
Tutte le contrapposizioni che mi vengono in mente nel mondo di oggi, tutte tuttissime, non sono quello per cui vengono spacciate – questioni di interessi in contrasto, di gusti divergenti, di ideologie assortite, di rava, di fava.
Tutte, ma proprio tutte le conversazioni che finiscono in polarizzazioni e risse, tutti i posizionamenti per cui Tizio simpatizza con Caio e antipatizza con Sempronio, tutti i falsi problemi d’un mondo che ha risolto quelli veri (la sussistenza, l’acqua potabile, la morte infantile), tutto si riduce al fatto che siete poveri.
Siete poveri. È tutto lì. Giuro. Vi percepite benestanti perché avete l’acqua corrente e il riscaldamento e la macchina. Detto per inciso, incredibile cosa le culture locali considerino ricchezza: settimane fa ho visto una discussione tra americani sullo stile di vita europeo, e ce n’erano parecchi convinti che Parigi fosse il Biafra, parecchi certi che siamo un continente che muore di fame, parecchi decisi a credere che non avere la macchina significasse che non te la potevi permettere, mica che vivi a Milano o a Londra, il metrò arriva ovunque, e cosa diamine devi fartene della macchina.
Soprattutto, vi percepite benestanti perché qualcuno sa chi siete. Il ristorante sa chi siete e vi tiene il tavolo. La dogsitter sa chi siete e se non avete contanti vi dice non c’è problema, la prossima volta. La hostess sa chi siete e vi mette in business a scrocco. E voi, questa, la chiamate ricchezza. Illusi.
Siete poveri. Pensateci. Se foste ricchi, la questione dei cani in aereo non sarebbe un dibattito, perché l’aereo sarebbe privato, e ci sareste solo voi. Non solo non ci sarebbero cani, ma neanche esseri umani sconosciuti, che a volte puzzano persino più dei cani e pretendono financo di rivolgerti la parola.
Siete poveri. Se foste ricchi, i cani non sarebbero un problema neanche al bar o al ristorante o quando cagano sui marciapiedi, perché al bar per voi o al lavasecco per voi ci andrebbe la servitù, e voi i marciapiedi non li frequentereste. Neanche i ristoranti, perché se foste davvero ricchi i cuochi dei ristoranti che vi piacciono verrebbero a cucinare a casa vostra.
Siete poveri: si vede quando vi lamentate dei bambini nei luoghi pubblici. Se foste ricchi, i luoghi pubblici diventerebbero privati, anche se non vi piacesse viaggiare in macchina o in aereo requisireste l’intera executive del Frecciarossa e, una volta comprati tutti i biglietti, nessun bambino o cane o orrendo adulto potrebbe disturbare il vostro Roma-Milano.
Siete poveri: per quello polemizzate sulla sanità. Sanità che tra l’altro mi pare l’unico settore in cui lo Stato si sbatta a cercare d’illudervi che costringerà i ricchi a vivere come voi (sì, buonanotte): un paio di settimane fa l’azienda sanitaria di Milano ha inviato una letterina di buone intenzioni alle strutture private perorando il fatto che gli esami rispettino «i princìpi di appropriatezza clinica e siano basati su evidenze scientifiche consolidate». Cioè: tu vuoi pagare per farti esami per pura ipocondria e scoprire un cancro troppo all’inizio per averti dato sintomi, ma lo Stato ti dice no, sarebbe ingiusto, devi scoprirlo anche tu sotto data di scadenza come i poveri. Sarà per questo che ormai tutti i ricchi hanno un marchigegno per farsi la risonanza magnetica in casa, una stanza della risonanza in cui farsi esaminare da medici che si spera non ricevano letterine moraliste?
Siete poveri, si vede tantissimo quando, come un Di Maio illuso d’aver abolito la povertà, discutete di quei fattorini che chiamate rider (perché siete così poveri che non sapete né l’inglese né l’italiano): della mancia ai fattorini, dei fattorini sotto la pioggia, dell’etica dell’ordinare la pizza come dei piccoli padroncini. Se foste ricchi, fareste come quel mio vicino che a prendere il cibo da asporto ci manda gli autisti d’un noleggio con conducente. D’accordo: se, come lui, foste semiricchi. Mica ricchi veri: il vero ricco a prendere la pizza al taglio manderebbe l’autista da lui stipendiato, non un triviale chauffeur a progetto. E qui, ecco, qui sta la differenza.
