Il Papa Re LeoneL’ultima istituzione seria, e il situazionismo che le gira intorno

La novità del pontefice americano sembra già rientrata, come nel Marziano a Roma di Flaiano. Solo che non è Roma, è il mondo a essere così: il Grande Indifferenziato è globale

LaPresse

C’è quella scena della “Terrazza” in cui Mastroianni batte a macchina le parole «Il paese è allo sfascio e attende risposte non equivoche, per restituire dignità alla convivenza fra gli uomini», e poi aggiunge: «Finale di articolo che ho già scritto un centinaio di volte dal 1969».

Ecco, io non vorrei superare il centinaio di volte in cui scrivo l’articolo che dice che il mondo intero è allo sfascio, e nulla più può restituire dignità alla convivenza tra gli uomini, giacché ormai tutto è meme e i telefoni con la telecamera ci hanno rovinato il cervello e persino il Papa sta sui social, ma insomma: mi pare che la realtà mi ci costringa. La realtà, ovvero lo sfascio.

Ieri mattina un amico ottimista mi ha telefonato dicendo: «È già il marziano a Roma». Il soggetto sottinteso era il nuovo capo della chiesa cattolica, e il riferimento sottinteso era quel raccontino di Flaiano sullo scetticismo dei romani i quali al terzo giorno hanno già digerito pure la presenza d’un extraterrestre, lo ritengono già una ripetitiva parte del paesaggio.

Solo che non è Roma: è il mondo che ormai è così, un Grande Indifferenziato in cui l’ospite del reality vale come il capo dei cattolici, il commento cafone vale come l’attentato dinamitardo, la ricetta della carbonara vale come la soluzione alla questione mediorientale, il centravanti vale come l’accademico (almeno il centravanti non si mette il PhD nella bio social a garanzia che le stronzate che posterà siano stronzate autorevoli).

Robert Francis Prevost si era messo il nome di Leone XIV da meno d’un giorno, il riempimento automatico di Google, se inserivo “Leone”, mi suggeriva ancora “Leone il cane fifone”, e già quella melma in cui l’informazione non si distingue dai social aveva prodotto un numero di dettagli che una volta (quando esisteva l’informazione) si sarebbero chiamati “di colore”, sul Prevost, superiore ai meme e alle citazioni e agli «io la conoscevo bene» che i nostri telefoni hanno accumulato in venticinque anni di Tina Cipollari a “Uomini e donne” (e dello stesso livello culturale).

Elenco non esaustivo di stronzate a corredo dell’elezione del capo d’una Chiesa alle cui funzioni non presenziamo da decenni ma che non per questo non deve diventare il giocattolo della settimana. Nell’ordine casuale in cui sono arrivate sul mio telefono.

La ragazza che filma in videochiamata la reazione della madre alla notizia che Prevost era diventato Papa dopo che la madre le aveva detto che a diciannove anni lei Prevost se l’era portato a letto (la ragazza essendo americana ha messo in didascalia che la madre e il Papa avevano avuto una “situationship”, e io ho dovuto spiegare a un amico, rappresentante della resistenza al linguaggio imbecille dei ventenni, cosa diamine significasse “situationship”: è stato bellissimo, mi sono quasi commossa).

La finta chat in cui Elon Musk minaccia, se non fanno un Papa americano, di pubblicare tutte le cronologie di ricerca dei cardinali, Trump si candida a essere lui Papa, e insomma per la disperazione tutti cedono e fanno Papa quello della nazionalità preferita di Elon e Donald.

Il finto prete Guido Sarducci che va da Colbert a parlare del conclave e dice che Ratzinger è ancora vivo «come Elvis» e che in Italia i porcospini sono considerati una prelibatezza gastronomica, e io ci metto un po’ a capire che è un comico che fa un prete finto, perché ormai la realtà e la parodia sono indistinguibili e mica è così inverosimile che ci sia un prete italoamericano che ha convinzioni su Ratzinger prese dal National Enquirer e convinzioni alimentari prese da qualche programma di cuochi fusion.

