Facciamo chiarezzaLa Nakba, e la propaganda sulla catastrofe palestinese

Anche la guerra di Gaza oggi ha lo stesso, catastrofico, segno fallimentare di quel più antico tentativo di eradicazione degli ebrei

Associated Press/LaPresse

La “Nakba” di cui si narra perpetuando la propaganda che ne ha fatto l’inizio della persecuzione degli arabi di Palestina fu effettivamente, per questi, una “catastrofe”. Fu il catastrofico fallimento del tentativo arabo, prima, di impedire l’insediamento dello Stato ebraico e, poi, di sradicarlo.

Non avveniva nel vuoto, è il caso di dirlo, quell’aggressione anti-ebraica. Dall’inizio degli anni Venti del secolo scorso e sino alla fine dei Trenta, le comunità ebraiche erano sistematicamente attaccate dagli arabi un po’ ovunque, a Gerusalemme, a Jaffa, in Galilea, a Hebron, a Gaza. In una persecuzione pluridecennale, gli ebrei di Palestina erano attaccati e massacrati a Bnei Yehuda, Ruhama, Hartuv, Tel Hai, Kfar Saba, Motza, Kfar Malal, Poria. E appunto a Gaza. Un nome parecchio conosciuto, quest’ultimo: ma non per il fatto che vi fossero ebrei ad abitarvi e non per il fatto che lì, come altrove, gli ebrei fossero sistematicamente attaccati dagli arabi.

La favola della “Nakba”, cioè la contraffazione storica fiorita in quel nome posto a contrassegnare il compimento dell’usurpazione ebraica, vuole che la regione pre-mandataria fosse una specie di latifondo “palestinese”. In realtà, lì c’erano arabi, ebrei, beduini, cristiani, drusi, circassi. Con la creazione del Mandato britannico, un pastore arabo sarebbe stato “palestinese” quanto un contadino ebreo. Ma non è questo che si insegna e si apprende dai pamphlet dell’Onu, dagli editoriali degli “esperti di Medio Oriente” e dai talk show fasciati di kefiah.

“Nakba”, lì, è la pulizia etica del popolo palestinese, l’inopinata e violenta evacuazione di centinaia di migliaia di palestinesi per opera di un esercito imperialista che soppiantava i “nativi” lasciando mano libera ai propri “coloni”. Naturalmente questa propaganda non si cura di spiegare in base a quale criterio un arabo arrivato in Palestina nel 1947 sarebbe un “nativo”, mentre un ebreo che ci stava da 50 anni, o che ci è arrivato nel 1921, sarebbe un “colono”.

Che poi si sia trattato di una “catastrofe”, appunto, è innegabile. Così come è statisticamente catastrofico, per chi lo subisce, il destino di chi ha cominciato e perduto una guerra. Tanto più se, come è il caso della “Nakba” palestinese, furono innanzitutto le dirigenze arabe a sollecitare la popolazione ad andarsene dai propri villaggi, in particolare con la promessa che vi avrebbe fatto ritorno una volta sconfitto l’aggressore ebreo.

È un’altra (l’ennesima) parte mancante al romanzo ufficiale sulla “Nakba”, che omette sistematicamente di ricordare come decine di migliaia di arabi di Palestina che non sparavano contro gli ebrei di Palestina rimanessero in pace lì dove gli ebrei perpetravano la “pulizia etnica”. Quegli arabi sarebbero diventati milioni nel seno “imperialista” di Israele, con diritti e prospettive di vita sconosciuti a qualsiasi altro cittadino arabo di qualsiasi Paese arabo. Il tutto, mentre ottocentocinquanta mila ebrei, dopo innumerevoli pogrom e massacri, e derubati di tutto, sarebbero stati cacciati dalla Siria, dall’Egitto, dal Libano, dal Marocco, dall’Iraq, dalla Tunisia, dallo Yemen, dall’Algeria, dalla Libia. Quasi un altro milione di ebrei che non fecero la fine degli ebrei d’Europa solo perché, a differenza di quelli, avevano adesso un posto in cui andare.

Anche il collegamento narrativo, ormai invalso, tra l’attuale guerra di Gaza e la “Nakba”, ha un profilo a suo modo veritiero. Perché la guerra di Gaza – che è la guerra fatta da Hamas per distruggere Israele tramite la distruzione di Gaza – ha lo stesso, catastrofico, segno fallimentare di quel più antico tentativo di eradicazione degli ebrei. Anche la guerra di Gaza è stata scatenata con la promessa che gli arabi di Palestina avrebbero avuto un futuro se lo Stato ebraico fosse scomparso. Il costo che erano invitati a sopportare nel 1948, cioè andarsene per poter fare ritorno nel trionfo arabo sugli ebrei, è il costo che Hamas ha imposto ai palestinesi promettendo loro che la distruzione di Israele valeva la pena della distruzione di Gaza.

Un’altra catastrofe, vera e propria, che i palestinesi debbono a chi fa quest’uso mortifero della loro esistenza.

 

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