Prima o poi qualcuno racconterà quali saranno stati in questi anni i problemi tra Quirinale e Palazzo Chigi. In diretta non è semplicissimo capire il rapporto tra Sergio Mattarella e Giorgia Meloni, due personalità che più diverse non potrebbero essere (ma questo di per sé non è un male), e che fino a questo momento non sono mai entrate in rotta di collisione, almeno apertamente. Prevale il senso istituzionale, sempre, e la ricerca di soluzioni più che di polemiche.
La presidente del Consiglio, sapendo che il Quirinale è l’argine al suo potere in forza della legge e del consenso di Mattarella, sta bene attenta a come muoversi. Dal canto suo, il presidente della Repubblica non ama fare il controcanto del governo, di qualunque governo, ma non ha smesso nemmeno per un secondo di esercitare il potere che la Costituzione gli affida, cioè che essa venga rispettata. Ora può, in una fase di evidente stabilità, la presidente del Consiglio sperare che il Quirinale le faccia sconti. Gli attriti sono sempre dietro l’angolo. È solo un’impressione, ma le cose non depongono a favore di un momento idilliaco.
A Palazzo Chigi non sono passate inosservate le ripetute sollecitazioni del Capo dello Stato sulla questione dei salari troppo bassi (c’è persino stato chi vi ha visto un assist a Elly Schlein), per non dire degli innumerevoli richiami all’antifascismo, una parola che proprio non riesce a entrare nel vocabolario dei governanti, e di quel «è sempre ora di Resistenza» scandito da Mattarella il 25 aprile che non pare a occhio una locuzione che possa piacere a Meloni, al presidente del Senato e ai Fratelli tutti.
Su un terreno più politico, ecco che Mattarella ha deciso di prendere in mano la questione che più divide la maggioranza, cioè la politica di difesa e di sicurezza nazionale. Ci vuole vedere chiaro, il Presidente. Per questo ha convocato per giovedì il Consiglio superiore di Difesa, che egli presiede, un organismo costituzionale che non si riunisce tanto spesso e la cui convocazione, proprio per questo, suscita qualche domanda politica. Mattarella avrà di fronte Meloni e cinque ministri (Antonio Tajani, Guido Crosetto, Giancarlo Giorgetti, Matteo Piantedosi, Adolfo Urso) che si troveranno sul tavolo una domanda semplice: cosa vuole fare il governo di fronte agli impegni europei e internazionali già assunti o ancora da assumere riguardo alle spese militari?
Tradotto in termini rozzi, bisogna capire se la strada è quella indicata dal ministro della Difesa Crosetto e dal ministro degli Esteri Tajani, favorevoli a raggiungere il due per cento del prodotto interno lordo per la spesa militare e in generale per assecondare il Libro Bianco varato dalla Commissione europea; oppure traccheggiare ancora in attesa di capire bene l’impatto sui conti, come sostiene (qualche volta, non sempre) Giorgetti. E meno male che al Consiglio non è prevista la presenza del ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, contrario a tutti e che, come Roberto Vannacci, sostiene, semplicemente, che «il riarmo è una follia».
Sono tre linee diverse, tra le quali sinora Meloni ha surfato con disinvoltura, facendo ben attenzione che questa spaccatura della destra venisse nascosta nelle votazioni parlamentari grazie a un’astuzia di cui al contrario il centrosinistra non dispone, visto che ha votato cinque mozioni diverse. Siccome l’Italia dovrà avere le idee chiare prima del 24–25 giugno, quando all’Aja si terrà il vertice della Nato, Mattarella non vuole che l’Italia faccia la figura dei soliti inaffidabili, per questo pretende di vedere le carte scoperte sul tavolo.
È suo dovere istituzionale in quanto Capo delle Forze armate, ma soprattutto è un modo per porre il governo di fronte alla necessità della trasparenza verso gli alleati e nei confronti del Paese. Il tempo del surf, presidente Meloni, è scaduto. Questo è il senso del messaggio del Quirinale.