«La cosa migliore dell’essere giovani è che non c’è niente che tu faccia che non possa essere disfatto»: lo dice, nella sesta puntata di “Your friends and neighbors”, il protagonista alla figlia adolescente, e non è neanche lontanamente la frase più citabile del teleromanzo (a quelle poi ci arriviamo), ma è quella che conferma anche ai distratti quale tema voglia dichiarare l’autore.
Non so chi sia Jonathan Tropper, non ho mai letto nessuno dei suoi libri né visto le serie che ha scritto prima di questa, da quel che leggo in giro è uno stanco maschio etero bianco, e non poteva che finire così: che quel problema che noialtre ci rifiutiamo di affrontare, il reflusso dell’emancipazione femminile, toccava raccontarlo a un uomo, un uomo che oltretutto finge di raccontare altro.
“Your friends and neighbors” è ambientato al presente: lo sappiamo perché vediamo i cellulari, la messaggistica istantanea, i campioni sportivi che diventano influencer di gabinetti giapponesi, gli adolescenti malmostosi cui viene diagnosticato il disturbo dell’attenzione. È una serie di questo secolo. Un secolo in cui le donne hanno deciso che negli anni Cinquanta non si viveva poi male.
Jon Hamm, che è il protagonista, non è devastato come lo era il Don Draper che interpretava in “Mad Men”, ma le donne che girano intorno a lui e agli altri non sono più emancipate di quanto lo fossero le donne di quell’agenzia di pubblicità nell’America dei primi anni Sessanta. E sono loro il vero tema, ancora più del fatto che a una certa età invece non puoi più disfare la vita che hai costruito – per quanto ti faccia schifo, per quanto tenti di fuggirne.
«Qui, il whisky era una cazzo di religione. Ogni volta che qualcuno ti versava da bere, doveva farti un cazzo di Ted Talk sul whisky. E poi sarebbe inevitabilmente intervenuto un altro, cianciando di quella gran bottiglia che una volta avevano e ora non si trovava più e bla bla bla. Sospetto che, a un certo punto, abbia iniziato a discendere su tutti la consapevolezza che era tutto qui. Queste case, queste mogli, questi lavori. Questa sarebbe stata la somma totale delle loro vite. Il loro futuro era già scritto. E quindi cominciava il tentativo di scansare il vuoto. Whisky, sigari, carni affumicate, mazze da golf su misura, mignotte d’alto bordo. Intere industrie costruite per incassare dalla silenziosa disperazione di ricchi uomini di mezz’età».
“Your friends and neighbors” parla di soldi, come tutti i prodotti che valga la pena consumare: nella storia dei racconti umani, nessuno è ancora riuscito a trovare un tema più interessante dei soldi. E sì, parla anche dei soldi che ti servono per dimenticarti di quanto faccia schifo la tua vita da ricco. E sì, parla anche di cosa succede quando un tizio arrivato e che s’illudeva non avrebbe mai più avuto preoccupazioni si ritrova nei guai. Ma soprattutto, parla di che brutta fatica sia essere un marito ricco.
O ex ricco, o ex marito. Non c’è nessuna differenza tra il protagonista che ha perso tutto (anche la moglie, che l’ha mollato per un amico di famiglia già prima che lui perdesse il lavoro), e il suo commercialista, che ha comunque una moglie determinata a vivere al di sopra delle loro possibilità. È il 2025, ma sono gli anni Cinquanta, e quindi non puoi dirglielo, a tua moglie ignara come un personaggio di Doris Day del concetto di entrate e uscite, che no, non ce li hai duecentocinquantamila dollari per rifare il giardino, o da dare alla scuola che altrimenti espelle il figlio teppista, che no, quattromila dollari di batteria per il teppista non ce li possiamo permettere – eccetera.
Nel monologo che ho ricopiato prima, il personaggio di Jon Hamm, Coop, parla di «quiet desperation», citando quella frase di Thoreau («Le masse conducono vite di silenziosa disperazione») che è assai più utile definizione oggi, che le silenziose disperazioni sono vocianti tutt’attorno a noi, di quanto lo fosse quand’è stata scritta quasi duecent’anni fa; ma la disperazione più silenziosa è quella di chi ha mogli volontariamente cieche, che decidono di non accorgersi delle difficoltà se non vengono spiattellate e continuano a spendere contando sul fatto che i mariti non le spiattelleranno mai.
Possono esistere personaggi femminili credibili, nel 2025, che somiglino a com’erano mia madre e le sue amiche negli anni Ottanta? Neanche i loro mariti avrebbero mai potuto contare sul fatto che capissero da sole che non potevano più permettersi l’iscrizione al circolo del tennis, o la casa al mare; né avrebbero mai osato svelarglielo. Ma loro erano donne nate quando le donne non avevano neppure il diritto di voto: la vocazione a fare le mantenute era per loro endogena. Quelle di questo secolo che scusa hanno, per il loro mettersi in aspettativa per scegliere le bomboniere? Il fatto che i diritti se te li trovi già conquistati poi li dai per scontati?
