L’amica più fintamente scema e realmente sveglia che ho è una che ha capito che la reputazione la fa quel che dici, mica quel che fai. È a lei che l’altro giorno ho scritto dopo aver visto un tweet (o come si chiamano ora) di una che diceva che a venticinque anni non ha mai baciato nessuno e che non avrebbe rimediato a breve perché quello che aveva selezionato su Tinder le aveva detto che voleva fossero solo amici.
La prima cosa che avevo pensato della venticinquenne era stata: mica gliel’avrai detto. Pensa che responsabilità, essere la prima volta di una che è arrivata a venticinque anni con la cintura di castità: chiaro che poi ti dice che ha la cena sul fuoco, la nonna che sta morendo, l’invasione delle cavallette. A quel punto ho scritto alla mia amica chiedendo: ma questa tra i quindici e i venticinque cos’ha fatto, invece che darla anche a chi non la voleva com’è sano fare a quell’età?
L’amica mi ha risposto: mica son tutte troie come te, io a venticinque ero stata a letto con due uomini. Non le ho detto che s’era dimenticata uno zero perché la gente che mente sulla propria vita sessuale s’impermalisce moltissimo se la sbugiardi, e non avevo voglia di litigare. Ma ho pensato che forse non c’entrava solo il revisionismo autobiografico: c’entrava l’avere una figlia.
Non avendone mai avute, ho sempre pensato che non possa non essere impressionante che un attimo prima tu debba insegnare a qualcuno ad allacciarsi le scarpe e un attimo dopo quel qualcuno faccia la tua stessa identica vita, e vada in giro a scopare come fanno gli adulti (anzi molto di più).
Il giorno dopo è arrivata la notizia del diciannovenne che ha ammazzato la quattordicenne, e mi si sono riempiti i social di moraline assortite. Da una parte, quelli per cui la risposta a tutto è «è colpa della destra che non vuole l’educazione sentimentale nelle scuole» (i famosi professori che non riescono a insegnare ai ragazzini la grammatica ma andranno fortissimo nel redimere i potenziali assassini).
Dall’altra, quelle che «mio padre non avrebbe mai permesso che a 14 anni uscissi con un diciannovenne». Ogni volta che leggo queste cose mi chiedo che adolescenze abbiano avuto queste persone. Forse stavano chiuse nella torre da cui dovevano lanciare la treccia per far salire il cavaliere, fu allora che madonna mi disse hai gli occhi belli vorrei che accarezzassi la notte i miei capelli (andate su Google, vi aspetto qui).
Io, dalle medie in poi, avevo la stanza in quelli che quando era stato costruito quel palazzo erano gli appartamenti della servitù: sopra la cucina, sopra l’ingresso di servizio, dalla parte opposta della casa rispetto alla camera da letto dei miei genitori. Non so dirvi quante notti sono uscita di soppiatto, dopo che i miei erano andati a letto, e sono tornata che ancora dormivano, e poi la mattina ero troppo stanca per la scuola. (Colgo l’occasione, se la prof di francese di quinta è ancora viva, per dirle: signora Moreau, aveva ragione a non volermi ammettere alla maturità, ero in effetti più interessata alla mia vita sessuale che a quelle dei personaggi di Stendhal).
Non so dirvi quante notti ho passato fuori, al liceo, senza che nessuno se ne accorgesse. La pacchia finì un’alba che rientrai e trovai mia madre sveglia: l’unica volta nella sua vita che s’era svegliata prima delle dieci non ricordo se fosse una notte in cui io tornavo dal Controsenso dopo aver ballato sul cubo “Nell’aria” e “La mia banda suona il rock”, o una in cui il ripetente che pur avendo quattr’anni più di me era ancora al liceo m’aveva cacciato dal suo letto prima che la madre separata entrasse in cameretta senza bussare.
Ed erano, quelli in cui ero adolescente io, anni senza. Senza messaggistica istantanea, senza Tinder, senza cellulari, senza videochiamate, senza OnlyFans, senza che l’adolescenza fosse al centro del discorso pubblico e delle nevrosi degli adulti. Chissà oggi cosa ne sarebbe di me, altro che moralina alle quattordicenni che si mettono coi diciannovenni.
L’educazione sentimentale la fanno la letteratura e il cinema, dicono quelli un po’ meno scemi, però se l’educazione sentimentale te l’ha fatta Shakespeare ti è chiarissima una cosa: che agli adolescenti non bisogna mettere troppi ostacoli, altrimenti finiscono come quella Capuleti e quel Montecchi, e insomma se i miei sentimentalismi adolescenziali hanno avuto come pegno non la morte ma al massimo qualche umiliazione è anche perché i miei dormivano invece di vigilare.
O forse non è così. Forse è tutto a casaccio. Guardo gli autoscatti della quattordicenne morta e della madre che facevano le stesse boccucce alla telecamera del telefono e penso: che generazione di genitori disastrata; però la più fintamente scema e realmente sveglia delle mie amiche si autoscatta anche lei con voluttà da quattordicenne, e la figlia è viva, come sono viva io nonostante tutte quelle notti fuori all’insaputa dei grandi. C’è uno spazio enorme di salvezza e non sta nell’educazione affettiva a scuola né nella giusta severità genitoriale: sta – è antipatico dirlo da fuori e impossibile ammetterlo da dentro – nel caso.
Il problema della quattordicenne ammazzata dal diciannovenne è lo stesso del plutocrate che vuole caricare la propria coscienza su un corpo artificiale perché cosa sei plutocrate a fare se poi hai un cancro incurabile come un povero qualunque: che la cosa più importante, nella vita, è una cosa su cui non hai controllo, e cioè la fortuna.
La fortuna di non ammalarti, la fortuna di non incontrare un potenziale assassino prima d’avere gli strumenti per individuarlo, la fortuna di nascere nel posto giusto, negli anni giusti, nella famiglia giusta, nella classe sociale giusta. È sempre più inaccettabile, perché man mano che il mondo progredisce si dota di sempre maggiori strumenti che ci diano l’illusione di controllare gli esiti delle nostre scelte, e cosa ho a fare telecamere che controllino che la neonata non soffochi nel sonno se poi quella neonata pochi anni dopo s’innamorerà d’uno psicopatico? Cosa ho a fare una risonanza magnetica in tavernetta se poi farmi tutti gli esami del mondo non mi mette al riparo dalla sfiga di qualcosa d’incurabile?
In passato erano più arretrati ma più svegli di noi, meno alfabetizzati ma anche meno ignoranti, e con questa faccenda dell’ineluttabilità della sfiga ci avevano fatto i conti; si erano equipaggiati della consolazione della vita eterna, e la risolvevano così: la realtà è un casino, ma uno crede in un qualche dio e gli pare che tutto sommato i conti tornino.
Poi sappiamo com’è finita: che dio è morto e ci è rimasto solo il cellulare con la telecamera, ci tocca fingere di pensare che la ragione possa sconfiggere il buio e che l’educazione sentimentale nelle scuole eliminerà la cronaca nera, ma non siamo abbastanza scemi da crederci fino in fondo, ed è un bel casino.