Spiazzata è rimasta non solo tanta gente comune, ma anche la politica italiana. Il Papa americano sfugge alle categorie preimpostate sulla base dei canoni tradizionali, sicché nessuno può fin d’ora stabilire con certezza quale sarà il ruolo di Robert Francis Prevost sulla scena squassata del mondo contemporaneo. Quello che però si può dire è che Leone XIV dovrebbe correggere i tratti più esuberanti – c’è chi li definisce sudamericani e populisti – di Francesco, in vista di una più salda determinazione a costruire più che denunciare. Dentro una logica, com’è tipico della Chiesa, di complementarietà con il precedente Pontefice.
In questo mix di innovazione e di continuità è prevedibile che Papa Prevost sarà totalmente autonomo da tutto e da tutti (non volendo entrare qui negli aspetti del governo della Chiesa, tema da lui appena evocato con il riferimento alla «sinodalità»): e massimamente distante dai governi.
Da questo punto di vista, la cosa più interessante sarà vedere come si realizzerà il rapporto con Donald Trump, dando per scontato che non spetta al Pontefice assumere la veste di antagonista del presidente degli Stati Uniti, e tuttavia sarà giocoforza per il popolo americano, alle prese con la questione dell’immigrazione e la compresenza di tante etnie diverse, ascoltare il messaggio di Prevost, sicuramente distantissimo da quello di Trump e J.D. Vance: vedremo con quali effetti, prevedibilmente non troppo favorevoli al nuovo Padrone americano.
Più in generale, Leone XIV ha le caratteristiche per giocare un ruolo da protagonista nelle più aspre controversie mondiali, ben più di Francesco, il cui destino, per varie ragioni, anche di carattere soggettivo, è stato quello di essere inascoltato. Potremmo dunque trovarci di fronte a un Papa politico, più nel senso di Giovanni Montini (Paolo VI) che di Karol Wojtyla (Giovanni Paolo II), assolutamente integro e incondizionabile. Pur non catalogabile nelle «categorie fruste» – ha scritto Massimo Franco – di progressisti e conservatori, certo non è Prevost il Papa che la destra mondiale avrebbe voluto, proprio per questa sua forza autonoma che pare voler esprimere.
Già Steve Bannon sbraita, e per una volta non ha torto: «È la scelta peggiore per i cattolici Maga», e la sua elezione «è un voto anti-Trump da parte dei globalisti della Curia». E anche la destra italiana avrà a che fare con un agostiniano molto distante dalla sua ideologia trumpiana, e peraltro difficilmente avvicinabile per il giro di Alfredo Mantovano e della stessa Giorgia Meloni, un giro che negli ultimi giorni aveva infine accettato, pur con qualche riluttanza, una soluzione alla Pietro Parolin, cioè un possibile Pontefice di nuovo italiano, più sensibile a certe raffinatezze del gioco politico di casa nostra. Un ragionamento che forse è stato anche della Comunità di Sant’Egidio, che avrebbe inizialmente preferito un Francesco II e che pertanto recriminerà qualcosa.
La domanda è se Leone, nei prossimi anni, rivelerà orientamenti nuovi capaci di restituire un senso alla presenza dei cattolici italiani in politica, una questione che via via ha smarrito non solo centralità, ma persino una sua ragion d’essere: una grande pagina bianca che potrebbe in qualche forma essere riscritta, forse all’insegna di un nuovo impegno sociale e politico democratico e certo non reazionario.
Evitando dunque semplificazioni estranee al misterioso mondo della Chiesa di Roma, resta agli atti lo stupore generale per un’elezione non banale, per una vera spallata che la Chiesa ha saputo dare alle certezze di chi la vedeva sempre più marginale. Una svolta non troppo desiderata, in particolare da una destra che ora dovrà rifare i suoi conti.