abbandono degli ostaggi ai coltelli dei terroristi. E continuano le tensioni con gli haredim, gli ultra-ortodossi che non prestano servizio militare mal visti dagli altri israeliani che hanno già versato il sangue di quasi un migliaio di soldati nella Striscia di Gaza.
La proposta “Due Popoli-Due Stati” è sul tavolo sin dall’inizio della vicenda. Rifiutata fino agli anni Ottanta, ovvero fino alla definitiva sconfitta militare di Arafat (corresponsabile della guerra civile in Libano) costretto a fuggire in Tunisia, divenne il perno centrale dei processi di pace successivi (Accordi di Oslo innanzitutto).
Hamas, più che figlia aspettata dell’occupazione, è la figlia inattesa di quei processi di pace. Gran parte del popolo palestinese perse definitivamente la fiducia nell’Olp (già corrotta, confusa e inefficiente) proprio durante quei processi di pace che avrebbero portato al riconoscimento dell’odiata Entità Sionista. Anche la disoccupazione e la “decolonizzazione” della Striscia hanno aiutato Hamas, incentivando il principio di antagonismo totale e dando inizio alla lunga stagione dei razzi, dei rapimenti e dell’Asse della Resistenza (Iran, Hezbollah, Houthi, eccetera).
Di sconfitta in sconfitta, di rifiuto in rifiuto, di terrorismo in terrorismo, l’offerta sul piatto per i palestinesi si è via via fatta più scarna. L’opinione pubblica israeliana nel frattempo si è sempre più radicalizzata, i vicini arabi si sono stancati dei palestinesi e le colonie illegali sono cresciute fino a diventare una realtà molto difficilmente dimenticabile nel ridisegnare i confini. Netanyahu pensava di essersi liberato per sempre della proposta (che sul campo effettivamente non ha come nascere, solo l’impegno diplomatico statunitense può riesumarla). “Due Popoli e Due Stati” oggi servirebbe a levare molti alibi ai palestinesi, ma non eliminerebbe l’irredentismo (con l’aggravante di radicalizzare il conflitto interno a Israele).
Se Trump dovesse mai riconoscere la Palestina, o anche solo annunciare un percorso di riconoscimento per far quadrare i conti con i sauditi e strappare un accordo sul nucleare agli ayatollah, sarebbe comunque una grave sconfitta per Netanyahu, una spinta definitiva verso le dimissioni. Ma non è detto.
Forse se Netanyahu si dimettesse leverebbe la scusa a molti occidentali in imbarazzo, dando la possibilità di un colpo di spugna, ma purtroppo la pace si deve trattare con l’Iran, non con loro.
Trump vuole applicare la stessa fallimentare strategia adottata per l’Ucraina: pressare l’alleato a dargli carta bianca nel trattare con i mostri. Gli stessi analisti filoucraini che criticano Trump, non potendo empatizzare con Netanyahu come con Zelensky, anche giustamente, sottovalutano però questa convergenza parallela. Come Trump continua a sottovalutare l’irrazionalità, pur astuta, di ayatollah e terroristi. Ma questo spauracchio del riconoscimento della Palestina, lasciato al chiacchiericcio internazionale per quasi ventiquattro ore, somiglia molto alle minacce di sospensione degli aiuti militari all’Ucraina.
Dal punto di vista interno, il Likud ha sempre vinto convincendo gli israeliani di essere soli, incompresi, che l’unica via di sopravvivenza sarebbe stata una intransigente e drastica vittoria totale. Più del divide et impera statunitense, l’Europa ha fallito miseramente nel disinnescare questa narrazione. L’Onu addirittura è divenuto uno strumento per tutte le malizie del campo Propal.
Ma esiste un’alternativa a Netanyahu in un contesto in cui Israele è condannata già dal 6 ottobre? Il rischio è che l’ennesimo congelamento porti a una vittoria di linee ancora più estreme.
Tutti i partiti israeliani sembrano d’accordo sul fatto che uno Stato Palestinese non possa nascere incentivando il terrorismo come strumento. La vittoria sul campo a Gaza è un obiettivo praticamente comune, ma la tattica militare non funziona bene come tema da campagna elettorale, troppo tecnico.
Servirebbe un’alternativa diplomatica, di visione degli equilibri. Il lungo potere di Netanyahu, e i cambiamenti nel resto del mondo, hanno però di fatto impedito alle forze di opposizione di crearsi rapporti significativi fuori da Israele.
Soprattutto la miopia di socialisti e progressisti, che hanno optato per una condanna radicale dell’intero Stato di Israele, ha reso impossibile alle forze di sinistra israeliane un qualsiasi rapporto a livello internazionale. Lasciando così campo alle destre sovraniste e nazionaliste europee anche nel processo di pace mediorientale.