Teoricamente le mogli di “Your friends and neighbors” non sono delle mantenute: l’ex moglie di Coop è una psicologa, l’ex moglie del morto lui se l’era rimorchiata sul lavoro (certo che c’è un morto: quando vogliono fare critica sociale, le serie americane mettono un morto alla prima puntata e non ti dicono chi è fino a molte puntate dopo, è una formula fissa da “Desperate Housewives” a “The affair”; sanno che, senza mistero da risolvere, non ti ciucci la critica sociale).
Teoricamente non sono delle mantenute, ma comunque lo sono. Sono, beate loro, il genere di donna che ha un lavoro per realizzarsi o per non annoiarsi tra la scelta delle bomboniere e quella dei canapè: per il tenore di vita, c’è il lavoro del marito (o l’eredità dei genitori). L’unica donna che bada ai soldi è l’unica che se li guadagna: una cameriera che diventa socia di Coop nella sua vita delinquenziale, e che è anche protagonista della scena più femminista che abbia visto da parecchio tempo (è alla quinta puntata, non vi voglio rovinare la sorpresa).
Naturalmente la cameriera ha un fratello imbecille che è un pozzo senza fondo di debiti da ripagare, perché la regola che nel pasciuto occidente più spesso vede le donne come mantenute non ha per sua natura a che fare coi sessi ma coi bilanciamenti: se c’è qualcuno che si sbatte per pensare a tutto, ci sarà qualcun altro che lo inguaia indebitandosi. Nel caso della famiglia di Coop i soldi li deve trovare lui, in quello della cameriera lei.
Naturalmente il fratello della cameriera frigna che non è colpa sua, lui non ha mai avuto la possibilità di farcela, perché l’altra regola che non sbaglia mai è che a fare le vittime saranno sempre quelli che prenderesti a schiaffi nel tentativo di fargli passare l’inettitudine, e mentre tenti di reprimere l’impulso agli schiaffi quelli ti annoiano elencandoti tutti gli altri di cui è colpa: mai loro.
«L’Oakwood Country Club: centomila dollari l’anno d’iscrizione ti danno accesso al privilegio di pagare, per ogni insalata o hamburger o caffè o cocktail che ti viene servito qui, una cifra del quaranta per cento superiore al prezzo di mercato. Ma, se non t’iscrivi, tutti penseranno che non ti hanno voluto. È la cara vecchia economia dell’estorsione sociale, ma vederla per ciò che era non mi ha mai impedito di assoggettarmici, assieme a tutti gli altri poveri stronzi».
Forse quel che Coop dovrebbe dire alla figlia è che le dinamiche degli adulti che tengono a quel concetto ridicolissimo che è la «bella figura» sono assai simili a quelle degli adolescenti: fare le cose che fanno tutti, altrimenti quei tutti ti prenderanno in giro, altrimenti quei tutti ti escluderanno, altrimenti quei tutti pensano che non hai centomila dollari per il country club o duecentocinquantamila per spostare il roseto e – santo cielo – ridono di te e ti parlano alle spalle, un’eventualità temibilissima, se hai tredici anni.
“Your friends and neighbors” è una serie per adulti. A un certo punto Coop dice che i diamanti in sé non hanno nessun valore, glielo ha dato un abile cartello commerciale «che ha sfanculato lo Sherman Act». L’ho dovuto cercare su Google. È la legge americana contro i cartelli commerciali (o, come diciamo in quella lingua morta che è l’italiano: antitrust). È egemonia americana, citare cose che negli altri paesi non capiranno? Certo, ma è anche maramalderia, ormai, pensare che il pubblico guarderà qualcosa di cui non gli spiegano proprio tutto tuttissimo: a «Sherman Act», il tredicenne americano me l’hai già perso.
Apple+ mi pare sia l’ultima rimasta a concepire l’esistenza del pubblico adulto, forse perché gli introiti aziendali vengono dal venderci i telefoni e i tablet e non gli sceneggiati. Ho visto sul New York Magazine una recensione di “The four seasons”, la serie Netflix su sei amici cinquantenni che sembra scritta per farsi benvolere dai trentenni, in cui la critica diceva attenzione, guardate che se non avete cinquant’anni non v’interessa.
A parte che se avete un cervello non v’interessa quale che sia la vostra età, ma è interessante come ormai sia da segnalare come possibile allergene l’esistenza di prodotti che non parlano ai tredicenni. Apple+ mi pare l’unica che ci prova, a volte producendo meraviglie come questo o “Slow Horses”, a volte imbarazzanti pecionate come “Loot” o “The Studio” (di “The Studio”, così come di “The four seasons”, è già stata annunciata la seconda stagione; di “Your friends and neighbors” no: l’adultità non paga).
Certo, Apple+ è una piattaforma con un difetto: fa uscire una puntata a settimana, il che è esasperante per noialtri ormai abituati alla soddisfazione istantanea del desiderio. Ogni venerdì tutti sanno che non devono parlarmi finché non ho visto la nuova ora di Coop che cerca di far vivere la sua famiglia al di sopra delle sue possibilità, tra due venerdì finisce e chissà che scusa dovrò inventarmi per non farmi rivolgere la parola.
Chissà, anche, se arriverà mai un’altra serie per cui questo meccanismo dell’episodio settimanale, benché fastidioso, sembri così fisiologico: perfetto per ricordarci di quel secolo là, in cui le donne non si preoccupavano dei soldi, e per la nuova puntata d’uno sceneggiato dovevi aspettare sette giorni.