Il video della bambina che, mentre l’ex cardinale visita il palazzo in cui viveva fino a un attimo prima, gli chiede di autografarle la Bibbia, e lui mica le fa presente che i libri li autografano gli autori e che il capo d’una Chiesa non è un cantante e non fa il firmacopie, macché, lui ligio autografa, facendo pure lo spiritoso sulla firma col nuovo nome da perfezionare, perché ormai è andata così: ogni telefono ha una telecamera, ognuno è perpetuamente in onda, e nessuno, neanche il capo dell’ultima istituzione non crollata, può permettersi d’essere sbrigativo con una bambina inopportuna. Essere severi non è fotogenico.

Gli screenshot dell’intelligenza artificiale che risponde che non esiste nessun Leone XIV, se non in uno scenario distopico di Reddit (ora Reddit è una fonte: il mondo è allo sfascio) che fantastica d’un Papa filippino tra mille anni, e va bene tutto e per quando leggerete quest’articolo l’intelligenza artificiale spero si sarà aggiornata, ma cos’è artificiale a fare se ha i tempi di reazione ai mutamenti della realtà di quando i mensili andavano in tipografia due settimane prima dell’uscita.

“Report”, un programma che può sembrare serio solo in un secolo che ha smarrito il senso della serietà, che intervista un tizio vestito come un venditore di lupini in via della Conciliazione che spiega che lui è il lobbista che per conto di Steve Bannon influenza il voto del conclave, e l’inviato lo tratta in modo diverso da come si sarebbe rapportato al matto di piazza Barberini.

La ribellione di quelli che si erano affezionati a Matteo Zuppi di cui un mese fa ignoravano l’esistenza ma per cui l’altroieri tifavano come fosse un concorrente di “Amici”, ben sintetizzata da un tweet (o come si chiamano ora) di Carlo Calenda. «Tabaccaio interno giorno. Cliente mi guarda schifato “manco un Papa italiano siete riusciti ad eleggere”. Io “ma mica faccio il cardinale”. Lui “qualcosa potevate fare comunque”».

Calenda, che non ha le misure del mondo, conclude «solo a Roma», ma le specificità ormai non esistono nei posti esistenti, figuriamoci nei parchi divertimenti come Roma: è così ovunque, ovunque l’umanità non sa distinguere tra un reality in cui il suo televoto pesa e un conclave in cui del gradimento popolare ce ne si può fottere. In altre parole: per questo secolo, quello strano non è il romano che fischia allo stesso modo l’esito del conclave e quello di Sanremo; quella strana è la procedura del conclave, non concepita per prendere i like.

Una volta, quando l’americanizzazione dell’occidente non era ancora compiuta, quando sapevamo che erano un continente allegro e un po’ scemo, che non sapeva nulla di ciò che succedeva fuori dai suoi confini, che strabiliava alla vista del primo coccio antico di quelli che noi utilizzeremmo come sottopiatto, che era una terra di gente senza cultura della quale tuttavia ci piacevano moltissimo i film, e le canzonette, e le bibite zuccherate, e le scarpe da tennis; una volta, quando l’americanizzazione era così incompleta che le scarpe da tennis ancora non le chiamavamo sneakers, una volta non sarebbe mai andata così.

Una volta, prima che passassimo quella puntata di “Black Mirror” in cui uno spostato non più spostato della media dei normali ammazza uno perché quell’uno ha ucciso i pupazzetti dentro al computer, quelli la cui vita per lui vale quanto quella d’un umano, prima che passassimo la visione di quella puntata a chiederci se i pupazzetti fossero metafora degli animali domestici, e lo spostato fosse quindi allegoria dei molti per cui i cani sono meglio delle persone, o se la metafora riguardasse appunto questo mondo di like che ci fa rimpiangere il mondo di ladri, una volta la confusione non era così assoluta.

Ma ormai lo sfascio è completo, e pare non esserci modo di restituire dignità alla convivenza tra gli uomini, o anche solo di evitare che qualche attivista (o altre mansioni immaginarie) faccia uno screenshot di questa frase e chieda il 41 bis per me che dico «tra gli uomini» intendendo «tra gli esseri umani», patriarcatoooo.

Temo che sia irreversibile, lo sfascio, ma in un impeto d’ottimismo suggerirei un ultimo tentativo. La sinistra, l’ateismo, la società dello spettacolo, l’informazione che tenta di ripulirsi dal rumore di fondo, la gente perbene riparta da quel mio amico che non sa cosa significhi “situationship”. Persino Leone XIV ha un account Twitter: solo quel mio amico è abbastanza disposto a non sapere niente del presente da salvarci.

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