«Una volta, dire che abitavi in Piazza di Spagna era prestigioso, oggi è come dire che vivi nel peggior quartiere di Tijuana». Questa frase, amara e tagliente, racconta molto più di mille statistiche sull’effetto combinato di gentrificazione, overtourism e assenza di politiche pubbliche efficaci nelle città d’arte italiane. È la voce di un residente che si aggira, ormai spaesato, tra le rovine vive di un centro storico trasformato in un luna park per turisti.
I turisti, paradossalmente, ne sono spesso inconsapevoli complici. Come quella coppia inglese che si lamenta per la tassa di soggiorno: un salasso, secondo loro, introdotto per punire i visitatori stranieri. Ignoravano che quella stessa tassa la pagano anche gli italiani e che dovrebbe servire a garantire servizi pubblici – teoricamente. Alla spiegazione che non è una gabella per stranieri, ma un contributo al mantenimento della città che li accoglie, si sono detti disponibili a pagarla – ma solo se integrata nel costo della camera, non come balzello aggiuntivo. Non era una questione di denaro, ma di trasparenza e giustizia.
E qui sta il nodo. Non è solo questione di soldi, ma di fiducia. Fiducia nell’uso delle risorse da parte delle amministrazioni comunali, spesso opache, spesso conniventi con interessi privati o peggio. A Roma come altrove, i residenti osservano sgomenti come le delibere favoriscano le occupazioni abusive di suolo pubblico da parte di locali e pseudo-ristoranti che hanno trasformato strade storiche in centri commerciali del degrado.
La gentrificazione ha espulso gli artigiani, la vita di quartiere, le botteghe. Al loro posto: B&B a ogni angolo, fast food in ogni palazzo storico, e un esercito di turisti che spesso consuma senza restituire. Il risultato? Chi resta a vivere nei centri storici è trattato come un fastidio, non come una risorsa. La loro presenza, i loro diritti, la loro storia: tutto sacrificato sull’altare dell’economia del mordi e fuggi.
La tassa di soggiorno, quindi, non basta. Va ripensata. Non come strumento punitivo o simbolico, ma come leva per una vera redistribuzione urbana, per politiche che tutelino i residenti e rigenerino la vita nei centri storici. Serve trasparenza nella sua gestione, vincoli chiari e pubblici sull’uso dei proventi, partecipazione dei cittadini nelle scelte.
Altrimenti, il rischio è che le città d’arte si svuotino del loro cuore. Un giorno i turisti si accorgeranno che quel centro meraviglioso che volevano visitare non esiste più: è diventato un involucro senz’anima. E non basterà più neanche una tassa per tenerlo in piedi.