L’incompiutaIl coraggio della speranza e la necessità di una pacifica rivoluzione europea

Tra Jean Monnet e Jacques Delors si è costruita l’architettura di un’Europa che oggi appare stanca e poco ispirata. Le crisi l’hanno fatta avanzare, ma hanno anche consumato lo slancio iniziale

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Uno storico italiano – che non ama la storia, che non la conosce o che ama distorcerla a uso e consumo del suo antistorico patriottismo – scrisse nel 2017 in occasione dei sessanta anni dalla firma dei Trattati di Roma che «il processo di integrazione europea è il frutto di decenni di improvvisazioni». A Jean Monnet – che fu uno dei genitori del processo di integrazione europea – i suoi collaboratori attribuirono invece l’idea che quel processo sarebbe progredito di crisi in crisi.

Il ministro della cultura francese Jacques Lang attribuì poi nel 1982 a Jean Monnet una frase, lontana dalla sua idea di quel processo, che «si c’était à refaire, je commencerai par la culture» e questa frase fa ora mostra di sé in libretti di aforismi apocrifi del mancato commerciante di cognac.

Le tappe del processo di integrazione europea nel passato, nel drammatico presente e nell’incerto futuro ci confermano che quel processo non è stato il frutto di improvvisazioni, che esso è progredito attraverso le crisi ma che a volte – come tutte le fragili costruzioni umane che non sono protette da una superiore provvidenza divina – ha rischiato di arrestarsi o di rivolgersi indietro verso un continente bellicoso nella difesa di sovranità assolute e degli Stati nazione sapendo, come disse François Mitterrand, che «le nationalisme c’est la guerre».

Poiché le università sono il luogo delle culture e dunque delle identità europee pensiamo che Jean Monnet non avrebbe iniziato il suo viaggio europeo partendo da questi luoghi ma dall’idea di una amministrazione sovranazionale chiamata a creare interessi convergenti fra i governi.

Molti anni dopo quel viaggio Jacques Delors – che di Jean Monnet ne fu interprete con il suo «metodo dell’ingranaggio» – fu attratto invece dall’idea dei medioevali clerici vagantes chiamati a spostarsi nelle loro peregrinazioni accademiche per sfruttare lo «schema di azione comunitaria europea per la mobilità degli studenti universitari» che è conosciuto sotto l’acronimo Erasmus.

Permettetemi alcune divagazioni a partire dai ricordi dell’Europa comunitaria di quaranta anni orsono in occasione del Consiglio europeo di Milano del giugno 1985.

L’anno 1985 si aprì con il decennio di Jacques Delors e cioè di un architetto europeo che, al contrario dell’ape incapace di immaginare l’esito del suo lavoro, agì per far progredire il processo inventato da Jean Monnet adattandolo alle nuove sfide di un mondo in ebollizione.

Di Jacques Delors celebreremo il 20 luglio 2025 il centenario della sua nascita sottolineando che quel decennio ha regalato all’Europa un architetto che di Jean Monnet aveva ereditato solo il gradualismo ma che ha lasciato frutti acerbi di cui abbiamo bisogno nell’Europa del presente drammatico e del futuro incerto e cioè:

– il dialogo fra le coscienze religiose e umaniste per una fraternità operosa immaginato con il programma «un’anima per l’Europa», un dialogo scritto sulla carta del Trattato di Lisbona ma rimasto in quella carta su cui richiamiamo la sensibilità e l’influenza del successore di Pietro,

– il dialogo fra i partner sociali iniziato a Val Duchesse nel 1985 ma ancora largamente incompleto nella prospettiva di una inesistente democrazia economica,

– la necessità di collegare la crescita equilibrata con la protezione dell’ambiente, del clima e della biodiversità al fine di realizzare la convergenza ecologica della società che fu al centro del Vertice della terra nel 1992,

– la visione geopolitica e non atlantista dell’Europa unita al servizio della pace nei rapporti fra le due parti del continente allora divise dalla Cortina di ferro che si avviavano a un mutamento dopo l’arrivo di Michail Gorbaciov proprio nel 1985 alla testa del PCUS, nelle relazioni con il Mediterraneo e con il continente africano,

– la necessità di combattere le distorsioni del mercato unico per garantire una prosperità condivisa,

– la moneta unica come strumento di una politica economica sovranazionale,

– un bilancio ambizioso sulla base di un piano pluriennale, come tramite per la redistribuzione fra le regioni povere e le regioni ricche, finanziato da risorse proprie e da debito comune.

