Giù la MuskBenvenuti nell’era del Tecnopotere

Come spiega Ian Bremmer su Foreign Affairs, la competizione tra Stati e imprese tecnologiche ha creato un ibrido inquietante: un’America guidata da aziende private con legittimazione politica implicita

LaPresse

Il potere, una volta concentrato, non conosce barriere: travalica la linea che separa lo Stato dall’impresa, la politica dal mercato. Che nasca in una cancelleria governativa o in una sala riunioni della Silicon Valley, segue la stessa dinamica: impone, controlla, decide. Oggi, nel cuore del sistema politico più potente del mondo, è in atto un esperimento pericoloso e senza precedenti. Elon Musk non si limita più a progettare razzi o automobili: decide, indirizza, cancella e reindirizza politiche pubbliche. 

Il fondatore di Tesla e SpaceX, è stato messo formalmente alla guida del Dipartimento per l’Efficienza Governativa (Doge), un’unità strategica con accesso ai dati sensibili di milioni di cittadini statunitensi e poteri che nemmeno il Congresso riesce più a controllare. E lo fa mentre resta a capo delle sue aziende. La fusione tra potere tecnologico e potere statale è avvenuta. Ma la vera questione è un’altra: possono le democrazie sopravvivere a questa metamorfosi?

Come spiega Ian Bremmer in un lungo approfondimento su Foreign Affairs, stiamo vivendo una nuova guerra fredda, ma i protagonisti non sono più solo Stati, eserciti e trattati. Sono reti, algoritmi, modelli linguistici, chip e satelliti. È il paradosso tecnopolare: non viviamo più in un mondo in cui le aziende tech sfidano lo Stato, ma in uno in cui si fondono con esso.

Negli Stati Uniti, questo accade per vie non sempre trasparenti: il settore privato plasma ormai direttamente scelte politiche, norme, regolamenti, priorità economiche e strategie militari. In Cina, invece, è lo Stato che tiene saldamente in pugno i giganti tecnologici, subordinandoli agli obiettivi del Partito Comunista. Due modelli divergenti solo in apparenza, che convergono su una realtà comune: l’autorità appartiene a chi controlla lo spazio digitale.

Nel febbraio del 2022, quando la Russia ha invaso l’Ucraina, fu Musk a tenere in vita le comunicazioni ucraine attivando i terminali Starlink. Ma quando Kiev chiese di estendere la copertura satellitare a Crimea per colpire navi russe, lo stesso Musk disse no. Neanche il Pentagono riuscì a fargli cambiare idea. Un singolo uomo d’affari bloccava un’operazione militare in un conflitto in corso. «Non volevo contribuire a un’escalation», dichiarò. Fu uno dei primi segnali di un potere decisionale svincolato da ogni forma di mandato democratico.

Quello che poteva sembrare un gesto isolato è diventato, col tempo, prassi. Dal salvataggio delle infrastrutture ucraine alle infrastrutture dell’intelligenza artificiale, il potere dei colossi tech si è ampliato anche nel mondo fisico. Cloud, data center, satelliti, semiconduttori e cybersecurity non sono più semplici servizi: sono i nervi della sovranità digitale e quindi della sovranità tout court. La pandemia da Covid-19 ha accelerato l’immersione globale nel digitale, rendendo queste aziende onnipresenti. Le loro scelte, algoritmiche o commerciali, determinano oggi cosa leggiamo, con chi interagiamo, cosa pensiamo.

Quando però le democrazie hanno iniziato a reagire — dall’Unione Europea con il Digital Services Act, agli Stati Uniti con cause antitrust — era già tardi. Nel frattempo, l’AI generativa e i modelli di linguaggio hanno aggiunto un ulteriore strato di complessità. Queste tecnologie richiedono risorse computazionali e dati immensi, concentrati nelle mani di pochi. E quei pochi — Google, Microsoft, OpenAI, Amazon, xAI — sono diventati soggetti geopolitici, arbitri di un futuro sempre meno gestibile dallo Stato.

L’altro asse del paradosso si trova a Pechino. Dopo la stretta su Alibaba nel 2020, il Partito Comunista ha riaffermato il controllo totale sul settore tecnologico. Oggi, ogni innovazione, dalla robotica all’intelligenza artificiale, è subordinata alle direttive del potere centrale. Nessun Ceo cinese può dire di no allo Stato. In cambio, riceve protezione, finanziamenti, strategie industriali. Un modello che sacrifica libertà e innovazione diffusa, ma guadagna in disciplina e obiettivi a lungo termine.

Nel mezzo, l’Europa: priva di giganti tecnologici propri, forte solo nella regolazione, troppo debole nella competizione. Bruxelles tenta di imporre vincoli a Big Tech, ma di fronte alla pressione americana e alle tariffe annunciate da Trump, rischia il compromesso. Per ora, la sovranità digitale europea resta un auspicio più che una realtà.

Nel 2024, Musk ha investito quasi trecento milioni di dollari per sostenere il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. Da allora, è iniziato un processo definito da Bremmer come un leveraged buyout dello Stato americano. Ovvero un’operazione finanziaria in cui l’acquisizione di un’azienda viene finanziata in gran parte con debito.

Il Doge a guida Musk ha cancellato fondi, riorganizzato agenzie, purgato funzionari. Il confine tra pubblico e privato si è dissolto. Il rischio non è solo la manipolazione dell’informazione, ma il consolidamento di un sistema algoritmico di sorveglianza diffusa e discrezionale. Una macchina capace di profilare cittadini, condizionare mercati, influenzare elezioni, senza trasparenza né accountability.

«La libertà e la democrazia non sono compatibili», scriveva Peter Thiel già nel 2009. Nel 2023, Musk evocava un «moderno Silla», il dittatore romano che annientò la Repubblica. Ironia? Forse. Ma la traiettoria è chiara: da un’utopia libertaria a una tecnocrazia autoritaria. Oggi, i grandi imprenditori tecnologici non vogliono più solo “sfuggire” allo Stato. Vogliono gestirlo. E se domani DOGE dovesse dissolversi, il vuoto lasciato sarà tale che solo quelle stesse aziende — Microsoft, Palantir, xAI — potranno colmarlo. Lo Stato, svuotato, rischia di diventare una cornice senza contenuto.

Il futuro, secondo Bremmer, non sarà né completamente tecnopolare né completamente statale. Sarà ibrido: un’America guidata da aziende private con legittimazione politica implicita, contrapposta a una Cina dove lo Stato guida ogni passo dell’innovazione. Il resto del mondo sarà costretto ad allinearsi, spesso senza scegliere davvero.

Ma il vero pericolo non è quale modello prevarrà. È che entrambi, pur diversi nei principi, convergano nella pratica su un paradigma comune: efficienza prima della trasparenza, controllo prima della partecipazione, economie di scala prima dei diritti individuali. All’inizio dell’era Internet, si sperava che la tecnologia avrebbe rafforzato la democrazia. Oggi dobbiamo chiederci se la democrazia può sopravvivere alla tecnologia.

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