
José “Pepe” Mujica è morto il 13 maggio a ottantanove anni. Se ne va così l’ex presidente dell’Uruguay che viveva in una fattoria, che regalava il novanta per cento dello stipendio, che viaggiava su un Maggiolino del ’87, che parlava come un contadino e pensava come un filosofo. La sua morte, annunciata dall’attuale presidente uruguaiano Yamandú Orsi, chiude una stagione: «Hasta acá llegué» («Fino a qui sono arrivato»), aveva detto lo scorso gennaio.
José Mujica è stato molto più di un presidente: è stato un’icona della sinistra latinoamericana, agitato come totem anche da una parte della politica italiana, un ex guerrigliero dei Tupamaros, un prigioniero politico sopravvissuto a dodici anni di isolamento sotto la dittatura uruguaiana, un leader austero in tempi di narcisismo globale. La sua ultima battaglia, combattuta contro un tumore prima all’esofago e poi al fegato, lo ha visto spegnersi lentamente ma con la lucidità feroce di sempre. Il cancro lo aveva stremato, ridotto alla debolezza fisica.
Mujica è nato nel 1935 a Paso de la Arena, periferia rurale di Montevideo. Figlio di un piccolo agricoltore caduto in rovina, entra nei Tupamaros nel 1964, partecipa ad azioni clandestine, viene ferito da sei colpi di pistola, arrestato quattro volte, evade due, e nel 1972 diventa uno dei nove rehenes del regime militare: ostaggi destinati alla morte se il movimento ribelle avesse ripreso le armi. Passa sette anni rinchiuso in celle di isolamento, spesso in buche sotterranee senza luce, né libri. Ne esce provato, privo di un rene, ma nel 1985, con il ritorno della democrazia, ottiene la libertà grazie alla amnistia.
Nel 1994 è eletto deputato, nel 1999 senatore. Diventa ministro dell’Agricoltura nel 2005, presidente della Repubblica nel 2010. Il suo governo (2010–2015) si distingue per una serie di riforme sociali coraggiose: legalizzazione dell’aborto, del matrimonio egualitario e della marijuana, una delle prime al mondo. Ma ciò che lo rende celebre a livello globale non è solo l’agenda progressista: è la sua vita personale, coerente fino all’ossessione con i valori che predica. Continua a vivere nella sua fattoria di Rincón del Cerro, con sua moglie Lucía Topolansky — anche lei ex guerrigliera e senatrice — e la sua cagnolina Manuela.
La sua figura resta ambigua anche per i suoi critici: non ha voluto perseguire i responsabili delle torture durante la dittatura, attirandosi l’accusa di eccessiva indulgenza. Nel 2018 lasciò la politica attiva, congedandosi dal Senato in una lettera breve alla presidente dell’aula, sua moglie. Negli ultimi anni si è ritirato nella sua tenuta, concedendo rarissime interviste, rifiutando ogni celebrazione, ogni statua anticipata, ogni santificazione.