Deriva reazionariaL’offensiva su Gaza serve a Netanyahu più per restare al potere che per vincere

Il premier israeliano ha barattato la dignità dello Stato ebraico con il consenso dei suoi alleati estremi, trasformando l’offensiva in un disastro morale e diplomatico

LaPresse

Inutile cercare un elemento di razionalità, o di strategia bellica, nella decisione di Benjamin Netanyhau di lanciare «una massiccia operazione militare senza precedenti» nella Striscia di Gaza, il cinquecentonovantatreesimo giorno di guerra. Non esiste alcuna giustificazione.

Una tale operazione poteva avere un qualche senso militare solo nelle prime fasi della guerra e che oggi, dopo più di un anno e mezzo, e dopo che per mesi si sono ritirate le truppe di terra, è motivata solo da ragioni extra-militari.

Queste ragioni sono presto dette: l’egemonia su Benjamin Netanyhau da parte dei ministri parafascisti e suprematisti Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir, che hanno da lui avuto in regalo la golden share del governo, che nulla comprendono di strategie belliche (i due non hanno neanche fatto il servizio militare), e che hanno un obiettivo finale chiaro e rivendicato: effettuare, attraverso il terrore delle armi, una pulizia etnica dei palestinesi.

Pulizia etnica perseguita anche attraverso il blocco degli aiuti alla popolazione civile, imposto dal governo israeliano da più di due mesi. Un tradimento della stessa tradizione della destra ebraica, che affonda affondava le sue radici nel pensiero liberale di Vladimir Jabotinskij, strenuo difensore dei diritti civili degli arabi (teorizzò che, se il premier di Israele fosse ebreo, il vicepremier dovesse essere arabo, e viceversa).

La verità che emerge dai fatti è duplice: da una parte, Hamas, grazie alla nuova strategia elaborata dai fratelli Sinwar, basata sulla sinergia tra ripiegamento e arroccamento di migliaia di miliziani nella rete dei tunnel, e sulla detenzione di centinaia di ostaggi, è riuscita a sopravvivere. Ha visto decimato il suo comando, con l’uccisione da parte israeliana di Yaha e Mohammed Sinwar, di Mohammed Deif, di Khaled Meshal, e di centinaia di comandanti medio alti; ha perso in battaglia tra quindicimila e ventimila miliziani addestrati, ma ha mostrato non solo resilienza militare, ma anche la capacità – è questa una valutazione unanime degli analisti, in primis di quelli americani – di arruolare quindicimila nuovi miliziani. Sono a basso addestramento militare, ma sono sufficienti a garantire la base dell’impianto di Hamas tra la popolazione di Gaza, basato su un mix di ammirazione, consenso, e applicazione della violenza e del terrore delle armi.

Israele è sempre più lontano dall’obiettivo strategico enunciato da Benjamin Netanyhau: sconfiggere Hamas sul piano militare. Ha solo conseguito l’obiettivo dichiarato di punire i responsabili del massacro del 7 ottobre. Una vittoria parziale. Nulla indica che questa «azione militare senza precedenti» possa segnare una svolta nella guerra, tranne logorare l’onore dello Stato ebraico. Il tutto, nel disprezzo dimostrato da Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir per la vita e la liberazione degli ostaggi israeliani.

Il secondo fatto certo è che, per disposizione del governo, e con resistenze nell’Idf (da qui le dimissioni del ministro della Difesa Yoav Gallant, e del comandante dell’Idf, Herzi Halevi), i bombardamenti aerei su Gaza sono stati mirati, da un anno a questa parte, non solo a conseguire obiettivi militari, ma a distruggere le abitazioni, per spingere i gazaui a un esilio permanente.

Queste due decisioni hanno prodotto un risultato drammatico: l’isolamento e la condanna di Israele da parte anche dei paesi più amici, Stati Uniti in primis, e della stessa opinione pubblica occidentale filoisraeliana, già minoritaria. Ne consegue una damnatio memoriae dalla quale il Paese faticherà a riscattarsi negli anni futuri, anche quando non sarà più governato da Benjamin Netanyhau.

Un evento che stravolge l’unica democrazia del Medio Oriente e che porta l’amministrazione americana più vicina e simpatetica, quella di Donald Trump, a immaginare di abbandonare il governo di Gerusalemme. Lo rivela una fonte dell’autorevole Washington Post, proprio a causa dell’intensificarsi della guerra e del blocco degli aiuti a Gaza: «Se la guerra continua, vi abbandoneremo».

Il tutto, senza una strategia per il futuro, per il dopoguerra, che non sia un irrealizzabile Grande Israele, ripulito dai palestinesi, che comprenda la Cisgiordania e Gaza, come è nel manifesto politico di Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir. Una prospettiva che segnerebbe la fine dell’onore del sogno sionista.

Si noti bene, il Likud, prima che Benjamin Netanyhau ne prendesse il controllo, giudicava pericolosa e illegittima tale strategia, enucleata dal rabbi suprematista ebraico Meir Kahane, amato punto di riferimento di Itamar Ben Gvir, tanto da dichiarare illegittima la sua elezione in Parlamento e dimetterlo da parlamentare.

Lo stesso Benjamin Netanyhau, per anni, si è distaccato da tali frequentazioni. Ma, con una mossa di cinismo e di rottura con i valori del Likud, pur di vincere le elezioni nel 2022, si è alleato con i due partiti parafascisti e suprematisti, favorendone il successo elettorale. Da allora, è iniziata la deriva reazionaria di una leadership di Benjamin Netanyhau, che ha subordinato il suo governo alla golden share detenuta dai due parafascisti. Sino al disastro di questi giorni.

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