Pena di morteIl dilemma morale di Israele, e la recidiva impunita dei terroristi di Hamas

Molti miliziani palestinesi detenuti per atti di terrorismo, una volta liberati, hanno ripreso la propria militanza. Non è un’eccezione, ma una dinamica che mette in crisi il senso della clemenza penale

LaPresse

C’è un motivo per cui non ha ricevuto smentite ufficiali la notizia data ieri da The Sun, cioè che Israele si preparerebbe a condannare a morte e giustiziare una ventina di terroristi che hanno partecipato ai massacri del 7 ottobre nel kibbutz Nir Oz. E il motivo è che, seppure la notizia diffusa dal tabloid britannico fosse – come pare – sprovvista di addentellati affidabili, la questione sottesa rimarrebbe consistente e attuale.

Da ben prima dell’articolo del Sun, infatti, e da ben prima del 7 ottobre (anche se dopo, comprensibilmente, con più assiduità e fervore), in Israele si discute del trattamento e della sorte da riservare ai terroristi catturati. I dati evidenziano che l’ottanta per cento dei terroristi, se e quando liberati (perlopiù per riscattare la vita di ostaggi israeliani), rientrano nei ranghi delle organizzazioni terroristiche palestinesi, mentre il venti per cento di essi torna direttamente e personalmente a commettere atti di terrorismo. 

Si tratta di numeri allarmanti i quali – appunto non da oggi, ma oggi tanto più fortemente – inducono gli israeliani a questa banale quanto inoppugnabile constatazione: se quei personaggi fossero morti, non potrebbero tornare a compiere atti terroristici. Una constatazione cui segue l’interrogativo circa il fatto che sia utile, giusto, ammissibile, giustiziarli.

Scarseggia, in Israele, o comunque non è preponderante, la convinzione che la condanna a morte e l’eliminazione in cattività dei terroristi abbia un qualsiasi effetto deterrente. Ma non scarseggia, e anzi è diffusa, la convinzione che il problema esiste ed è grave, perché la società israeliana è stata troppe volte costretta, e succederà ancora, ad assistere alla liberazione di detenuti che hanno ricominciato e ricominceranno a uccidere i bambini ebrei fuori dalle scuole, a farsi esplodere sugli autobus, ad accoltellare i passanti per strada, a fare stragi lanciandosi con una macchina o un camion contro la gente sui marciapiedi.

La discussione in argomento, e cioè la valutazione su come rimediare al problema, precede dunque – e va oltre – la presunta notizia circa la condanna a morte dei ventidue che hanno partecipato agli eccidi a Nir Oz. Certo, non è indifferente ciò che successe lì, quel giorno. Vale la pena, sunteggiando, di ricordarlo.

Miliziani e civili palestinesi (sì, anche civili) assassinavano a Nir Oz quarantasei persone inermi (trentatré uomini e tredici donne) e ne rapivano settantadue (trentasette uomini e trentacinque donne). In quell’occasione, nel corso dei rapimenti, furono assassinate una donna di settantanove anni e la sua nipote, una bambina autistica di dodici anni, perché rallentavano la ritirata dei rapitori verso Gaza. Due anziani, una donna di settanta anni e il marito di settantatré, erano sorpresi in prossimità del kibbutz: la donna era assassinata; il marito, preso in ostaggio, era ucciso poi a Gaza. 

Una famiglia di cinque persone – madre, padre e tre bambini – era nascosta nella safe room: sfondata la porta, i terroristi uccidevano i genitori e davano fuoco alla casa; i tre bambini morivano soffocati. La nonna era uccisa in un’altra safe room del kibbutz. Sempre da qui era prelevata un’intera famiglia: i genitori e due bambini, uno di quattro anni e uno di nove mesi, erano rapiti; i due nonni erano assassinati e i loro corpi ritrovati al confine di Gaza.

Ho volutamente omesso i nomi, e ciò che successe dopo ai rispettivi titolari. Ne cito solo alcuni, così, giusto per completezza. Quel lattante e il fratello di quattro anni sono stati strangolati e restituiti in due bare nel tripudio delle folle palestinesi che cantavano «vittoria». Si chiamavano Kfir e Ariel Bibas.

Ora, è sempre pessima – e da respingere sempre – l’idea di discutere della pena di morte (e in realtà di qualunque pena) facendo leva sull’atrocità degli atti commessi da chi vi è condannato. Ma è buona norma ricordare, anziché accantonare, il fatto inoppugnabile di cui si diceva sopra: e cioè che lo Stato ebraico potrebbe essere costretto, per riscattare la vita di qualcuno, a liberare quelli che non solo hanno commesso quei massacri, ma ne commetteranno ancora se appena avranno occasione di farlo.

Una nobile e condivisibile requisitoria contro la pena di morte che, tuttavia, non tenesse conto di questa circostanza – e che dunque facesse le mostre che si tratti di scegliere agevolmente tra esecuzione e cella a vita – significherebbe affettare istanze umanitarie, a buon mercato. Soprattutto, significherebbe non capire nulla.

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