Niente contratti a breve termine (nuovi ed esistenti) entro la fine di quest’anno e divieto totale di importazione dal 31 dicembre 2027. Sono questi i due obiettivi principali emersi dal piano della Commissione europea sull’addio definitivo al gas russo.
L’invasione su larga scala dell’Ucraina ha indotto i Paesi dell’Unione a smarcarsi dal combustibile fossile del Cremlino, ma negli ultimi due anni c’è stata un’inversione di tendenza che ha spinto l’esecutivo comunitario a intervenire, seppur con grave ritardo (e senza ancora normative vincolanti).
Nel 2021, dunque prima della guerra, circa il quarantacinque per cento delle importazioni totali di gas dell’Ue proveniva dalla Russia. Questa dipendenza si è ridotta al diciannove per cento nel 2024: è una percentuale molto più contenuta ma comunque elevata, e in aumento (più quattro per cento) rispetto all’anno precedente. La cifra è destinata ad abbassarsi nel 2025 per via dello stop al gas russo verso l’Europa attraverso l’Ucraina.
Secondo Dan Jørgensen, commissario europeo per l’Energia, Bruxelles nel 2024 ha versato ventitré miliardi di euro nelle casse di Mosca per le importazioni energetiche. Significa circa 1,8 miliardi al mese. Dal 2022, scrive il Centre for research on energy and clean air (Crea), l’Unione europea ha speso centouno miliardi per comprare il gas di Vladimir Putin.

La roadmap presentata martedì 6 maggio, confessa Jørgensen al Financial Times, «è di gran lunga la cosa più importante e difficile che abbia mai affrontato». Nell’annunciare il piano, l’ex ministro per il Clima della Danimarca ha usato parole decise: «Non entrerà più un euro nelle casse della Russia. Il vostro gas verrà vietato. E fermeremo le vostre flotte ombra».
L’Unione europea, ricordiamo, compra da Paesi extra-Ue circa il novanta per cento del gas che utilizza. Nel 2024, il sessantadue per cento delle nostre importazioni è stato coperto grazie ai contratti con Norvegia, Algeria, Libia, Azerbaijan, Russia e Regno Unito. Il restante trentotto per cento è rappresentato dal gas naturale liquefatto (Gnl), che in Italia – per esempio – è arrivato grazie al rigassificatore di Piombino.
La nuova roadmap della Commissione europea ha confermato gli obiettivi del REPowerEU, il piano presentato nel maggio 2022 per rinunciare alle fonti fossili di Putin e affrontare la decarbonizzazione del nostro sistema energetico.
L’esecutivo comunitario presenterà una proposta legislativa per vietare dalla fine del 2025 le importazioni di gas russo nell’ambito dei contratti cosiddetti spot (a breve termine) nuovi ed esistenti, per poi bandire il combustibile di Mosca anche dai contratti a lungo termine dalla fine del 2027.
L’obiettivo del piano non è solo quello di eliminare le forniture di gas russo; il fine ultimo è mettere gli Stati membri dell’Ue nelle condizioni di non sviluppare nuove (e pericolose) dipendenze energetiche. Il riferimento al Gnl degli Stati Uniti di Donald Trump è chiaro, nonostante la presidente del Consiglio Giorgia Meloni abbia spesso aperto a nuovi accordi con la Casa Bianca sul fronte del gas naturale liquefatto.
«Ogni barile di petrolio e ogni carico di Gnl dalla Russia continua a finanziare una guerra e rappresenta un enorme rischio per la sicurezza dell’Europa. Con questo piano, il commissario Jørgensen ha mantenuto la promessa fatta all’Ucraina tre anni fa: che l’Unione europea avrebbe messo fine alla sua relazione tossica con la Russia entro il 2027. Tuttavia, il lavoro non può fermarsi qui, perché questo deve essere l’inizio dell’eliminazione di tutti i combustibili fossili», dice Linda Kalcher, direttrice esecutiva del think tank paneuropeo Strategic Perspectives.
La ricetta per smarcarsi dal gas russo rimane la stessa di tre anni fa: risparmio energetico, elettrificazione, aumento della produzione energetica da fonti a zero emissioni (solare, eolico, idroelettrico, geotermia e nucleare) e, nel breve periodo, diversificazione delle fonti di approvvigionamento dei combustibili fossili. Così facendo, secondo Strategic Perspectives, dal 2027 avremo quantità di gas sufficienti per fare (davvero) a meno del combustibile fossile di Mosca.
La roadmap annunciata il 6 maggio, però, si concentra principalmente sulla sostituzione del gas russo, più che sulle strade da percorrere per ridurre la nostra domanda di gas, tra i principali responsabili del cambiamento climatico di origine antropica. Lo dimostra, per esempio, la nuova proposta sulla piattaforma comune per l’acquisto di biometano, biogas e altri gas non di origine fossile.
La riduzione della domanda e la spinta verso le rinnovabili non sono “solo” due elementi chiave per mitigare il cambiamento climatico, ma anche per concretizzare il phase-out dal gas russo nel giro di poco più di due anni. A confermarlo sono le stime dell’EU gas insight di Strategic Perspectives: per eliminare il combustibile russo senza sostituirlo con il Gnl – come abbiamo fatto finora –, la domanda europea di gas dovrà calare di circa cinquanta miliardi di metri cubi.
Dal 2021, stando ai dati del think tank Ecco, il consumo di gas da parte dell’Unione è diminuito del venti per cento, passando da quattrocentododici a trecentotrenta miliardi di metri cubi (2024). Tuttavia, le importazioni di Gnl sono aumentate del quarantotto per cento nell’arco dello stesso periodo (2021-2024).
Secondo David Panzeri, responsabile delle Politiche Italia-Europa del think tank Ecco, «per eliminare la dipendenza dalle forniture energetiche russe è necessario continuare a lavorare prioritariamente sulla riduzione della domanda stessa di queste forniture, attraverso efficienza energetica, rinnovabili e l’elettrificazione dei processi industriali. Perché è proprio la dipendenza dalle fonti fossili la causa principale della volatilità e dei maggiori costi degli approvvigionamenti energetici dell’Unione europea. Ridurre la dipendenza da combustibili fossili, di qualunque origine, significa difendere l’indipendenza e la competitività europee».
Un punto a favore della tabella di marcia della Commissione riguarda l’attenzione al tema della tracciabilità. L’esecutivo comunitario lamenta l’assenza di un quadro europeo coerente in materia di trasparenza e monitoraggio e delle importazioni di gas russo. Si tratta di un vuoto normativo che verrà colmato grazie a misure vincolanti che, per esempio, obbligheranno le aziende a comunicare informazioni sui contratti di fornitura alle autorità nazionali e alla Commissione europea.