Un mondo miglioreLe cinque forme di libertà, e la cultura della responsabilità comune

Nella prefazione del suo ultimo libro, lo storico Timothy Snyder spiega perché nessuna libertà è possibile senza un contesto sociale che la renda concreta, condivisa e durevole nel tempo

AP/Lapresse

Che ruolo ha la libertà nelle nostre vite? Ciò che costituisce il legame tra la libertà come principio e la libertà come pratica sono le cinque forme di libertà. Tali forme creano un mondo dove le persone agiscono sulla base dei valori. Non si tratta di regole o di ordini: sono i legami logici, morali e politici tra l’azione comune e la formazione degli individui liberi. Sono forme che risolvono due enigmi apparenti: il primo è che una persona libera è un individuo, ma nessuno diventa un individuo da solo; il secondo è che la libertà è qualcosa che percepiamo nel corso della nostra vita, ma dev’essere il frutto del lavoro di generazioni.

Le cinque forme di libertà sono: la sovranità, ossia la capacità appresa di compiere delle scelte; l’imprevedibilità, vale a dire il potere di adattare le regolarità fisiche ai propri scopi personali; la mobilità, intesa come la capacità di muoversi attraverso lo spazio e il tempo seguendo dei valori; la fattualità, cioè la presa sul mondo che ci permette di cambiarlo; e la solidarietà, ossia il riconoscimento che la libertà è per tutti. La fatica della libertà inizia subito dopo le fatiche del parto. Un bambino ha in sé le potenzialità per valutare il mondo e cambiarlo, e con il supporto e la compagnia degli altri sviluppa le capacità concrete che gli consentiranno di farlo. Questa è la sovranità.

Diventando adulto, un giovane essere umano impara a vedere il mondo così com’è e a immaginare come potrebbe essere. Una persona sovrana coniuga le virtù che ha scelto e il mondo esterno per realizzare qualcosa di nuovo. Questa imprevedibilità è la seconda forma di libertà. I nostri corpi necessitano di posti dove andare. Da giovani non possiamo creare da soli le condizioni che ci permetteranno di essere sovrani e imprevedibili, ma una volta che tali condizioni sono state create ci ribelliamo alle istituzioni stesse che le hanno rese possibili e andiamo per la nostra strada. E questa mobilità, la terza forma di libertà, va incoraggiata.

Noi siamo liberi di fare soltanto quelle cose che sappiamo fare e siamo liberi di andare solo in quei posti dove possiamo andare. Ciò che non conosciamo può farci male, mentre ciò che conosciamo ci dà potere. La quarta forma di libertà è la fattualità. Nessun individuo conquista la libertà da solo. Sul piano pratico e su quello etico, libertà per te significa libertà per me. Questo riconoscimento è la solidarietà, l’ultima forma di libertà.

La soluzione al problema della libertà non consiste, come pensa qualcuno a destra, nel deridere o abbandonare il governo. E non consiste nemmeno, come pensa qualcuno a sinistra, nell’ignorare o rinunciare alla retorica della libertà. La libertà giustifica il governo. Le forme di libertà ci mostrano come. Questo libro segue la logica di un ragionamento e la logica di una vita. Le prime tre forme di libertà appartengono a fasi differenti della vita: la sovranità all’infanzia, l’imprevedibilità alla gioventù e la mobilità alla prima età adulta. La fattualità e la solidarietà, d’altro canto, sono le forme mature di libertà, che rendono possibili le altre. A ognuna di queste forme è dedicato un capitolo.

Nell’introduzione attingo alla mia esperienza, partendo dalla prima volta in cui – da quel che ricordo – ho pensato alla libertà: durante l’estate del 1976, nel bicentenario della Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti. Cercherò di mostrare, sulla base di cinque decenni di miei errori personali, da dove nascono alcuni fraintendimenti della libertà e come possono essere corretti. La conclusione descrive un buon governo, quello che potremmo creare insieme: immagino un’America arrivata al 2076 – il suo tricentenario – affermarsi come terra di uomini liberi.