Se riflettiamo attentamente su questi frutti acerbi e li mettiamo sui tavoli dei nostri dibattiti sul futuro dell’Europa possiamo comprendere il sentimento di frustrazione dell’architetto Delors, figlio nello stesso tempo dell’internazionalismo socialista e dell’universalismo cristiano a conclusione dei negoziati che, a partire dal Consiglio europeo di Milano nel giugno 1985, portarono agli accordi intergovernativi dell’Atto Unico Europeo nel febbraio 1986:

– per il silenzio sulla dimensione geopolitica dell’Europa unita di fronte a un continente in ebollizione,

– per la reticenza priva di preveggenza sulla convergenza ecologica,

– per l’inadeguatezza della dimensione sociale,

– per la mancanza di strumenti giuridici essenziali nella lotta alle distorsioni del mercato unico di cui conosciamo le barriere fisiche, fiscali, economiche e tecnologiche a quaranta anni dalla denuncia dei costi della non-Europa,

– per un sistema bizantino nella ricerca di un sistema istituzionale che fosse efficace nel superamento del voto all’unanimità, efficiente nei poteri di governo dell’esecutivo europeo e democratico nella corresponsabilità politica e legislativa attraverso il controllo parlamentare.

La frustrazione di Jacques Delors nacque dalla sua convinzione che era stato tradito dai governi il suo trittico fra il contenuto del progetto, la definizione di un metodo adeguato alla sua realizzazione e l’impegno su un’agenda precisa ed ambiziosa.

Altiero Spinelli, sulla soglia della sua ultima battaglia politica e di vita, aveva avvisato Jacques Delors di questi pericoli dicendogli «Sachez oser Monsieur Delors» riferendosi alle battaglie del Parlamento europeo per un bilancio ambizioso e per la legittimità democratica dell’integrazione europea.

I discorsi di Altiero Spinelli al Parlamento europeo dal luglio 1985 al gennaio 1986, pubblicati da Il Mulino nel 1987, ci consegnano le sue invettive dantesche sulla frammentarietà, la provvisorietà e l’inadeguatezza delle decisioni confederali dei governi nazionali di cui paghiamo ancora oggi le conseguenze.

Altiero Spinelli parlava a nome dell’ampia maggioranza dell’Assemblea che aveva approvato a Strasburgo il 14 febbraio 1984 il «progetto di Trattato che istituisce l’Unione europea» per cambiare i Trattati di Roma del 1957 secondo un metodo ed una agenda costituenti.

Altiero Spinelli parlava anche a nome di oltre centomila cittadine e cittadini europei che avevano risposto in Piazza Castello all’appello delle organizzazioni federaliste a sostegno dell’iniziativa parlamentare rivolgendosi ai Capi di Stato e di governo chiusi nel Castello Sforzesco.

Il Progetto Spinelli aveva rotto il tabù della immodificabilità dei trattati di cui i governi si consideravano e si considerano gli unici depositari e la mobilitazione popolare ha influito sulla decisione di una maggioranza di Capi di Stato e di governo che superarono i veti britannico, danese e greco.

Spetta a noi analizzare quel che avvenne a Milano nel giugno 1985 dentro e fuori dal Palazzo, mettere a confronto il progetto del Parlamento europeo e il risultato del negoziato fra i governi, giudicare quel che è avvenuto successivamente nel processo di integrazione europea a cominciare dalla Carta europea dei diritti fondamentali firmata a Nizza venticinque anni fa, riflettere sulle prospettive future di un processo costituente avendo il coraggio della speranza e la determinazione di una pacifica rivoluzione europea secondo il messaggio dei confinati antifascisti di Ventotene che scrissero nel 1941 il «progetto di un manifesto per una Europa libera e unita».

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