Moderazione fallitaLe piattaforme digitali stanno sabotando il codice europeo contro la disinformazione

La ritirata di Google, Meta, Microsoft e TikTok dagli obblighi di fact-checking e trasparenza mina alla base la strategia Ue per una rete più sicura

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Le piattaforme digitali avevano adottato volontariamente nel 2018 un Codice di buone pratiche sulla disinformazione, poi rinnovato nel 2022. Un documento con linee guida poi diventate vincolanti grazie all’articolo 35 del Digital Services Act (Dsa), il regolamento europeo sui servizi digitali che mira a frenare la diffusione di contenuti illegali e dannosi online. La trasformazione del Codice in obbligo di legge impone alle piattaforme, tra le altre cose, di dotarsi di strumenti di monitoraggio capaci di misurare con precisione l’efficacia dei propri sforzi contro le pratiche manipolative e chi ne trae profitto. Inoltre, devono rafforzare i meccanismi che permettono agli utenti di segnalare facilmente possibili abusi.

Purtroppo, però, la realtà è un’altra. Secondo Democracy Reporting International, dal 2022 a oggi, le piattaforme digitali si sono svincolate dal trentuno per cento degli impegni sottoscritti, adducendo ragioni vaghe e spesso pretestuose, come definire troppo ambigua la nozione di «design sicuro», nonostante il Codice fornisca indicatori chiari a riguardo. Gli ambiti maggiormente coinvolti da questo dietrofront sono il fact-checking, la trasparenza sugli annunci politici e il sostegno alla ricerca. 

Microsoft (di cui fanno parte LinkedIn, Bing Search e Microsoft Advertising) e Google (che comprende YouTube, Google Search e Google Ads) hanno abbandonato del tutto le misure dedicate alla verifica dei fatti. Una scelta tutt’altro che sorprendente se si considera la decisione di Meta (Facebook, Instagram, Messenger e WhatsApp) di smantellare il suo programma di fact-checking indipendente a cominciare dagli Stati Uniti, seguendo i passi di quando Twitter è diventata X con l’arrivo di Elon Musk. Di fatto, la tendenza è di scaricare la responsabilità del controllo dei contenuti sugli utenti, privando di risorse fondamentali decine di organizzazioni impegnate a correggere il disordine informativo.

In un’era in cui le campagne elettorali avvengono sempre di più sui social, abbandonare gli impegni presi sulla trasparenza della pubblicità politica – come hanno fatto Google, Microsoft e TikTok – mette a rischio l’integrità degli ecosistemi informativi. In particolare, la piattaforma cinese continua a dichiarare di vietare gli annunci di stampo politico, sebbene vari studi abbiano dimostrato che, contrariamente a quanto affermato, i contenuti pubblicati abbiano favorito l’AfD in Germania e Călin Georgescu elezioni in Romania (poi annullate).

Uno dei segnali più allarmanti è il ritiro totale di tutte le aziende firmatarie dal ventisettesimo impegno del Codice, che garantirebbe ai ricercatori indipendenti di richiedere l’accesso ai dati interni delle piattaforme: come le modalità di circolazione e raccomandazione dei post o l’individuazione di quali contenuti problematici vengono segnalati e rimossi. Le conseguenze sono gravi, specie mentre si discute ancora l’attuazione dell’articolo 40 del Dsa, che dovrebbe definire le regole per questa condivisione con la comunità scientifica.

Una simile apertura è indispensabile per capire come si diffondono le campagne di disinformazione e, soprattutto, cosa stanno facendo le piattaforme per fermarle. Il tasto dolente è che il documento attuativo di questo meccanismo, seppure atteso da oltre un anno, non è ancora stato adottato. Intanto, le aziende digitali continuano a complicare le procedure di richiesta, rendendo praticamente impossibile ottenere queste informazioni. 

L’impressione è che ci si trovi davanti ad una ritirata strategica. Con il Codice ormai vincolante e non più volontario, rimetterne in discussione alcuni punti è un modo per svuotarlo di significato, sebbene molte disposizioni trovino già applicazione nel Dsa. Un esempio concreto è l’obbligo per le piattaforme di sottoporsi ogni anno ad audit indipendenti per verificare se stanno valutando e mitigando efficacemente i cosiddetti “rischi sistemici” (articolo 37). Si tratta di pericoli legati al loro funzionamento, come la diffusione di contenuti illegali, le conseguenze negative sull’esercizio dei diritti fondamentali degli utenti, le interferenze nei processi elettorali o nella sicurezza pubblica, e gli effetti su temi sensibili come la salute, la protezione dei minori e la violenza di genere.

A peggiorare la situazione c’è sicuramente il clima politico internazionale. L’amministrazione Trump ha di fatto sdoganato il disimpegno dalle regole europee e legittimato una narrazione ostile, come dimostrano le aspre critiche alle recenti (e assolutamente simboliche) multe europee ad Apple e Google. Questa gara al ribasso sta già scatenando un effetto domino: in questo senso, TikTok ha lasciato intendere la possibilità di fare ulteriori passi indietro se le altre aziende faranno lo stesso. 

Il Codice di condotta contro la disinformazione può ancora giocare un ruolo decisivo nella costruzione di uno spazio digitale più sicuro, poiché traduce principi giuridici astratti in indicatori concreti e misurabili. Affinché questo accada realmente, però, l’Unione Europea deve dimostrare di essere all’altezza di una sfida politica prima ancora che normativa. Con una prova di forza, le piattaforme stanno cercando di imporre la propria narrazione, presentandosi come vittime di un sistema che vorrebbe limitare la libertà di espressione. In realtà, è vero il contrario: queste regole sono pensate per proteggere gli utenti dai tentativi, spesso invisibili, di influenzarne opinioni e comportamenti a loro insaputa.

Il disimpegno delle Big Tech è un colpo duro alla credibilità delle istituzioni comunitarie, proprio mentre Bruxelles promette di rafforzare le difese contro le interferenze straniere, che mirano a manipolare l’opinione pubblica, polarizzare il dibattito e compromettere la tenuta democratica degli stati membri. Il quadro legislativo esiste ed è tra i più avanzati al mondo. Ora l’Europa dovrà dimostrare non solo di saper scrivere buone norme, ma di avere gli strumenti per farle rispettare.

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