I capitoli sono suddivisi in paragrafi che formano una serie di quadri. Alcuni di essi includono dei ricordi che sono riaffiorati mentre stavo cercando di venire a capo di un qualche problema filosofico. Questi flash della memoria mi permettono di sviluppare alcune riflessioni, di applicare un’umile versione del metodo socratico al mio io del passato: mettere in discussione il senso delle parole e le abitudini di vita per risvegliare ciò che, in un certo senso, e già noto.

Lo scopo e quello di far emergere delle verità su questo Paese e sulla libertà che all’epoca non mi erano evidenti, e che non lo sarebbero neppure adesso se non avessi attraversato certe mie esperienze. Si tratta di un metodo filosofico adatto (o almeno spero) a uno storico come me. Mi baso su esempi storici e conosco il passato di alcune regioni meglio di quello di altre. Questo e un libro sugli Stati Uniti, ma faccio dei paragoni anche con l’Europa occidentale, l’Europa orientale, l’Unione Sovietica e la Germania nazista. In queste pagine discuto con filosofi antichi, moderni e contemporanei. A volte lascio impliciti i riferimenti: gli interessati saranno in grado di coglierli.

Cito esplicitamente cinque pensatori: Frantz Fanon, Václav Havel, Leszek Kołakowski, Edith Stein e Simone Weil. Non sono americani e non sono molto conosciuti negli Stati Uniti: fatta salva qualche piccola eccezione, non hanno vissuto in questo Paese e non hanno scritto su di esso. Uno stimolo proveniente da un’altra tradizione (o un termine preso da un’altra lingua) può riuscire a scuoterci, liberandoci dai fraintendimenti. Da ciascuno di questi pensatori prendo, adattandolo, un concetto che serve a portare avanti il ragionamento; non intendo certo affermare che siano d’accordo fra loro (o con me) su ogni singola questione.

Questo è un libro conservatore, nel senso che attinge alla tradizione, ma al contempo è anche radicale, poiché propone qualcosa di nuovo. È filosofia, ma rimane aderente all’esperienza. Alcune frasi di questo libro sono messaggi di testo che ho scritto a me stesso in momenti intermittenti di coscienza, mentre giacevo in un letto di ospedale, colpito da una malattia che mi è quasi costata la vita. Le tesi sono state concepite mentre tenevo un corso in un carcere americano di massima sicurezza.

Ho scritto gran parte di quanto segue durante i tre viaggi che ho fatto in Ucraina in tempo di guerra. Le domande fondamentali sono state poste dai lettori. I miei libri Terre di sangue e Terra nera, studi sulle uccisioni di massa, hanno suscitato dei dibattiti pubblici che mi hanno spinto a riflettere sui temi etici che esploro in questo volume: se sono in grado di descrivere il peggio, non posso anche prescrivere il meglio? Dopo la pubblicazione del mio pamphlet politico Venti lezioni e di un libro di storia contemporanea intitolato La paura e la ragione, mi è stato chiesto di descrivere come potrebbe essere un’America migliore: questo testo è la mia risposta.

L’ambizione di definire la libertà è diversa da quella di difenderla. Interrogo il me stesso del passato, interrogo altre persone e altri interrogano me. Il metodo fa parte della risposta: può esserci una verità sulla libertà, ma non ci arriveremo procedendo da soli o per semplice deduzione. La libertà è qualcosa di positivo: trovare le parole per descriverla, così come viverla, è un atto di creazione.

Questo libro vuol essere un esempio delle virtù che raccomanda. È (spero) un testo ragionevole, ma anche imprevedibile; sobrio, ma anche sperimentale. Non celebra quello che siamo, ma la libertà che potrebbe essere nostra. Fuori dal finestrino vedo sorgere il sole. Il confine si avvicina. La mia riflessione inizia in un giorno d’estate.

T. S.
Treno Kyiv-Dorohusk
Vagone 10, scompartimento 9
Ore 6,10, 10 settembre 2023

Tratto da “Sulla libertà” (Rizzoli), di Timothy Snyder, 22€, pp. 468.

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