A voi l’idea di mandare un autista a ore a prendervi il sushi non è venuta in mente, ma potreste permettervela. È l’autista fisso, quello i contributi del quale non sono alla portata del vostro reddito, e che, come i miserabili semiricchi che siete, vi concederete solo se ve lo paga l’azienda, lo sponsor, il qualcuno di davvero ricco che vi permette di fingervi semiricchi mentre siete poveri.
Siete poveri, per quello instagrammate la cassetta di frutta o lo shampoo o la stanza in albergo, o qualunque altro consumo da società signorile di massa che fa pensare a quelli persino più poveri di voi che siate ricchi, invece siete dei poveri disgraziati che per avere la spesa o lo shampoo o l’albergo gratis devono offrire in cambio la propria pagina pubblicitaria. È per quello che la gente sa chi siete: perché siete troppo poveri per permettervi l’anonimato.
C’è un’interessante intersezione tra ricchezza e fama, ne conosco qualche esponente. Sono quelli che vanno nei ristoranti, perché non sono abbastanza ricchi da non voler aver a che fare con gli esseri umani, ma sono abbastanza noti da nutrirsi anche dell’essere riconosciuti. Ma non abbastanza miserabili da instagrammare il ristorante.
Ogni tanto vado a cena con qualcuno di loro, e non succede mai ma proprio mai che il ricco o uno qualunque dei suoi commensali alla fine paghi, perché la fama è una valuta misteriosa e i padroni dei ristoranti sono sempre onoratissimi di ospitare qualche famoso, persino del genere che poi non ti fa pubblicità sui suoi social (ammesso che li abbia), perché i vassalli e i valvassori della fama sono così, lieti di impoverirsi per non far pagare il conto a un ricco che non ricambierà in alcun modo la gentilezza.
Ho passato il sabato a cercare di capire chi fossero i trecento più ricchi d’Inghilterra. Il Times ha pubblicato la sua annuale lista, e l’inserto che la contiene ha in copertina J.K. Rowling, che però è miserabilmente centosessantottesima. Al quarto posto c’è James Dyson, quello dal quale ho comprato negli ultimi anni cinque aspirapolveri. Ciononostante, leggo, l’anno scorso ha licenziato mille dipendenti, mantenendo il patrimonio stabile a venti miliardi e quattrocento milioni di sterline. Forse dovevo comprare anche un asciugacapelli.
Degli altri ne conosco pochissimi, quelli che conoscete tutti. Richard Branson, settantaduesimo. Bernie Ecclestone, ottantunesimo. Rocco Forte (quello degli alberghi), Elisabeth Murdoch e Paul McCartney non stanno neppure nei primi cento; Elton John e Re Carlo neppure nei primi duecento: chi diavolo sono, i veri ricchi?
Chi è questa coppia con figlia diabetica che dona cento milioni di sterline alla ricerca sul diabete? Chi è questo russo trentanovenne che ha preso la cittadinanza inglese e quella israeliana, e a sedici anni inventò un videogioco sul vecchio computer del nonno, ma non aveva mai preso le scale mobili e ne aveva paurissima, e adesso ha un patrimonio di dodici miliardi e mezzo di sterline?
C’è una proporzione evidentemente inversa tra fama e ricchezza. Quelli che hai un’idea vaga di chi siano, per esempio questo tizio di cui ho bevuto la birra, la Brewdog, sposato con una che faceva i reality e che quando sono andati a vivere insieme si è portata un ritratto della Thatcher, il birraio è al numero 304, quasi povero. Dei veri ricchi, quelli ai primi posti, non ho mai sentito non solo i nomi loro ma neppure quelli delle aziende. Stanno ben nascosti da voialtri, che iniziate col chiedere la foto insieme, e poi l’autista in prestito, e si finisce sempre così, con una mancanza momentanea di liquidi, ma giuro che poi te li ridò.
Chi sono i ricchi ma soprattutto chi è Caroline Scott, che è riuscita, neanche fosse ancora il Novecento, a farsi spesare dal Times il reportage da una clinica svizzera dove vanno i ricchi esauriti (o, come si dice in ricchese: che devono recuperare), e di solito ci stanno due mesi ma puoi starcene sei per soli due milioni di sterline, e quando arrivi lì hai una cuoca personale che «non fa un plissé se alle due di notte la svegli perché vuoi l’aragosta alla griglia». Tutti i problemi del mondo sono problemi che non esistono se sei ricca, ma che si possono risolvere se il tuo essere miserabile è compensato da un lussuoso pie’ di lista.