La Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha annullato la decisione della Commissione di non fornire accesso agli sms scambiati tra Ursula von der Leyen e l’amministratore delegato di Pfizer, Albert Bourla, nel pieno della pandemia. Tradotto: Bruxelles dovrà ora chiarire perché quei messaggi non sono stati conservati, dove siano finiti e se davvero non contengano informazioni di rilievo per l’interesse pubblico.
La decisione non investe soltanto il profilo istituzionale della Commissione, ma rimette al centro il nodo irrisolto del rapporto tra discrezionalità politica e trasparenza democratica, soprattutto in una fase politica in cui von der Leyen si è mossa e si sta muovendo con crescente autonomia su dossier strategici, dai vaccini alla politica industriale fino alla difesa. La pretesa di trasparenza non è più una formula di principio, ma una richiesta strutturale. La legittimità delle sue decisioni passa anche dalla documentabilità dei passaggi con cui vengono prese.
La vicenda, ribattezzata Pfizergate, è nata durante le trattative con le case farmaceutiche avvenute tra gennaio 2021 e maggio 2022, periodo in cui l’Unione Europea cercava di mettere al sicuro miliardi di dosi vaccinali in un clima di competizione internazionale e incertezza sui fornitori. L’accordo con Pfizer-BioNTech, del valore di 2,7 miliardi di euro, fu il più rilevante, raggiunto mentre von der Leyen, pubblicamente, definiva l’azienda «un partner affidabile».
L’accesso a quei messaggi era stato richiesto formalmente dal New York Times e dalla giornalista Matina Stevi, nell’ambito della normativa europea sul diritto ai documenti. La risposta della Commissione fu netta: gli sms non esistono. Ma la Corte ha ritenuto insufficiente, e in alcuni passaggi contraddittoria, la motivazione addotta. «La Commissione non può semplicemente affermare di non possedere i documenti richiesti, ma deve fornire spiegazioni credibili che consentano al pubblico e al Tribunale di comprendere perché tali documenti non possano essere trovati», si legge nella sentenza.
Nel mirino dei giudici, l’opacità dell’intero processo di gestione delle comunicazioni istituzionali. Nessuna indicazione su come e dove siano state condotte le ricerche, nessuna chiarezza su eventuali cancellazioni automatiche o sostituzioni di dispositivi. La Commissione, scrive il Tribunale, ha fornito «informazioni imprecise, mutevoli o basate su ipotesi», lasciando un vuoto documentale difficilmente giustificabile.
Il punto centrale resta l’interpretazione giuridica di cosa debba intendersi per documento nel contesto delle istituzioni europee. La Corte ha ricordato che il Regolamento sull’accesso impone la massima trasparenza e che anche le comunicazioni digitali devono essere valutate in base al loro contenuto, non al mezzo. Se contribuiscono a decisioni politiche rilevanti, devono essere conservate. Non bastano dichiarazioni di informalità o riferimenti alla natura “personale” degli scambi.
La Commissione ha preso atto della decisione facendo sapere attraverso i suoi portavoce che adotterà «una nuova delibera con spiegazioni più dettagliate», ribadendo l’impegno «a rispettare pienamente il quadro giuridico vigente». Ma il danno d’immagine è già concreto. La sentenza ha dato nuovo slancio alle critiche, da tempo mosse da europarlamentari e associazioni civiche, circa l’assenza di un archivio digitale che garantisca tracciabilità alle comunicazioni istituzionali.
Ora la Commissione ha poco più di due mesi per valutare un eventuale ricorso alla Corte di Giustizia. Se decidesse di procedere, si aprirebbe un nuovo contenzioso giuridico che potrebbe ridefinire i criteri di accessibilità dei dati istituzionali nell’era digitale. In caso contrario, dovrà spiegare pubblicamente perché un accordo da miliardi di euro, siglato nel cuore di una crisi sanitaria, sia stato negoziato anche attraverso canali destinati a scomparire e perché nessuno, nel frattempo, abbia pensato a conservarli.