Stallo politicoIl Kosovo è ancora senza un governo, e non se lo può permettere

L’impasse in cui è finita Pristina, incapace di trovare una maggioranza, ha pesanti conseguenze sul processo di adesione del Paese balcanico all’Unione europea

AP/Lapresse

La scorsa settimana l’Alto Rappresentante dell’Unione europea per la politica estera, Kaja Kallas, ha visitato i Balcani occidentali in un momento cruciale per la regione. Al centro del viaggio – che ha toccato Serbia, Kosovo e Macedonia del Nord – c’erano le riforme e il percorso di adesione all’Unione di questi Paesi. Per Belgrado e Pristina il nodo resta la normalizzazione dei rapporti reciproci. Ma se in Serbia l’integrazione si è arenata anche tra le proteste di piazza e l’ambiguità del presidente Aleksandar Vučić rispetto ai legami con Mosca, in Kosovo a destare preoccupazione sono le difficoltà nel formare un nuovo governo e le conseguenze politiche che ne stanno derivando.

A tre mesi dalle elezioni parlamentari di febbraio, infatti, il Kosovo è ancora senza un esecutivo. Il partito più votato è stato il Vetëvendosje di Albin Kurti fermatosi al quarantadue percento dei consensi. Un risultato non sufficiente a governare da solo e con un calo di quasi dieci punti percentuali rispetto alle elezioni precedenti. Kurti, rimasto primo ministro ad interim, non è riuscito a formare una maggioranza, mentre il Parlamento ha fallito ripetutamente anche l’elezione del presidente dell’Assemblea. Il leader di Vetëvendosje non sarà probabilmente in grado di convincere le opposizioni e nemmeno un eventuale accordo con i partiti che rappresentano le minoranze etniche garantirebbe i numeri necessari.

Questa impasse politica ha sospeso il cammino delle riforme richieste da Bruxelles. Eppure, a differenza di altri Paesi della regione il Kosovo ha compiuto negli ultimi anni grandi progressi in termini di libertà di stampa, diritti umani e democrazia. Ma Kallas ha sottolineato che senza stabilità, governance e istituzioni funzionanti Pristina rischia di perdere anche l’opportunità di accedere al piano di crescita da sei miliardi di euro destinato ai Balcani occidentali. Per questo, sprecare un anno a causa dell’assenza di un governo sarebbe una battuta d’arresto da evitare a tutti i costi, soprattutto in una fase segnata dall’instabilità globale e dalle incertezze sulla sicurezza del continente.

Lo scenario più probabile al momento resta un ritorno alle urne. «Il calo di preferenze del Vetëvendosje – spiega Giorgio Fruscione, analista dell’Ispi e tra i principali esperti italiani di Balcani – è legato all’erosione della fiducia nei confronti di Kurti che paga soprattutto il deterioramento dei rapporti con gli Stati Uniti, storicamente il principale sponsor dell’indipendenza kosovara». La questione americana dipende ovviamente dall’atteggiamento di Donald Trump, non particolarmente interessato alla regione e con una certa ammirazione per il serbo Vučić e i suoi metodi putiniani.

Secondo Fruscione per provare a sbloccare questo stallo politico le soluzioni sono sostanzialmente due: «O si torna al voto, ma sarebbe un salto all’indietro dopo che il governo Kurti è riuscito per la prima volta nella storia del Kosovo a concludere una legislatura. Oppure, anche se meno probabile, si potrebbe formare una grande coalizione che traghetti il Paese fino all’elezione del Presidente della Repubblica prevista per la primavera del 2026».

L’ipotesi di un governo trasversale, costruito attorno a un’agenda europea sarebbe la più auspicabile. Anche perché un ritorno al voto rischierebbe di aggravare la paralisi: se si dovesse confermare il risultato di febbraio si potrebbe verificare uno scenario bulgaro, con elezioni ripetute e nessuna maggioranza. Se invece Vetëvendosje dovesse perdere ulteriore terreno a beneficiarne sarebbero i partiti tradizionali, che però poi dovrebbero riuscire a formare una maggioranza stabile. In autunno si voterà anche a livello locale e il nord del Paese sarà un banco di prova cruciale per misurare il clima politico.

In ogni caso l’elefante nella stanza resta Belgrado. Kallas ha ribadito che la normalizzazione delle relazioni tra Kosovo e Serbia è la condizione imprescindibile per qualsiasi avanzamento nel percorso di adesione. L’Unione europea ha annunciato l’inizio della rimozione delle sanzioni imposte dopo le violenze nel nord del Kosovo nel 2023, sottolineando però che questa decisione è subordinata ad una «de-escalation prolungata». Ma all’orizzonte non sembrano esserci miglioramenti. Soprattutto dopo i fatti di Banjska, che hanno incrinato ulteriormente i già fragili accordi di Ohrid, con l’istituzione dell’associazione dei Comuni serbi del Kosovo e il riconoscimento del Paese da parte della Serbia che sembrano allontanarsi sempre di più.

«In questo momento – prosegue Fruscione – non c’è un governo a Pristina e la Serbia è alle prese con una fase sociopolitica delicata. Il rischio è che il vuoto di potere protragga lo stallo anche nei negoziati con Belgrado». Fruscione precisa che le sanzioni europee «sono più che altro un monito, con un impatto soprattutto politico, ma sono reversibili. Segnalano però un punto fermo: non ci sono scorciatoie per il Kosovo. L’unica strada passa dalla normalizzazione con la Serbia. Anche se non lo vedo un obiettivo realizzabile nel breve periodo. C’è una sorta di patto non scritto: ad entrambi conviene il mantenimento dello status quo, soprattutto in politica interna».

Per quanto l’azione dell’Unione europea nella regione sia stata spesso poco incisiva e il percorso di adesione dei Paesi balcanici proceda a rilento, a Bruxelles nessuno intende voltare le spalle al Kosovo. Il Paese però è chiamato a dimostrare di essere maturo politicamente: servono istituzioni funzionanti, un Parlamento operativo, riforme concrete in settori chiave e soprattutto un riavvio credibile del dialogo con la Serbia. L’Unione europea, pur tra limiti e lentezze, continua a rappresentare la principale ancora di stabilità e sviluppo per Pristina, soprattutto nell’era di Donald Trump.

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