
Quando la signora Francesca Albanese da Ariano Irpino è stata confermata nel ruolo di “special rapporteur” alle Nazioni Unite, non era ancora accaduto che una pizzaiola partenopea molestasse dei clienti israeliani rinfacciando loro l’appartenenza alla schiatta genocidiaria.
E così non solo in forza della propria militanza from the river to the sea, ma con l’allure del proprio incarico onusiano, la sedicente avvocata ha avuto modo giusto l’altro giorno, in leggiadra doppietta social, di istigare i ristoratori all’imitazione dei protocolli scaccia-israeliti della ristoratrice campana e di spiegare, tuttavia, che essi non debbono applicarsi indiscriminatamente (non sia mai) ma solo nei confronti degli israeliani inottemperanti al dovere di lottare «contro apartheid e genocidio».
Tu per esempio prendi un israeliano di nome Yarden Bibas, il quale con la moglie Shiri e i figli Ariel e Kfir se ne va a Napule e decide di farsi una pizza. D’accordo, è un’ipotesi di scuola, perché Ariel e Kfir sono stati strangolati dopo essere stati rapiti, e la moglie è stata macellata, ma insomma immaginiamo la cosa. E tu vuoi dirmi che c’è qualcosa di men che giusto, qualcosa di remotamente discutibile, qualcosa su cui ti permetti di alzare il sopracciglio se, accidenti, la locandiera pretende il minimo e cioè chiede conto a quella famiglia del proprio curriculum anti-apartheid?
Spiega ancora la signora Albanese, questa volta interloquendo con Liliana Segre, che la protezione degli israeliani e degli ebrei (dice così: degli ebrei) ragionevolmente non può ritenersi un dovere assoluto, perché dipende dal contesto. E il contesto è dato dal fatto che gli israeliani e gli ebrei (dice così: gli ebrei) lottino, o invece no, contro l’apartheid e il genocidio. Che significa? Che se non lo fanno – e se cioè, metti caso, non rammostrano alla pizzaiola antisemita la patente anti-Bibi – non vanno protetti? Pare. La signora Albanese spiega infatti che tra gli israeliani e gli ebrei (dice così: ebrei) «vanno protetti quelli che hanno il coraggio di dirlo e farsene carico» (di farsi carico, cioè, del «governo più criminale che Israele abbia mai avuto»).
Verrebbe da domandare alla signora Albanese qual è il limite accettabile della mancata protezione nel caso degli israeliani e degli ebrei (da detto così: gli ebrei) che «non si fanno carico» delle malefatte del loro Paese. Abbiamo capito che molestarli e cacciarli dal ristorante è ok. E va bene. Ma poi? Su sputi in faccia e sprangate come la mettiamo? Possono essere oggetto di lamentela da parte degli israeliani e degli ebrei (ha detto così: ebrei) insubordinati all’obbligo di fare i girotondi all’Aia? O non è meglio chiarire che no, mica possono pretendere di non essere presi a sputi e sprangate se non giurano che Israele è il Terzo Reich.
Qualcuno si degna di capire di che cosa stiamo parlando? Qualcuno si degna di dire e fare qualcosa se impunitamente si istiga alla molestia e alla discriminazione degli israeliani e degli ebrei e si propone che essi, per godere dei diritti comuni, si appiccichino sul bavero il giuramento anti-sionista al posto della stella gialla? Ma che cosa deve succedere ancora perché il Paese che ha scritto le leggi razziali si vergogni di certi connazionali?