C’è un edificio simbolo che definisce la città di New York, il Chrysler Building. Non è certo l’unico, ma questo compare nella cinematografia da sempre, forse perché ha segnato un gusto, un’epoca, una storia. Dal punto di vista stilistico, è l’art déco in versione grattacielo, con quella base quadrata che si sviluppa, sulla cima, in arcate morbide, riprese in successione, a segnare una fuga dinamica verso l’infinito: una promessa.
Con i suoi trecentodiciannove metri di altezza, è stato il grattacielo più alto del mondo tra il 1929 e il 1931, negli anni in cui veniva costruito e poi inaugurato al civico 405 di Lexington Avenue. Una promessa di futuro, di modernità, a base di acciaio, velocità, eleganza e forme di quel gusto che stava disegnando il jazz. Ma se l’Italia declina l’art déco in donne atletiche adagiate sulle nuvole (come quelle dei vasi di Gio Ponti), in abitazioni dalle facciate fantasiose (come lo strabiliante Palazzo Fidia a Milano o il quartiere Coppedé a Roma), oppure in odore di antica Grecia (come il palazzo nel capoluogo lombardo di Piero Portaluppi), e l’Europa offre altre versioni, più o meno tendenti verso il gotico (se si pensa all’Olanda, per esempio) o il monumentale (non scevro della grandeur parigina), gli Stati Uniti raccontano il déco in una maniera ancora diversa.

Sicuramente in verticale, sicuramente al ritmo sincopato delle jam session che animavano i bassi, ma anche gli animi e le feste di quell’alta borghesia che si sfidava a colpi di grattacieli. Appena inaugurato il Chrysler Building infatti, l’Empire State Building è già pronto a soffiargli il primato di edificio più alto del mondo. Quattrocentoquarantatré metri di altezza, all’angolo tra la Fifth Avenue e la West 34th Street, gli garantiscono il titolo fino al 1967. Era il 1931 quando la sua austerità giocosa, in odor di ziggurat (ma decisamente più slanciata) svettava sopra la Grande Mela, deciso a contendersi con il vicino Chrysler anche il ruolo di icona.

Siamo a ridosso della grande depressione che nel 1929 mise in ginocchio l’economia mondiale e americana prima di tutto, ma i due edifici vengono costruiti a spron battuto, con un ritmo mai visto prima, grazie all’uso dell’acciaio e di tecniche costruttive innovative. Il bilancio dell’Empire State Building rimase in passivo per lunghi anni, per risollevarsi solo alla fine degli anni Cinquanta, ma quella promessa di futuro che invocava nel suo levarsi verso il cielo, non è mai venuta meno. Come non è venuta meno negli edifici dedicati al divertimento, tutti, in quegli anni e fino almeno al 1940, pensati in ossequio al gusto art déco. Uno su tutti, Radio City Music Hall a New York, con gli interni rosa e crema che strizzano l’occhio al rococò. Le influenze di questo stile eclettico sono le più disparate, dalle ziggurat alle ceramiche greche, dal futurismo alle arti primitive, ma quella statunitense è la versione più longeva, e ha disseminato storie e narrazioni dal sapore europeo nelle città più importanti per culminare a Miami Beach, dove gli hotel che punteggiano il lungo mare raccontano la spensieratezza e il divertimento di quell’epoca.

Gli hotel Colony, Leslie, Breakwater, Albion e altri ancora, fino al Gabriel Miami South Beach Curio Collection by Hilton raccontano una storia art déco attualmente ben conservata, come il distretto che li ospita. Il giro tra gli stati americani per vedere le meraviglie dell’epoca è lunghissimo, ma vanno ricordate altre due chicche. La prima è a Chicago, dove fa bella mostra di sé, in un art déco interessante, il Chicago Board Of Trade Building del 1930: una torre a pianta squadrata che si movimenta nella parte superiore grazie a rientranze e sporgenze su piani diversi. Mentre Philadelphia vanta una stazione degna di nota, la Suburban Station della Pennsylvania Railroad che, con i suoi dettagli rosa, sembra uscita da un film di Wes Anderson.
Ringraziamo per le immagini “Viaggiare in USA” – tour operator specializzato in viaggi su misura negli Stati Uniti